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603 giorni senza Alessandro, travolto da un Tir. La lettera della madre al Sindaco

Sono passati 19 mesi da quando il diciottenne Alessandro Fontana, come ha stabilito il tribunale in primo grado, è stato travolto da un Tir a Sestri. 603 giorni, precisa la madre, Franca Bolognini. Perché una mamma che ha perso il figlio non conta gli anni, ma i minuti, i secondi che è costretta a sopravvivergli. Franca ha uno scopo nella vita, anzi tre: fare in modo che non possa succedere più a nessuno quello che è successo a suo figlio, avere giustizia per Alessandro, fare qualcosa di concreto perché la sua memoria non sbiadisca col tempo. Perché quando tuo figlio esce di casa per andare a comperare qualcosa in cartoleria e non torna mai più, una madre ha solo due possibilità: impazzire dal dolore o vivere per lui.
Così la signora Franca ha preso carta e penna per scrivere al sindaco Marco Doria, al vicesindaco Stefano Bernini, all’assessore alla viabilità Anna Maria Dagnino, alla giunta tutta e all’intero consiglio comunale.
Nella sua lettera, resa nota anche alla stampa, la signora Bolognini racconta, ricostruisce. E accusa.
Era il 2 dicembre quando Alessandro perdeva la vita all’incrocio tra via Giotto e via Borzoli.
<Alessandro, il mio Ale, stava percorrendo il primo tratto di via Borzoli, dopo essere andato a comperare del materiale scolastico in via Sestri, per la precisione da Tiger come attesta lo scontrino e il materiale ritrovati nello zaino, per raggiungere lo scooter che era posteggiato nelle righe bianche preposte ai motocicli, sito dietro all’edicola. Un Tir è sopraggiunto e lo ha agganciato per lo zaino facendolo prima cadere per poi schiacciarlo>. Poi si rivolge direttamente al Sindaco: <La mia lettera ha 3 precisi quesiti da rivolgerLe, risposte che una madre disperata ha tutto il diritto di avere.
Tre “perché”che mi martellano la testa e che non trovano risposte – scrive -. Perché è permesso l’accesso a veicoli di 18 metri in una strada affollata di persone e studenti che non ha le dimensioni minime per garantire la svolta in sicurezza? Perché è stato costruito un posteggio per motocicli lì e chi ne ha permesso la realizzazione? Perché i Vigili della Polizia Municipale preposta ai rilievi ha completamente sbagliato la prima ricostruzione dell’incidente?>.
La signora Franca spiega che <Sono anni che il quartiere di Sestri lamenta la pericolosità del passaggio di Tir in quella strada, strada nata agli inizi del ‘900 per consentire il trasporto delle verdure delle colline di Borzoli al quartiere a mare con carri. Diverse richieste sono arrivate  all’Amministrazione per eliminare il passaggio di questi veicoli e, se non ricordo male, alla ditta Derrick è stato concesso uno spazio vicino all’aeroporto per ridurre il passaggio di tir limitando l’accesso ai soli veicoli destinati alla riparazione di celle  frigorifero. Ad oggi la Derrick ha il suo deposito container in aeroporto, ha tutti isuoi cari container sempre in Passo Fringuello in barba alle restrizioni imposte, è cresciuto a dismisura il numero dei container stipato sotto il viadotto sul torrente  Chiaravagna e altri 2 depositi si trovano in prossimità del cimitero di Borzoli.
Personalmente ero stata coinvolta, prima dell’incidente occorso a mio figlio, in problematiche legate alla viabilità di via Borzoli quando, infatti da insegnante della scuola primaria XXV Aprile mi ero occupata del Pedibus. Il progetto era stato svolto  nell’anno scolastico 2011/2012 con 3 tratte di percorrenza, ma a settembre del 2012 era stato impossibile ricominciare in quanto il dirottamento di tutto il trasporto pesante dei due versanti di via Borzoli sul tratto sestrese non garantiva le misure di sicurezza minime. Di questo abbiamo parlato con la Asl nella figura della dottoressa preposta al progetto e con l’assessore Gelli del Municipio di Sestri. Da parte loro c’era l’insistenza a far ripartire il progetto, ma
da parte dei genitori e degli insegnanti della scuola c’era la necessità di avere la strada con condizioni di sicurezza migliori e
visto che il Municipio non avrebbe fatto nulla per migliorare il contesto, non ce la siamo sentita di ripartire. Quando è avvenuto l’incidente a mio figlio tutti hanno visto  nient’altro che una morte annunciata, una morte che si poteva evitare se si fosse tenuto conto che la strada e il contesto cittadino ( alta densità abitativa e molte scuole ubicate proprio in quel posto) non lo permettevano. Per favore non mi risponda che esistono aziende che lì hanno la loro sede e che avrebbero gravi danni se si impedisse il transito di Tir, mi risponda se dalle parte della città in cui lei vive c’è una situazione del genere. Esistono diverse aree dismesse  molto meglio servite dalle strade come i lungargini Polcevera e le aree di Multedo in via Merano. Per favore non mi risponda che la strada ha i requisiti per il passaggio di mezzi di quel genere. Da sempre via Borzoli è servita dalla linea dell’autobus 53 che ha in servizio bus di media dimensione perché la strada è stretta. Mi ricordo bene che da bambina prendevo il 53 per andare da Rivarolo a Sestri e che il bus era di dimensioni molto piccole, con solo una fila di seggiolini e 2 porte una per salire e una per scendere. In questi giorni, in cui abbiamo manifestato, abbiamo parlato a lungo con gli operatori dell’Amt i quali ci hanno detto che il Comune mai permetterebbe a veicoli di grosse dimensioni di transitare da quella strada. Allora perché ci passano i TIR che sono anche più lunghi?>.
C’è, poi, la questione dei posteggi in cui il ragazzo aveva sistemato lo scooter, di esclusivo uso per i motocicli, linee bianche e cartelli predisposti dal Comune. <I posteggi, ora chiusi con dei dissuasori, sono circondati su 3 lati dai marciapiedi – continua la donna -. Quando si posteggiava lì se le moto venivano messe in avanti direzione Sestri i manubri si toccavano tra di loro per cui l’unico modo per raggiungere gli scooter s posteggiati, era salire e uscire era arrivarci da dietro, se gli scooter erano posteggiati con il muso  in avanti occorreva entrare sempre dal lato strada per poter arrivare alla ruota anteriore e sganciare il blocco di sicurezza. Mi domando: chi è il geometra o l’architetto che ha progettato e permesso quei posteggi? A marzo 2015 sono stati sistemati i “panettoni” che ora impediscono il posteggio. Sono state fatte tante manifestazioni. In una delle ultime,  anziché fermarmi sulle strisce, mi sono seduta sul secondo panettone con le gambe rivolte verso il primo. Quando è sopraggiunto uno dei Tir lunghi ho visto che con le ruote del rimorchio toccava il marciapiedi dalla parte opposta e con la motrice riusciva a malapena a passarmi accanto. Nel momento in cui il rimorchio mi si è avvicinato ha dovuto fermarsi in quanto  non riusciva a girare senza toccarmi. Ecco, il Tir era incastrato tra il marciapiedi dal lato della fermata e i panettoni dove ero  seduta . Questo a mio modesto avviso vuole dire che non ci sono i requisiti per avere lì un posteggio. Ora il posteggio è stato tolto. Come devo interpretare questa  decisione?  È stato tolto perché pericoloso, ma allora chi è il genio che lo ha messo? Mio figlio, ligio com’era alle regole, aveva posteggiato dove sapeva di poterlo fare nell’assoluto rispetto del codice. Pensi, non osava mai posteggiare tra le auto perché sosteneva che era pericoloso. Quindi cosa devo dedurre? Il giorno dell’incidente sono accorsi subito i vigili della polizia municipale, quando Ale era ancora in vita. Dopo che Ale è andato via per sempre sono arrivati i vigili della sezione specifica, quelli dell’infortunistica, persone che come lavoro fanno solo quello e che sono quindi preposte a raccogliere tutti i dettagli dell’incidente. Nei giorni successivi, quando siamo stati contattati da un mio cugino avvocato, eravamo convinti che nel verbale avremmo trovato le risposte e che Ale avrebbe avuto giustizia senza bisogno di affidarci a nessun legale . Solo l’insistenza di questo cugino ci ha fatto decidere di prenderlo. Questi ha nominato un perito di parte il Dott. Ambrogiani che ha fatto la sua ricostruzione. Sia da parte del nostro legale, avvocato Asole, sia del perito si riscontrava la totale estraneità di Ale nel concorso dell’incidente e l’ovvietà della dinamica. Pertanto ci si aspettava che il verbale altro non facesse che confermare quanto rilevato>.
Secondo la signora, invece, il verbale depositato gli agenti della municipale in prima battuta non avrebbe messo in luce quanto è successo e solo grazie a un’integrazione di indagine (peraltro piuttosto comune e affidata nuovamente alla Municipale, cosa che non sarebbe successa se il magistrato non l’avesse ritenuta attendibile) avrebbero consentito di ricostruire la dinamica dell’incidente che, secondo il verdetto di primo grado, esclude qualsiasi responsabilità de giovane. Secondo la signora Franca, il primo verbale ha fatto sì che <L’assicurazione del veicolo coinvolto avvalorasse l’ipotesi di colpe di Alessandro bloccando tutto e cercando di addossare la colpa a mio figlio. L’autista è riuscito persino a ritrattare quanto dichiarato sul momento>. Inoltre il verbale avrebbe <permesso all’avvocato della difesa nella sua requisitoria del 23 giugno 2016 di dichiarare che era colpa di Alessandro e chiedere l’assoluzione piena dell’autista.>
<In quel momento, con quelle parole – continua la donna -, l’avvocato mi ha nuovamente ucciso Alessandro, descrivendolo come un ragazzo incurante del codice, dicendo ogni sorta di falsità. Ho dovuto subire di nuovo la stessa identica indescrivibile sofferenza di quei giorni>. Il primo grado di giudizio, il 12 luglio, ha condannato l’autista a 20 mesi e gli ha revocato per un lungo periodo la patente, ma la signora bene che quel verbale possa dare ancora spunto alla difesa dell’autista <per perdere altro tempo> e, soprattutto, che la famiglia sarà costretta <a subire ancora ricostruzioni inverosimili che uccideranno Ale ancora, ancora e ancora>. Il dolore di una madre è così forte da riconoscere come una tortura i diversi gradi del processo che, probabilmente, ci sarebbero stati in ogni caso. Per la donna, ogni ricordo è comprensibilmente una violenza.
La mamma di Alessandro vuole che sia chiaro ciò che suo figlio era. E per spiegarlo si rivolge direttamente al Sindaco.
<Come forse lei saprà – scrive – io ho deciso di devolvere la quota dell’assicurazione che mi toccherebbe come madre in progetti per mio figlio: una borsa di studio a medicina ogni anno del valore complessivo di 11000 euro ripartita nei 6 anni di corso, un  terreno per gli scout, macchinari per i disabili, biblioteche di quartiere, giochi per i bambini, spettacoli e corsi di musica e teatro, gare sportive. Solo che la borsa di studio a Medicina, per continuarla a tempo indeterminato, costerà quanto la metà  del risarcimento che ci devono, l’abbiamo avviata lo stesso con le nostre risorse e mettendo in vendita un appartamento che avevamo. Siamo persone che vivono del loro lavoro.  Ale era un ragazzo straordinario che distribuiva tutte le sue risorse allo studio e agli altri, bravissimo a scuola, volontario in ospedale, scout dedito ai bambini, amava leggere, teneva una biblioteca per  gli amici, suonava la chitarra, era un donatore del sangue e un angelo del fango, faceva sport e riusciva ad incastrare tutto in un modo che solo lui sapeva. Il mio Ale era la sua fisicità e le sue idee. La sua fisicità, non è  con me, non ho potuto fare niente perché restasse con me, ma i  suoi progetti, le sue idee significano lui, quella parte che va al di  là della morte, al di là del corpo e che fanno di una persona un  individuo speciale. Non posso far morire anche questa parte del mio Ale. Per me è come ucciderlo un’altra volta, per favore fate che le persone che debbono dare delle risposte, che sono preposte a tutelare i cittadini lo facciano sempre e sempre con tutta la responsabilità dovuta. Ho sempre insegnato ai miei figli e ai miei alunni il rispetto delle regole, la fiducia nelle istituzione. Il patto sociale che sta alla base di ogni democrazia significa proprio questo: essere in una posizione di supervisione per garantire il bene comune. I giorni di manifestazione spontanea volevano farvi capire queste cose, invece ancora una volta il silenzio, il disinteresse che il signor Bernini, vicesindaco e sestese, ha dimostrato mi fanno pensare che chi raggiunge la poltrona si sente sopra agli altri e non uno tra gli altri. Spero che la mia lettera trovi delle risposte concrete, non parole d’occasione, invito lei e gli altri membri del comune a non sperare che il tempo, facendo dimenticare i problemi, li risolva.  Quello che è successo a mio figlio, poteva capitare a chiunque passasse di là e potrebbe duccedere di nuovo, se permanessero le attuali condizioni, cosa che sta avvenendo>.

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