Quella febbre da autocelebrazione

vento

Hanno spento la prima candelina a refoli di slide. Come tanti bravi manager di un’azienda in salute. Autocompiacendosi, autocelebrandosi per i risultati raggiunti dopo appena un anno da quel fatidico 31 maggio in cui il centro sinistra in Liguria si era risvegliato cornuto e mazziato. E ognuno lo ha fatto a modo suo. Il governatore Giovanni Toti di slide ne ha postate, sulla sua pagina social, una decina per convincerci, per convincersi, che il vento e’ cambiato per davvero. Lo ha fatto, ancora una volta, suonando la grancassa della propaganda a suon di comparsate. Marco Scajola ha preferito un collage di foto in cui compare abbracciato all’artefice della vittoria, Giovanni Toti. Il consigliere leghista Stefania Pucciarelli ha rilanciato condividendo la foto del vicepresidente Sonia Viale, anche lei del carroccio, intenta, un anno fa, a imbucare la sua scheda elettorale. L’assessore Giacomo Raul Giampedrone, della combriccola uno dei più restii al culto della personalità, si è limitato a una foto di gruppo di quello storica serata. L’assessore Ilaria Cavo fa notizia in mezzo a tanta banalità andando addirittura controcorrente, e scordandosi, o facendo solo finta, della ricorrenza. Il capogruppo dem Raffaella Paita, che rosica giusto da un anno, per contro ha cercato rivincite gelandoli “Una conferenza stampa per dire che hanno perso un anno”, il guardasigilli Andrea Orlando stupito e lapidario osserva “un anno? Non ce ne siamo accorti”. E i Cinquestelle celiando se la cavano con una battuta  “Una bella favola”.
Perché la politica, in questa settimana di vigilia di amministrative e’ soprattutto proclami. Opere portate a termine, per la verità poche, opere iniziate, opere in potenza che potrebbero essere e quasi certamente non saranno. Bloccate dai veti incrociati, dai finanziamenti ridotti all’osso, da quelli persi per le pastoie burocratiche. Come le tante annunciate che attendono nel cassetto. Con tanto di gaffe per di interventi finanziati dalla precedente giunta e taglio di nastri dei successivi amministratori. E, ancora, rulli di tamburo, per le annunciate rivoluzioni copernicane per i settori che languono e che già hanno incontrato lo scetticismo dei sindacati, o magari, uno stentato assenso da parte di chi si prepara a boicottarle. Piano casa e sanità su tutti, di cui si sono già gloriati gli assessori competenti prima di poter presentare, oltre alle slide, un effettivo e certificato cambio di rotta che conforti cittadini ed assistiti. Il tutto con la perenne giustificazione del disastro ereditato dai precedenti amministratori, alcuni dei quali, dall’altra parte della barricata, oltre a rosicare, cercano di intralciare, di gettare sabbia nel motore, sempre che ce ne sia reale bisogno. Potere dell’alternanza. Con immagini già viste al termine della giunta Biasotti e puntualmente replicate, a parti invertite, in questi dodici mesi.
Ognuno, insomma, ben attento a recitare, da par suo, il ruolo in commedia nel gioco delle parti. In un mondo social dove ogni post dura ormai, purtroppo, il tempo di un sospiro. E di memoria non sempre c’è traccia.
O forse gli unici ad averne ancora un barlume restano gli elettori illusi e poi traditi. Mentre i politici accusano di volta in volta i diretti dirimpettai di immobilismo se non di disfattismo, riuscendo in qualche modo a giustificare la loro propensione agli annunci che non possono avere seguito. E non parlo soltanto del maxi schermo di De Ferrari, per il quale forse sarebbe bastato ricercare un senso di condivisione per un fine comune, prima di proclamare la soluzione di tanti problemi. Forse sarebbe stato sufficiente mettersi a un tavolo, Comune e Regione, fugando i dubbi, prima di lanciare una iniziativa che rischia di abortire appena qualche giorno dopo l’ennesimo annuncio. Magari anche accettando di dividersi i meriti, al fine di rassicurare i cittadini sbigottiti di fronte a tanta litigiosità.
A parti invertite lo stesso, identico stupore provato per la marcia indietro del sindaco Marco Doria sulla Gronda. Con un atteggiamento che può trovare uno straccio di motivazione soltanto nel desiderio del nostro primo cittadino di riposizionarsi dopo la paura vissuta nelle sedute di presentazione e votazione del bilancio consuntivo. Più interessi personali, in definitiva, che desiderio di agevolare la collettività. Il che introduce al discorso del ruolo del sindaco o del presidente della Regione che dovrebbero comunque dimostrare di essere super partes e non ostaggio di partiti e di maggioranze, fra l’altro, in continua evoluzione. Sono in attesa, per esempio, di conoscere quali saranno le prese di posizione e le eventuali sanzioni comminate dai maggiorenti del Pdl nei confronti del consigliere comunale forzista Guido Grillo, che con il suo voto ha salvato capra e cavoli. Anche in quel caso, almeno sino ad ora, ci si è limitati agli annunci e ai proclami. Poi più nulla.
Per contraddire, comunque proprio quella massima, oggi mai cosi effimera… “fatti non parole” che il Berlusconi del 1994  e quello del famigerato contratto con gli italiani aveva fatto sua prima di incappare nella pantomima delle feste di Arcore, delle Olgettine e di Ruby, che lo aveva portato, evidentemente ad equivocare sulla prima vocale del verbo. Finendo per smentire, almeno in quel caso, il celebre proverbio napoletano che spiega, in modo mai troppo diretto, come comandare sia meglio che fottere. Lui, mai sazio, perfezionista ed efficiente, cercava di fare le due cose in contemporanea. E alla fine a subire l’ego smisurato dei nostri protagonisti e il trastullo che ha che fare con il proverbio napoletano, terga al vento, ci siamo rimasti proprio noi.
A futura e perenne memoria valga la  massima di John Selden, politico inglese del seicento: quelli che comandano di più sono quelli che fanno meno rumore. Raccomandazione, probabilmente sconosciuta alla gran parte dei nostri politici, così compresi di se stessi da essere il più delle volte involontari speaker del nulla.
Il Max Turbatore

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