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Indiana Jones-Lunardon e la leggenda del sacro gral

lunardon

Di Giovanni Lunardon, consigliere regionale dem, quarantaquattro anni ancora da compiere, ho parlato parecchie volte. Per una fastidiosa quanto tardiva varicella che lo ha costretto a letto e a disertare, qualche mese fa, l’aula del consiglio. Inoltre per il suo amore per le fugassette, come si trattasse una rievocazione proustiana dei bei tempi andati. Poi ancora, per l’ammirazione quasi professionale per un ragazzino canadese di 15 anni che, nonostante la giovane età, e’ riuscito, grazie a Google map, a scoprire una città Maya nello Yukatan. Perché non bisogna dimenticare che il Giova e’ personaggio con un certo amore per l’avventura, come attesta il suo curriculum. Laurea in archeologia medievale e specializzazione in archeologia classica. Come archeologo ha partecipato a numerose campagne di scavo, anche per il ministero dei beni culturali, prima di intraprendere la carriera politica. Segretario provinciale Ds e Pd a Savona, consigliere provinciale dal 1999 al 2009, con prima nomina a soli 29 anni. Dal 2010 vicesegretario regionale del Pd, nel 2012 commissario provinciale e segretario provinciale l’anno successivo, fino al ruolo di segretario regionale, due anni fa. Partecipa alle regionali come capolista sperando che Raffaella Paita, la candidata presidente, abbia la meglio su Giovanni Toti. Va male ad entrambi, perché la Paita non vince e lui entra in consiglio regionale per il rotto della cuffia. Ultimo nella lista degli eletti. Si potrà obiettare su quanto possa essere pericolosa una carriera vissuta, almeno per ora, quasi interamente fra le confortevoli mura del partito. Un uomo imprestato alla politica, forse, con il sogno, vista la successiva grigia carriera, tutta giocata fra burocrazia e ruoli istituzionali, di poter vivere un ‘avventura parallela al mitico Indiana Jones.
Uomo alla perenne ricerca del personale sacro gral, per il quale, evidentemente, il lavoro sotterraneo, oscuro, imboccando e uscendo da meandri e cunicoli, non deve essere nemmeno cosa tanto nuova. È ancora incline ad omaggiare la scoperta o la riscoperta di vecchie mummie, che, probabilmente erano state ritenute scomparse con troppa celerità.
Nonostante la sua risaputa insofferenza per le guerre e guerrette di potere, il nostro Indiana Jones che, subito dopo l’elezione in consiglio regionale, seppur in ultima posizione, era stato sollevato dall’attuale commissario David Ermini, dal suo incarico di segretario regionale dem, proprio ieri si è lasciato attrarre dallo scontro dei lunghi coltelli in atto da qualche tempo nel suo partito.
Il casus belli e’ stato l’ordine del giorno votato nel corso di una assemblea del circolo Pd del centro storico in cui si chiedeva un passo indietro del capogruppo regionale del Pd Raffaella Paita a causa di un’ intercettazione telefonica, venuta fuori nel corso delle indagini sullo scandalo di Lavagna. Intercettazione da cui risulterebbe che la Paita avrebbe chiesto l’aiuto ad un esponente di una lista civica. A presentare la mozione votata pressoché all’unanimità Camillo Bassi, oppositore della candidatura della Paita e uomo di risalto della lista dei 200 che rivendico’ la possibilità di non votarla alle ultime regionali. Uomo storico d’apparato, Bassi, nonostante la presenza come consigliere in Provincia. Il ruolo per il quale ed oggi è’ maggiormente ricordato in città era quello di segretario nazionale della associazione Italia-URSS. Insomma, un pezzo d’apparato messo in pensione dal premier e segretario Matteo Renzi sul quale si era riposizionato la Paita.
La polemica che ne è subito nata ha portato a qualche riposizionamento e spargimento di sangue, anche perché proprio qualche giorno fa era stata la stessa Paita a voler chiarire la sua posizione in ordine alle intercettazioni. Eppero’ Camillo Bassi eccepiva che non vi era abbastanza pentimento. Così un’assemblea che aveva come ordine del giorno il modo per frenare l’emergenza sicurezza e il degrado del centro storico si è trasformata in un processo in contumacia alla Paita, in cui, gioco forza, visti i recenti risultati dei ballottaggi, è montata l’onda giustizialista.
Da lì’ il comunicato della segretaria Michela Fasce e, chissà in che modo, per completezza di informazione, il testo della mozione contro la Paita finito nelle mani dei giornalisti.
A quel punto è iniziato il valzer dei comunicati. Simone Mazzucca, collaboratore e portavoce del combattivo ministro Roberta Pinotti, ancora sotto choc per la debacle della Battaglia a Savona, candidata alla quale aveva dato tutto il suo appoggio, prende educatamente le distanze “Mi dispiace che direttivo del mio circolo, quello del centro storico di Genova, abbia approvato un odg per chiedere le dimissioni dal ruolo di Capogruppo del Pd in Consiglio regionale di Raffaella Paita . Mercoledì ero assente perché il mio lavoro mi ha trattenuto a Roma. Se fossi stato presente non solo non avrei votato quel documento ma avrei cercato di dissuadere i presenti dal porre in votazione un odg presentato estemporaneamente proponendo, magari, un incontro con Raffaella. In una comunità come il Pd si dovrebbe fare così”. Fra le righe si legge la volontà di non aprire in questo momento una querelle fastidiosa sul ruolo della Paita, che porterebbe a sussulti con un impatto troppo forte, vista la volontà di saldare a tutti i costi i conti che trasuda dalla pancia del partito. Tentazione diffusa almeno a giudicare dalle reazioni sui social.
Tanto che il gruppo regionale, per evitare una disastrosa resa dei conti, si schiera in difesa della capogruppo, criticando, fra l’altro la dispersione di notizie. “L’unica vera opposizione a Toti in Consiglio regionale, quest’anno, l’ha fatta il Partito Democratico. E l’ha fatta sempre in modo unitario, grazie anche alla determinazione e all’impulso del suo capogruppo Raffaella Paita. La sua sostituzione non è nell’agenda del gruppo e non viene meno quel clima di fiducia reciproca e di collaborazione che abbiamo instaurato in questi mesi. E’ legittimo che tutti, dentro il Pd, possano esprimersi liberamente e siamo pronti a confrontarci quotidianamente sul nostro lavoro, ma pensiamo altresì che lo si debba fare all’interno degli appositi organi del Partito. Anticipare alla stampa un documento indirizzato alle segreterie provinciale e regionale prima ancora che i due segretari l’abbiano ricevuto è una pratica che non condividiamo sotto il profilo del metodo, perché accelera la discussione estremizzandone i toni. Se si vuol parlare al Partito o ai suoi gruppi consiliari è responsabile farlo nelle sedi deputate. Siamo convinti dell’estraneità di Raffaella Paita rispetto all’inchiesta su Lavagna. I membri del Gruppo auspicano che tutto il Partito Democratico concentri le sue energie in vista delle importanti sfide che ci attendono nei prossimi mesi, dal referendum e alle elezioni comunali che coinvolgeranno Genova e La Spezia e auspichiamo che questo avvenga con uno sforzo unitario da parte di tutti.”
E, attenzione, perché il documento non restituisce al mittente le accuse sulla Paita. Al contrario lascia aperto un piccolo spiraglio, rimandando l’eventuale questione all’interno dei legittimi organi del partito. E poi sul capo della Paita continua a pendere la spada di Damocle della sentenza per le sue responsabilità nella ultima tragica alluvione.
La stessa Paita, comunque, non può fare a meno di intervenire con alcune righe di autodifesa facendo leva soprattutto sul suo lavoro svolto in consiglio regionale, in cui fa riferimento agli errori dovuti alle divisioni del passato. Ma in realtà è una manovra per non essere coinvolta in una successiva resa dei conti. “Magari qualcuno si è chiesto perché non ho parlato delle assurde polemiche di oggi. Ci tengo a chiarire che non ho avuto tempo perché sono molto impegnata a raccogliere le firme per il referendum costituzionale che è la priorità più importante per il Paese. Poi non ho avuto tempo perché il mio impegno lo uso per unire e non dividere, per costruire e non demolire, per discutere e non sputare sentenze. Il gruppo PD spesso in solitudine deve svolgere un impegnativo ruolo di opposizione ad un governo regionale che vuole cementificare i parchi, costruire nuovi centri commerciali, smantellare la sanità pubblica, pagare le spese legali a chi fa eccesso di legittima difesa, aumentare i costi della politica (sono solo alcuni esempi). Quindi sono, siamo aperti ad ogni discussione anche aspra ma solo nelle modalità in cui si rafforzi il PD. Abbiamo già commesso come comunità troppi errori consegnando la regione ad una destra incapace e populista. Ora, se permettete , io costruisco, sorrido, amo i miei compagni di partito e soprattutto cerco di non dividere ma unire sempre. Viva il PD ligure, viva la nostra comunità.
Ps: tutti a raccogliere firme. Schiena dritta e lavorare ( diceva la mia amata nonna! Avevo due nonne : una comunista e una democristiana )”.
Cosi la capogruppo dem riscuote su altre bacheche attestati di consenso. Giuliano Arnaldi interviene direttamente sulla pagina di Lunardon “L’attacco a Lella Paita è inopportuno e oscuro: inopportuno perché non ha senso coinvolgerla in un fatto specifico che obiettivamente non ha alcuna rilevanza neanche sul piano dell’opportunità politica, oscuro perché puzza di manovra pre elettorale in vista delle elezioni a Genova. Direi che mentre Lella ha davvero poca responsabilità personale anche rispetto alla sconfitta alle regionali ( se non quella di avere ascoltato i “guru” sbagliati…) i colonnelli “Paitiani” e “Cofferatiani” ne hanno di enormi, e continuano a navigare sott’acqua. Tacessero, finalmente, tutti quanti! e la finissero di fare “caminetti” anche perché a forza di caminetti hanno bruciato il Pd. E poi, incidentalmente, c’è anche un Pd che vince e ha portato a casa un gran risultato anche alle regionali: continueremo a tenerlo in panchina?”.
Rispuntano, insomma, i caminetti, più fumosi dei salotti. Siti per lobbysti di cui parlava a suo tempo l’unico candidato alle primarie che abbia avuto la volontà e la forza di metterci la faccia. Con il risultato di sconvolgere astruse, oscure e attendiste pretattiche da spogliatoio per celare piani in cui come tessere del domino gli incastri, una volta superato, in un modo o nell’altro, l’handicap del referendum costituzionale, sarebbero già stati tutti predeterminati. Simone Regazzoni, filosofo, che paga il fatto di essere stato nella sconfitta lo spin doctor della Paita, e’ entrato a gamba tesa con l’ effetto di un elefante nel laboratorio-cristalleria in cui i vecchi saggi, che continuano a fare il buono e il cattivo tempo, avrebbero già predisposto tutto a puntino. Nell’un caso è nell’altro. Attendendo che Renzi ne esca rafforzato o indebolito.
E il messaggio arriva forte e chiaro dall’uomo dei meandri e dei cunicoli, quello che ambiva, per titolo di studio, a occuparsi di mummie e sarcofaghi. Il nostro Indiana Jones per distrazione, o per amor di avventura, oppure, addirittura, per scimmiottare tracotanze lontane, salva, almeno momentaneamente la Paita e svela chi è il vero destinatario dell’operazione bonifica lanciata con precisione certosina dal reduce da scontri epici, dai tempi di Peppone e don Camillo. Battaglie da guerra fredda.
Lunardon scrive sulla sua pagina facebook “Per chiarezza: non sono d’accordo ad aprire la discussione sul capogruppo in Regione. Per due ragioni: perché in questi mesi difficili abbiamo lavorato unitariamente e la coesione tra di noi e’ l’unico punto di forza che abbiamo la dentro; perché non trovo utile tornare con le lancette dell’orologio indietro di un anno riprecipitando il partito in un clima di divisione che non rappresenta un buon viatico per il referendum e le prossime comunali. Si discuta e a lungo nel partito dell’indirizzo del gruppo, del passato e del futuro. Noi ci siamo e non ci sottrarremo anche alle critiche più severe che sono sempre ben accette se costruttive.
Detto questo nessuno tocchi Camillo Bassi. Il suo rigore morale e intellettuale e’ sempre stato da sprone per ciascuno di noi. Il suo pensiero può piacere o no ma va rispettato e semmai sia stimolo per il nostro miglioramento”. Poi affonda
“Magari piuttosto togliamo dal tavolo candidati presunti di primarie che sono ancora da convocare. Se non ripetessimo schemi che in passato non ci hanno portato fortuna sarebbe già un buon inizio”.
Ecco quindi l’avvertimento esplicito al vero destinatario di tutte le grandi manovre del Pd. Non era la Paita la vittima sacrificale. Anche se nei suoi confronti e’ esplicito il ricatto che passa attraverso la sua posizione ancora fortemente in in bilico, soprattutto per la vicenda delle sue responsabilità per la alluvione. È comunque la mozione di Bassi pende ancora sul suo capo, dal momento che saranno gli organismi dirigenti del Pd ad occuparsene.
Regazzoni reagisce istantaneamente “Lunardon e’ tra i responsabili della sconfitta alle regionali. Sarebbe forse più credibile se contenesse la sua pulsione a dare piccole lezioni di politica spicciola” e ancora “Da questo gruppo dirigente non si accettano lezioni. O li cambiamo e mettiamo fine alle segreterie ombra o continuiamo a perdere”. Francesco Gastaldi attacca direttamente Indiana Jones “Solo regionali? Dalle provinciali di Savona in poi potremmo fare un lungo elenco”.
Ecco l’obiettivo primario era il filosofo Regazzoni, quello che ha osato cercare di scardinare una sorta di sistema occulto in cui sono sempre i vecchi, nell’ombra, a decidere che cosa spetti alle nuove generazioni e, eventualmente a gratificare i protagonisti meno in età. È lui la vittima sacrificale,,il granello di sabbia, che inceppa il meccanismo oliato. È lui che ha sfidato il sistema che occorre asportare ed eliminare. Ognuno cerca in premio il suo sacro gral, la coppa con la quale Gesù celebro l’ultima cena e nella quale Giuseppe D’Arimatea raccolse il suo sangue dopo la crocifissione. E Lunardon che una volta scrisse querulo sulla sua pagina facebook “Preferisco la peggiore e più feroce delle nostre direzioni ad una assemblea di condominio” sembrerebbe aver cambiato idea. Ma, da sempre, il problema di molti politici e’ soprattutto quello di garantirsi un personale futuro agevole, scegliendo di pagare dazio a quelli che da tempo, badando a non esporsi troppo, hanno interesse a frenare il rinnovamento. È già accaduto e succederà ancora.

Il Max Turbatore

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