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Une belle histoire

Stasera non intendo parlare delle solite cose. Di politici alle prese con i loro equilibrismi e con le loro crisi di vocazione e coscienza per darsi un tono, per cercare un un barlume di coerenza e per restare in sella. Ho sempre amato questo mestiere. Un mio collega, con un certo sussiego, non ha mai parlato di professione ne’ di lavoro o di attività. E utilizzava con precisione proprio la parola mestiere, come una cosa artigianale, che si impara a bottega, con l’esperienza sul campo, con sacrificio e dedizione. Con l’attenzione per levigare la tecnica. Poi deve scattare qualcosa di interiore. Che deve essere nel tuo dna. La si deve possedere. La capacità di mettersi in gioco di saper trasferire, utilizzando le parole, e la sintassi, qualche cosa che hai dentro. Perché il rapporto tra chi scrive e chi legge è basato sulla fiducia reciproca, unita alla consapevolezza che chi legge si fida di te ed è pronto a percepire, dalle parole, e dalle frasi, anche quali siano i tuoi sentimenti e le tue convinzioni. È’ su questo che si basa il reciproco rispetto. Poi ho sempre pensato, andando avanti negli anni, e continuando nella mia attività, che la cosa bella di questo lavoro era poter raccontare le storie, gli avvenimenti del genere umano che incrociavi per strada. Mia mamma che non c’ è più e, come è naturale che sia per una madre, sapeva interpretare in anticipo quali sarebbero state le ambizioni dei propri figlioli, e sapeva, con assoluta certezza, che avrei fatto il giornalista, sin da quando alle elementari mi accostavo con un certo piacere a quelle che il mio maestro d’allora definiva le cronache. Probabilmente, nelle mie giovanili aspirazioni, avrei fatto volentieri lo scrittore, ma già molti anni fa mi capitava di rendermi conto che non avevo il respiro lungo e la tenuta necessari per elaborare un romanzo che avesse una qualsivoglia dignità.
Stasera mi ero messo d’accordo e avrei voluto parlare della tragedia di Nizza, raccontandola per come l’avevo vissuta io attraverso i social, incrociando post e commenti sull’islamismo, sul terrorismo, sulle strategia dell’Isis, sul modo per combattere la follia di chi si vota a morte sicura, convinto che approderà nel paradiso delle vergini. Avrei elucubrato, forse, che il momento di non ritorno per chi è disposto ad uccidere il prossimo sarebbe stato quello in cui chi professa la loro stessa fede, ma in maniera meno radicale, si fosse reso disponibile a denunciare e a far arrestare coloro che seguendo follemente una religione mettono a repentaglio e terrorizzano una civiltà basata sull’accoglienza. Come era successo nel nostro paese, negli anni di piombo, quando la sinistra aveva cessato di coprire i brigatisti mitizzati, forse, come rivoluzionari, ed elevati al ruolo, di “compagni che sbagliano”. L’esempio lo diede Guido Rossa e dopo il suo assassinio inizio’ anche il fenomeno del pentitismo. Avrei cercato di legare il ragionamento al diluvio di post di questi giorni, in cui ognuno cavalcava una convinzione, la propria ricetta, più o meno personale, elaborata, edulcorata, scopiazzata, mutuata da quella degli esperti che si sono confrontati su quotidiani e social. Da coloro che avrebbero chiuso le frontiere a quelli che mettevano in risalto la dissociazione di un certo mondo islamico. Da quelli che osservavano il rituale vuoto del je suis e del tricolore francese, ai proclami istituzionali che ci hanno rassicurato perché le nostre frontiere erano e sono adeguatamente protette o perché la nostra intelligence è più attenta. Da Gramellini che ha scritto la sua lettera agli islamici di seconda e terza generazione alla giornalista islamica che gli ha risposto che la nostra battaglia non è la sua battaglia. Infine da quelli che hanno cercato di gettarla in vacca pentiti delle barzellette sui carabinieri che mai e poi mai si sarebbero lasciati turlupinare e irretire dal carretto che passava e quell’uomo gridava gelati. Ho lasciato passare due giorni per eleborare il lutto, divagando sul tentativo di golpe in Turchia, con un dittatore che schiaccia l’occhio all’Isis che si dà alla macchia, incita la popolazione a scendere in piazza contro l’esercito golpista, poi rientra come un eroe in patria e inizia la prassi delle purghe con teste saltate sia realmente che metaforicamente. Una realtà che anche vista a parecchi chilometri di distanza lascia basiti, interdetti.
Poi, ieri pomeriggio, con il fiato corto e l’umore malmostoso ho virato ed ho capito che non era di questo che volevo scrivere. Forse preso da un senso di inadeguatezza nel mare magno dello scibile umano che continuava a impinguare le pagine dei social e le bacheche personali. E ho ceduto, negando quello che per molto tempo e’ stato, durante gli anni di attività, un imperativo che ho cercato categoricamente di difendere e seguire con naturale senso di sottomissione. Mai parlare apertamente di se stessi. E per la verità devo dire che già qualche giorno prima la mia convinzione si era incrinata. Avevo postato sulla mia pagina facebook un lungo messaggio su mia figlia alle prese con un percorso-esperienza di vita sul camino di Santiago di Compostela. Ottocento chilometri che sta portandola termine. E per questo ho ricevuto messaggi e like a profusione. Molti ma molti di più di quanto solitamente ne annoveri sotto i miei pezzi che bonariamente denunciano le abituali malefatte o le cadute di stile di alcuni nostri politici. Sino a notare che la rete, solitamente così astiosa con chicchessia, ripaga chi si espone e chi ci mette la faccia. Del resto aborro, come confidavo qualche giorno fa, quelli che utilizzano la pagina facebook, con il metodo dell’analista che ti fa sedere sul lettino e poi stuzzica inducendoti a scoprirti ma senza mai scoprirsi minimamente, a sua volta. Mantenendo sempre e comunque saldamente in mano il controllo della situazione al fine di poterti sempre giudicare, ma non permettendotelo mai.
Stavo cercando di mettere ordine in questa fiumana di pensieri per costruirne una tesi, quando ieri la mia collega Monica Di Carlo, l’ideatrice di GenovaQuotidiana, mi ha somministrato l’ulteriore scossa, postando un lungo messaggio che vi consiglio di andare a leggere sulla sua pagina personale facebook, qual’ora ne abbiate l’occasione, mettendosi in gioco lei stessa. Partiva da un taglio di capelli mai nato e da un inizio di dieta che sta portando qualche risultato nella sua autostima. Anche lei in poche ore ha ricevuto un’ondata anomala di likes e di amorevoli e affettuosi messaggi di stima dei suoi lettori, amici ammirati per un inizio di rinascita, ma soprattutto per una persona-collega che ha rischiato e saputo mettersi in piazza con lealtà espressa con parole semplici, dignitose, consone.
E a questo punto, visto che immeritatamente continua a chiamarmi capo, ove io, al contrario, mi ritengo più semplicemente un collega con qualche spirito di servizio e disponibilità nei confronti di coloro, che più giovani, hanno voluto e avuto la pazienza di prendermi come riferimento vista la mia anzianità, mi fa piacere constatare l’affetto che le è stato tributato. Un sentimento, voglio sottolinearlo, del tutto meritato per quel che GenovaQuotidiana costituisce nel panorama, mi si consenta, bistrattato, dell’informazione genovese. Un attestato di stima, visto che il sito che quotidianamente leggete e’ frutto, per la maggior parte del suo intuito, della sua abnegazione, della sua attitudine al sacrificio e al lavoro. E anche della sua testardaggine e della sua conoscenza del mondo dei social. Mi devo cospargere il capo di cenere, perché nella mia vita precedente, come lavoratore del mondo della carta stampata, anche io come è accaduto per molti miei colleghi, ho guardato con un certo sussiego questo mondo che prepotentemente stava salendo alla ribalta. Monica al contrario ne è sempre stata attratta e interessata. Sino farne, nel momento della dolorosa dipartita del Corriere Mercantile, insieme ai suoi gatti e alla sua famiglia, il suo mondo e il suo motivo di vita. Con quella dedizione che l’ha portata oggi ad aver ideato un mezzo di informazione appetibile. Credo che ci voglia la sua testardaggine la sua forza morale e la sua cresciuta competenza a rispondere a tutti, anche alle obiezioni più risibili e discutibili. Sino a non ammettere il turpiloquio o derive razziste nei commenti. Del resto i likes che hanno invaso la sua pagina social e i contatti, in costante aumento, di Genova Quotidiana sono una prova tangibile della simpatia e dell’interesse che è riuscita a suscitare.
Qualcuno potrà obiettare che il mio è un commento interessato, visto che quotidianamente compaio con qualche articolo sotto pseudonimo su GQ. Eppero’ checche lei ne dica io mi sento in debito nei suoi confronti. Se ho potuto riappropriarmi del mio amore per la scrittura è’ stato grazie a lei e ai suoi sacrifici. Io sono arrivato a cose già consistentemente avviate. Come è’ accaduto per altri colleghi che settimanalmente redigono le rubriche del cinema, dell’escursionismo, della musica che hanno fatto di GenovaQuotidiana un invidiabile contenitore di informazione, con lo spirito e l’amore certosino che una volta si usava per editare i quotidiani. E lei è stata brava a fidelizzare i lettori attraverso un rapporto di fiducia crescente creando vasi comunicanti attraverso cui gli stessi utenti talvolta, ma sempre più spesso, divengono informatori e fotografi. Aveva capito tutto qualche anno fa e io poco o niente. Gliene devo dare atto. E le sono grato perché mi ha offerto la possibilità di rientrare in contatto con una mia vecchia passione: la scrittura. Per poter raccontare ancora a qualcuno belle storie, come quella che vi ho appena trasmesso.

Il Max Turbatore

Nota del direttore (direttore?)… Ok, ricominciamo. Nota dell’ideatrice (ecco, così va meglio) di GenovaQuotidiana.
Se c’è una cosa che detestavo al Mercantile era quando il mio ex direttore faceva mettere le sue foto in pagina, quando disponeva che si parlasse di se stesso. Paolo De Totero – Max Turbatore in queste cose era, invece, sempre defilato, occupato a far funzionare la fucina del giornale. Insomma, era troppo indaffarato con la sostanza per badare alle apparenze. Paolo è stato il mio caposervizio (prima) e caporedattore (dopo). Avevamo lavorato insieme per 27 anni quando è stato mandato in prepensionamento, io credo con grave danno per la qualità che sapeva dare al giornale. Ci siamo presi a cornate milleuna volte in quei 27 anni. Siamo entrambi piuttosto diretti, non la mandiamo a dire. E forse è questa la prima cosa che ci unisce. A volte si incavolava davvero (e allora bisognava stare bassi, possibilmente nascondendosi dietro il video nella speranza che si dimenticasse di te), altre volte capiva di essere in torto e ti chiedeva scusa, come solo i grandi sanno fare, altre volte ancora mi sgridava perché “prendevo petto”, così diceva. Devo ammettere che solo gli anni hanno un po’ affievolito il mio essere permalosa. Quando il giornale ha chiuso lo ho cercato perché vedesse GenovaQuotidiana, perché credo che sia tra i pochi ad avere ancora una visione lucida su quello che deve essere un quotidiano. Dopo parecchie mie insistenze ha accettato di dare vita a questa rubrica, che è molto seguita e (statistiche alla mano) riceve sempre più consensi. Io penso di avere ancora da imparare e tanto. Per questo lo chiamo ancora “Capo”, anche se lui mi ha sempre chiamato “Collega”. Stanotte quando, alle 3 e mezza del mattino (mentre finivo di scrivere un’inchiesta), mi è arrivato questo pezzo via mail (perché in pochi mesi Paolo ha capito di internet, della rete e dei social più di quanto tanta gente non abbia capito in anni) gli ho subito detto che non se ne sarebbe fatto niente. Lui mi ha risposto: <Era una cosa che comunque mi frullava per la testa e se non l’avessi scritta non sarei riuscito a dormire. Decidi comunque in piena autonomia, io non me la prendo. Ora vado a dormire. Notte>.
Ok, Capo. Obbedisco anche questa volta, ma ti rendo il “favore”. Ho trovato una foto che ti scattai in redazione. Stavolta sul giornale esce la tua foto. Quando, un paio di anni dopo che eri andato in pensione, il giornale chiuse (io mi ero sfilata già da un paio di mesi aprendo, appunto  GenovaQuotidiana) solo un collega ti ha ricordato nell’enorme pagina-coccodrillo in occasione dell’ultimo numero del “Mercantile”. Io lo feci qui, su GQ, che era neonata e nemmeno sapevi che esistesse. In quella pagina del “Mercantile” doveva esserci anche la tua foto perché per tanti anni eri stato la vera anima del giornale. L’anima che io ho portato in GenovaQuotidiana, perché da te ho imparato e perché sono felice e fiera di averti convinto a scriverci. Sia chiaro a tutti che non guadagni un euro (come me, Michela e Diego, perché GQ è per ora un blog, anche se sta per diventare testata a tutti gli effetti) e che ci tieni così poco al nome che usi uno pseudonimo (sulle prime avevi poca dimestichezza coi social e hai agganciato il tuo account google con quello Facebook e solo per quello il tuo vero nome è uscito in chiaro). Aggiungi qualità, capacità di analisi e mi hai dato ottime idee per rubriche e servizi.

Ora basta onanismi giornalistici, che non si addicono né a te né a me.
Grazie.

Monica

Schermata 2016-07-18 alle 04.11.20

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