A volte ritornano

biasotto maxMauro Boccaccio da Santamargherita Ligure, provincia di Genova – ad uso e consumo del Governatore Giovanni Toti, che, quanto a posizionamento geografico, e forse non solo, non ne azzecca una – giornalista in pensione ed ex capoufficio stampa della Regione, è collega di esperienza che vede e guarda lontano. Per diletto, o per gioco, tiene sulla sua pagina social una rubrica “Le moleskine” in cui annota con tipica sagacia di chi ne ha viste tante, virtu’ e difetti – a dire il vero più difetti che virtu’ – del l’italica gente tra politica, spettacolo e vicende comuni. Lui, Boccaccio, negli enti pubblici ha un passato di tutto rispetto, dagli inizi in Provincia, sempre al seguito del compianto e forse rimpianto Rinaldo Magnani, leader locale socialista, operaio e console giovanissimo della compagnia dei carenanti, poi presidente per un settennato in Regione e presidente dell’autorità portuale, approdato, a fine carriera, tra le fila di Forza Italia, a Psi defunto. E Mauro, come dicevo poc’anzi deve averne viste e sentite tante, transitando, in lungo e in largo, fra i marosi della vecchia politica della Prima Repubblica e non solo.
La sua annotazione per il suo post della rubrica “Le moleskine” giunto a qualche giorno dalla rivoluzione Rai e dal funerale professionale di tal Bianca Berlinguer, direttrice epurata del Tg3, seppur figlia di cotanto padre, ha solleticato un ragionamento sulla difficoltà di rinnovarsi del nostro paese, dipendente dai quasi ottuagenari. Quasi che se Magnani, alla veneranda età di 86 anni, fosse ancora in vita, probabilmente contribuirebbe, con la sua ricca esperienza, ad indirizzare ancora qualche giovane testa di legno. Dunque il post con tanto di divagazione su una pietra miliare di Adriano Celentano, guru del qualunquismo e visionario che tant’è vedeva lontano.
“Michele Santoro torna in Rai alla grande, Giovanni Minoli rifarà “Mixer” su La 7, Pippo Baudo si prepara a riconquistare Domenica In, Maurizio Costanzo annuncia un ventaglio di programmi sulle reti Mediaset.
E Silvio Berlusconi finirà per ricandidarsi leader del centrodestra, dopo la manfrina estiva con Parisi. In “Mondo in Mi Settima” il grande Adriano si domandava: “E poi se andiamo a vedere questo giornale chissà di quanti anni è… Anzi, adesso voglio proprio vedere la data. E’ di oggi!”” Un modo di dire – scegliete un po’ voi – mai una buona notizia, oppure che i giornali portano solo brutte nuove.
Post che dal generale del nostro bel paese al particolare della situazione politica genovese, sono certo conteneva in fieri e, sotto sotto, un avvertimento velato: Fate attenzione, perché a volte ritornano. E ritornano i vecchi fantasmi, al di là di quanto possono aver assicurato rottamatori di belle speranze. La coazione a ripetere appare la malattia infettiva e più grave della nostra Repubblica, che altri non è – ma non potrebbe essere altrimenti – se non la prosecuzione degli errori della prima e della seconda, innestati, con qualche spolveratina, un po di cerone, qualche filler, un impianto tricologico, o una smagliante protesi dentaria, nella attuale terza. E, attenzione, è solo una metafora, non sto parlando di Berlusconi, che come sempre da buona araba Fenice, come prevede Boccaccio rinascera’ dalle sue ceneri. Sennò ci avrei aggiunto una valvola cardiaca e una manciata di pillole di Cialis, coadiuvanti, ancorché ormai pericolose. Parlo della nostra classe politica nazionale, ma soprattutto locale. Solo ieri avevo riferito dei giochetti masochistici in casa Pd. Con la voglia crescente di ricandidare il marchese Marco Doria, cercando, a scapito di Simone Regazzoni che perlomeno ci ha messo la faccia, di farlo transitare direttamente per il via senza nemmeno farlo passare dalle qualificazioni delle primarie. Va bene così a chi per ora ha in mano il pallino del gioco e teme di poter perdere le rendite di posizione che tiene saldamente in pugno. Pur restando e tramando nell’ombra. Tutto tace, per esempio, nonostante la notizia di un endorsement del guardasigilli Andrea Orlando in favore di Doria, sia rimbalzata sulle reti online sino ad arrivare all’unico quotidiano, più o meno genovese, il Secolo XIX. In silenzio Mario Tullo, in silenzio Lorenzo Basso. Non pervenuta Mara Carocci e nemmeno la nostra onnipresente ministro della difesa Roberta Pinotti, che – si dice – si stia leccando ancora le ferite, dopo la batosta di Savona ad opera di Toti e del centro destra, dove aveva personalmente sponsorizzato Cristina Battaglia, sconfitta da Ilaria Caprioglio. Mentre sott’ acqua e’ tutto un sobbollire. Poco importa alla nostra classe dirigente del Pd se l’endorsement di Orlando uomo di punta dei giovani Turchi fa parte di un piano di potere per espandersi a Genova, visto che nei suoi territori, quelli dello spezzino, pare tenuto fortemente in scacco dalla tardiva renziana Sora Lella Paita. Il tutto mentre il segretario regionale Alessandro Terrile e’ intento nella sua personalissima sfida nonché fuga dalla realtà, alla ricerca di se stesso, e forse di qualche visione chiarificatrice, sul Camino di Santiago di Compostela. Quindi va bene a tutti, o così pare, la montagna che partorisce il topolino, topo – è sempre metafora- fra i roditori inarrestabili – ancora metafora, pur nella realtà – che assediano, praticamente incontrastati, la nostra città.
E da sinistra a destra, sull’altra parte della barricata, il clima è praticamente fotocopia. Con un candidato già in campo da parecchi mesi, il vicepresidente del consiglio comunale Stefano Balleari, esponente di Fratelli d’Italia, e per questo un po’ inviso alla coalizione, e probabilmente anche allo scalpitante Toti, a cui – per essere franchi – l’alleanza con scivolamento a destra piace immensamente. Ma, purtroppo per Balleari, solo pro domo sua. Dunque Balleari, encomiabile nel suo lavorio ai fianchi della giunta Doria tra piccole magagne genovesi, dalle buche al degrado, passando per temi scottanti, gli immigrati, i profughi, il terrorismo. Sino a toccare la criminalità nel centro storico e nelle periferie. Un candidato, almeno sino ad ora, attivissimo, onnipresente, addirittura prezzemolesco, che, cosciente di avere scarse speranze, dice pubblicamente che in caso il designato fosse Edoardo Rixi, assessore regionale leghista, in vantaggio, malgrado l’inconveniente del coinvolgimento sulle spese pazze in Regione, lui si farebbe da parte di buon grado dedicandogli persino il lavoro sin qui svolto. Comunque Balleari è un candidato che qualche segreta speranza ancora la culla, visto che la Meloni gli ha assicurato il suo personale impegno per poter disporre per Fratelli d’Italia almeno di un sindaco di una città’ importante.
Eppero’, come in tutte le belle favole che improvvisamente virano verso il cattivo tempo, c’è un però. Perché pare che il candidato pronto a partire lancia in resta su indicazione direttamente di Berlusconi, o poco più sotto, di Parisi, potrebbe essere nientepopodimeno che Sandro Biasotti. Ex presidente della Regione dal 2000 al 2005, allora come rappresentante della società civile, negli anni successivi fortemente radicatosi in politica, fra parlamento e senato, oppositore dell’ex ministro inconsapevole Scajola, alleato di Gigi Grillo, altro potente spezzino, prima democristiano e poi in servizio permanente effettivo con Berlusconi, sparito da qualche anno dai radar, e pervenuto, ultimamente, soltanto per qualche quisquilia giudiziaria. Biasotti, ex azionista di PrimoCanale di Maurizio Rossi, altro parlamentare in cerca di ricollocazione – si dice – Biasotti, sconfitto per ben due volte da Burlando, riesumato con respirazione bocca a bocca proprio da Berlusconi una volta sprofondato nell’anonimato in Regione come capogruppo di una squadra di supporter che amava l’arancione e indirizzato in parlamento Lo stesso colore, vedi caso, che aveva abbracciato il sindaco Marco Doria, in omaggio al suo collega di Milano Giuliano Pisapia. Tranne poi dimostrare di non esserne degno e di non avere egual portamento e disponibilità verso i suoi concittadini.
Sempre Sandro Biasotti, dopo il 2005, candidato un po’ a tutto e comunque sempre perdente. Coordinatore ligure di Forza Italia, nominato come sempre dall’alto, e rafforzato due anni fa direttamente da Berlusconi, che, in occasione delle amministrative disatrose per il comune di Genova, ne respinse le dimissioni. Biasotti, di cui al momento si parla, ma ormai da mesi e senza risultato, per la presidenza dell’Autorita portuale. Biasotti, che, in caso di una nuova sconfitta, stavolta a palazzo San Giorgio, da annoverare nel suo lungo carnet, si vedrebbe nello stesso tempo mittente e destinatario di un autoendorsement, come candidato sindaco del centro destra. Magari pretendendo dal disciplinato Balleari lo stesso comportamento che avrebbe tenuto nei confronti di Rixi. Deja vu nel deja vu. Perché come ha ricordato il buon Boccaccio, Mauro, non quello del Decamerone, che comunque, anche lui per esperienza ne deve aver viste di ogni, e come diceva il guru del qualunquismo Adriano Celentano la notizia… è comparsa sul Secolo XIX di oggi. A riprova che Genova per qualcuno potrà pure essere una città laboratorio, ma con il disdicevole vizietto della coazione a ripetere gli errori del passato. E a volte gli zombie ritornano. Come in un film dell’orrore.

Il Max Turbatore

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