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Il Comune acquista le case dei Canfarotta. Serviranno per recuperare la Maddalena

maddalena
È stato il più grande sequestro di immobili del nord Italia quello effettuato a Genova nel 2014 dalla Direzione Investigativa Antimafia in base alla normativa specifica: 115 tra appartamenti e bassi in via della Maddalena, Macelli di Soziglia, Canneto il Curto e Canneto il Lungo, Prè, San Bernardo, San Luca e, fuori dalla città vecchia, Rivarolo e Cornigliano. Sono attualmente gestiti dall’Agenzia nazionale per i beni confiscati. Ora il Comune vuole acquistarne alcuni a lotti. Saranno scelti tra quelli alla Maddalena e alle Erbe e saranno destinati alle attività specificamente previste dalla legge sui beni confiscati alla criminalità. Gli appartamenti e i bassi tolti ai proprietari, la famiglia Canfarotta giunta a Genova da Palermo: Filippa Lo Re, che nel 2009 (quando furono sequestrati i primi 50 immobili aveva 75 anni), il marito, Benito Canfarotta (all’epoca 70 anni) e il figlio Salvatore. Tutti furono indagano per sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. Un primo sequestro avvenne negli anni ’90, ma dopo una lunga battaglia legale la famiglia riuscì a rientrare in possesso degli immobili e attraverso questi ha contribuito concretamente al degrado della zona della Maddalena, dove il patrimonio immobiliare dei Canfarotta era diventato la centrale della prostituzione. Il secondo tentativo di sequestro è andato a buon fine. A decretarlo, nel 21014, la decisione della Cassazione.
Case e magazzini sequestrati dovranno ora, per legge, essere utilizzati per finalità sociali. Sono quindi destinati ad associazioni di volontariato, onlus legate al mondo della legalità, dell’aiuto agli emarginati, ma anche a strutture giudiziarie che ne facciano richieste, a d esempio case famiglia o comunità per i minori o le donne in pericolo, ma questa è solo un’idea degli usi sociali ai quali potranno essere avviati. Perché il fine sociale potrebbe essere semplicemente quello di sottrarre un quartiere al degrado destinando i magazzini a magazzino per le associazioni, laboratori, servizi per i residenti, commercio, residenziale specialistico (per esempio alloggi per studenti), uffici, albergo diffuso. Così i bassi delle prostitute potranno addirittura contribuire a rinforzare la vocazione turistica della città vecchia.
Fiorini, al termine della riunione della commissione, ha auspicato «un altro incontro a breve, per dare impulso a un processo avviato e per seguirne lo sviluppo, perché purtroppo il processo di restituzione alla comunità dei beni confiscati è complesso, lento e farraginoso. Questo problema non è solo italiano; anzi, dipendendo in gran parte dalla necessità di seguire procedure legali, è comune a tutti gli stati europei».
Una annotazione in calce: nonostante la poderosa operazione della Dia, la zona è rimasta l’epicentro della prostituzione nel centro storico ma, d’altro canto, lo è da cinque secoli, da quando la Repubblica le sfrattò dall’attuale area di via Garibaldi prima di vendere alle famiglie genovesi i lotti di terreno perché potessero costruire le straordinarie dimore di Strada Nuova.

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