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Regione e piano del commercio, Pd e Rete a sinistra: “Dimenticata la viabilità”

La revisione della legge regionale, improntata alla massima apertura alla grande distribuzione, non è supportata, almeno per il momento, da uno studio completo come aveva invece sostenuto la giunta. Mancano le analisi su tre parametri: dissesto idrogeologico, qualità dell’aria e traffico. Proprio su questo potrebbe incagliarsi l’intenzione della giunta Toti di far calare sulla Liguria i grandi gruppi della distribuzione organizzata

<Prima la Giunta ha individuato 15 aree in tutta la Liguria in cui insediare, a sua scelta insindacabile, la grande distribuzione, senza consultare i Comuni e talvolta confliggendo persino con i loro piani urbanistici. Poi si è difesa sostenendo che questa selezione si basava su alcuni criteri codificati da uno studio commissionato all’Istituto Tagliacarne. Ma oggi scopriamo che quello stesso studio, al momento, risulta ancora incompleto, visto che dei tre parametri scelti dall’Istituto per valutare l’idoneità dei siti, la parte su accessibilità e mobilità – a cui si aggiungono altri due indicatori su dissesto idrogeologico e qualità dell’aria – non è pronta. In poche parole: prima ancora che l’Istituto Tagliacarne fornisse alla Giunta tutti gli elementi necessari per individuare dove sistemare la grande distribuzione, la maggioranza aveva già preso la sua decisione, inserendo nella legge i 15 siti prescelti> lo dicono i consiglieri regionali Pd Giovanni Lunardon e Juri Michelucci.
<Ma allora la norma non si avvale della competenza e della garanzia dell’Istituto Tagliacarne come ci ha voluto far credere Rixi fino a questo momento – continuano i consiglieri Pd -. Insomma: abbiamo scherzato. Senza contare che a quest’ennesimo pasticcio, si aggiungono anche i tratti di incostituzionalità che avevamo già segnalato nelle scorse settimane.  A questo punto per uscire da questo vicolo cieco noi intravvediamo due possibilità: o la Giunta trasforma la legge in un provvedimento amministrativo, che consentirebbe di utilizzare lo strumento della Vas, tenendo conto delle indicazioni contenute nei Puc e nei piani commerciali dei Comuni, peraltro approvati dalla Regione; oppure se si vuole mantenere lo strumento della legge si stralcino i siti e si individuino criteri stringenti, che garantiscano la migliore regolazione di concerto con i Comuni e con le parti sociali. Noi siamo a disposizione per una legge condivisa e veramente efficace, che consenta un equilibrio sostenibile tra grande distribuzione e piccolo commercio, tra qualità della vita e del lavoro e principio di libera concorrenza>.
Queste obiezioni si aggiungono a quelle di Gianni Pastorino di Rete a Sinistra che il 30 giugno, dopo la commissione consiliare, in seguito all’audizione delle associazioni di categoria che avevano espresso forti preoccupazioni sul provvedimento, aveva detto di condividere le preoccupazioni di commercianti e artigiani. <Se da un lato è positivo che la Regione si riappropri del potere programmatorio sulle aree da destinare alla grande distribuzione – aveva commentato il consigliere -, dall’altro è evidente che il Ddl in votazione a fine mese presenta molte lacune: dati carenti, mancano studi sulla viabilità delle zone indicate, la vivibilità delle zone medesime è messa in secondo piano. Insomma: il testo non sembra molto calato nella realtà. Tutto questo ci lascia alquanto perplessi».
Gli scenari futuri, quindi, sono ancora tutti da studiare. «Facciamo un esempio su Genova: ci immaginiamo cosa significa destinare la zona di via Piave a un nuovo centro commerciale? Anzitutto significa dirottare lì un numero esorbitante di Tir per l’approvvigionamento delle merci – spiega Pastorino -; tantissimi camion che attraverserebbero la città, scendendo dai caselli di Sampierdarena, Staglieno o Nervi».
«Il paradosso è che questo provvedimento coincide con una fase di contrazione nel giro d’affari della grande distribuzione – aveva detto Pastorino -. Peraltro non si comprende per quale motivo si dovrebbero autorizzare nuove concessioni a questi soggetti economici che, com’è noto, contribuiscono a produrre la desertificazione del commercio di prossimità. Ci lamentiamo perché chiudono le botteghe e poi autorizziamo nuovi centri commerciali: che senso ha?». La storia locale non è priva di quei precedenti che dovrebbero insegnare qualcosa. «Ancora stamattina in commissione ricordavamo l’esempio della Fiumara: poteva essere adibita a zona retro-portuale, con enormi vantaggi economici per il Porto di Genova, e invece si è preferito costruire il centro commerciale; che sicuramente non può essere considerato un “caso di successo” – aveva, infine, concluso il consigliere di Rete a Sinistra -. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: problemi alla viabilità, impoverimento del tessuto economico circostante, disagio sociale in crescita. Non di rado gli stessi esercenti dello shopping center preferiscono chiudere e andarsene: qualcosa vorrà pur dire».

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