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I dodici Palazzi dei Rolli che oggi non vedrete, la zona di Platealonga (San Bernardo)

Sono dodici e oggi non li vedrete. Sono quasi tutti abitazioni private, divisi in appartamento, qualche volta anche molto degradati. Alcuni sono stati bombardati e ricostruiti durante la seconda guerra mondiale, uno è stato parzialmente demolito in tempi antichi per punire la famiglia De Marini di aver congiurato contro la Repubblica. Sono i palazzi dei Rolli di Piazzalunga o Platealonga, cioè via di San Bernardo. È un vero peccato, perché includerli nella visita consentirebbe di far conoscere a genovesi e turisti una delle zone più antiche della città che fino a qualche decennio fa era pienissima di negozi, come Canneto il Lungo e Canneto il Curto e oggi invece ospita quasi esclusivamente pubblici esercizi e artigiani alimentari, gli stessi che sono all’orgine della movida, per la zona, così com’è,  più un danno che un valore.
Eppure via San Bernardo e zone limitrofe sono rimaste quartiere, la gente si conosce tutta. Il tessuto sociale non è stato snaturato. Forse il fatto che i palazzi siano privati e condominiali non aiuta, però sembra un paradosso che tra questi, sigillati a ogni edizione dei Rolli Days, ci sia anche quello dove abita il presidente dell’associazione comparso in questi giorni anche in diverse interviste televisive. La zona chiede con forza di essere inserita nelle prossime edizioni della manifestazione. Sarebbe davvero molto utile per fare conoscere questa bellissima zona, tra piazza delle Erbe e San Giorgio e sotto la collina del Castello, col convento di Santa Maria di Castello.

I palazzi sono, appunto, 12 (anzi, 11 perché uno è stato completamente demolito e al suo posto è stato costruito un edificio con appartamenti da affittare) e di alcuni conosciamo anche il primo proprietario. Compaiono sui rolli tra il 1576 e il 1664. Sono quelli di piazza Embriaci 5 (fatto costruire da Giulio Sale, su cui si innesta la torre detta “degli Embriaci”, anche se in realtà non è così), piazza Grillo Cattaneo 1 (Lorenzo Cattaneo), piazza San Bernardo 26 (Agostino e Giacomo Salvago), piazza San Donato 22 (Paolo De Benedetti), piazza San Donato 23, salita Pollaioli 12 (Agostino e Benedetto Viale ), via di San Donato 14, via San Bernardo 17, Via San Bernardo 19  (Marc’Antonio Sauli), via San Bernardo 21, via San Bernardo 8, vico Vegetti 2.

Ecco come racconta i palazzi il professor Ennio Poleggi, lo “scopritore” dei rolli, nel suo “Atlante dei Palazzi Genovesi “

Lasciata la nobile apparenza dei palazzi di Canneto proprietà di grandi schiatte curiali, si scopre stupiti la dimora medievale di un eroe duecentesco come Benedetto Zaccaria che, se pure chiusa nel palazzo di Marc’Antonio Sauli (via di San Bernardo, 19), evoca con forza una cultura cittadina cosmopolita, impegnata fra Medioevo ed età moderna a progettare e a ricucire grandi operazioni di guerra o di pace fra Costantinopoli, Southampton e Anversa. Piazzalunga, maggiore asse di penetrazione della città del X secolo, raggiungeva il mercato di San Giorgio e il primo porto del Mandraccio sul versante più a monte di Canneto, mostrando con anticipo i problemi posti alle maestranze lombarde da una città arrampicata sulla collina di Castello (circa 50 metri s.l.m.). Sotto questo fulcro della potenza militare e commerciale degli Embriaci e dei De Castro, stettero a lungo Salvago, Zaccaria, Baxiadonne e Cattaneo sino a che, mutati i tempi, i nobili di vecchia e nuova ricchezza non abbandonarono un’area ormai emarginata e popolare per mostrarsi altrove, anzi meglio in Strada Nuova, come accadde per i Brignole e i Salvago.

 

Ecco come il professor Poleggi descrive i palazzi

Piazza Embriaci 5

piazza embriaci
Originariamente identificato come domus con torre della famiglia Embriaci, il palazzo venne ceduto ai Cattaneo (1514) quando il ceppo originario, mitico erede delle imprese crociate, non aveva più l’autorevolezza di Guglielmo Embriaci conquistatore di Gerusalemme.
Nel 1583 viene acquistato da Giulio Sale che lo ristruttura due anni dopo, secondo i canoni contemporanei. Nel 1606 si rende necessario un intervento per formare un’ala su via Mascherona.
Dopo il 1607 il palazzo passa a Gio. Francesco Brignole I (doge nel 1635 – 1637) che vi apporta le trasformazioni leggibili nella fisionomia attuale.
Oltre ad una quadratura esterna, di cui rimangono pochi segni, vi sarebbero ancora affreschi attribuiti ad Andrea Ansaldo “Sansone e Dalila”, “Sansone abbatte il Tempio”, “Ester dinnanzi ad Assuero”.
Nel 1616 si verifica il primo intervento di sopraelevazione, a partire dal 1680 inizia il progressivo declino della costruzione che rimane ai Brignole Sale fino al 1869, anno in cui passa ai Melzi d’Eril.
Dell’impianto originario sono tuttora visibili l’atrio di ingresso con volta a padiglione lunettato al piano terra e lo scalone voltato a crociera che conduce al piano nobile.
L’elemento più monumentale è la torre del XII secolo, che ha subito interventi di accorpamento in epoca cinquecentesca, lavori di restauro nel 1926 (Orlando Grosso) e anche bruciature di saette, pur essendo fra le poche, molto connotate politicamente, salvate dai periodici cambi di governo.
Oggi il palazzo, posto sulla collina di Castello, risulta frazionato in numerose unità abitative.

Piazza Grillo Cattaneo 1

grillo cattaneo
Viene costruito su preesistenze medievali nei primi anni del Cinquecento per volontà di Lorenzo Cattaneo, ricco commerciante e imprenditore che nello stesso periodo fa sistemare la villa di Terralba (oggi Villa Imperiale) per accogliervi Luigi XII re di Francia.
La traccia più evidente giusta fino a noi di questo intervento è costituito dal portale d’accesso al palazzo realizzato da Antonio della Porta nel 1504. E’ stata invece completamente distrutta durante la seconda guerra mondiale la loggia collocata a livello del piano nobile tra vico del Fumo e vico San Giorgio, molto simile alla loggia ancora esistente della villa di Terralba.
Nella seconda metà del Cinquecento è dimora del doge Leonardo Cattaneo. Nel 1622 Leonardo Grillo Cattaneo commissiona il rinnovo dell’atrio, sotto le proprietà Gavotti e Lagorio si avvia il processo di trasformazione da palazzo nobiliare a casa ad appartamenti.
Il portale
30 aprile 1505, tarda mattinata in casa del nobile Lorenzo Cattaneo, il magister marmororum Antonio della Porta detto il Tamagnino si impegna a costruire due portali in marmo per abbellire il palazzo Cattaneo in S. Bernardo, il primo destinato all’ingresso della domus e il secondo, all’interno, per accedere alla sala superiore, la caminata.
L’accordo prevede anche la presentazione di disegni preparatori a cui il Tamagnino deve attenersi, rispettando le clausole del contratto rogato davanti al notaio Geronimo Loggia.
Lorenzo Cattaneo era un mercante colto, impegnato politicamente come console dei Portoghesi a Genova e inoltre talmente in vista da ospitare, nella proprio villa di Terralba – ora Villa Imperiale a San Fruttuoso – il re di Francia Luigi XII durante la sua permanenza in citt? avvenuta nel 1502.
L’opera rispecchia l’originalità del Cattaneo, sicuramente un unicum in ambito genovese sia per l’importanza del committente che per l’originalità della struttura e della decorazione: due “portali” sovrapposti, interrotti da capitelli posti ai due terzi dell’altezza che creano una struttura tridimensionale a cui si aggiunge una decorazione fortemente simbolica. Le armi all’antica, a sinistra, rimandano e si contrappongono a quelle “moderne”, “alla lombrada”, poste sul lato destro cos? come alla conclusione dei plastici rilievi degli stipiti inferiori, un cesto di frutta, emblema della carità come “amor proximi”, si rispecchia nel pellicano simbolo dell'”amor Dei”. La lettura simbolica continua ancora nelle immagini scolpite sui due dadi ai lati dell’architrave: il liocorno cavalcato da una figura maschile e il leone che sorregge una figura femminile, entrambi simboli alchemici del mercurio ma probabilmente interpretabili in chiave cristiana come allusioni a Cristo.
Infine, nel XVII secolo, al portale venne aggiunto il fastigio marmoreo recante il monogramma mariano, con i due angioletti che sorreggono l’arma della famiglia.

San Bernardo 26

via san bernardo 26
Costruito nel 1532 per Agostino e Giacomo Salvago sul sito della “curia” medievale della famiglia Stregiaporco e sul sedime dell’edificio che la Gabella del 1414 assegna a Marco Salvago, il palazzo costituisce la sede di rappresentanza dell'”albergo” sino al 1637, quando si affida a Bartolomeo Bianco una diversa collocazione della casa esistente al numero civico 1 di Vico Vegetti.
L’edificio a blocco, opera dell’architetto Domenico Caranca, già autore del progetto per il Palazzo Arcivescovile, si rinnova nel 1550 con Ottavio Semino che, sulla facciata principale esegue gli affreschi, poi cancellati con il restauro del 1937, che scoprì fasce bicrome e archetti trilobati medievali dietro le ultime porzioni di intonaco.
Ciò che resta oggi esternamente è il portale di Giacomo Della Porta e Nicolò da Corte; le due statue in marmo del timpano raffigurano due uomini selvaggi appoggiati su leoni come simbolo della famiglia Salvago, la cui arme venne distrutta nel 1797 dal governo rivoluzionario provvisorio.
Rimasto sempre legato a propriet? unitarie, come i nobili Cicala e i “borghesi” Olcese, il palazzo ? stato restaurato di recente.

Piazza San Donato 21

san donato 21
Si hanno le prime notizie del palazzo con l’iscrizione nei rolli a nome di Paolo De Benedetti.
Il secolo XVII portando con sè crisi di grave entità induce a scelte obbligate una parte della nobilt? cittadina; il manufatto passa dalla funzione di residenza nobiliare a sede del monastero di San Bernardo, che doveva essersi distribuito in altri edifici contigui.
Il complesso attuale risulta formato da tre corpi uniti in tempi successivi, mentre uno solo di essi corrisponderebbe al manufatto iscritto nei rolli, anche se non è possibile distinguerne chiaramente i caratteri.
Il corpo su piazza San Donato ha subito una manutenzione recente delle parti comuni, dell’assetto originario, tardoquattrocentesco, mantiene soltanto la prima rampa di scale, il ballatoio voltato a crocera con peducci in pietra e il portale di ingresso in pietra nera mentre l’atrio appare tramezzato da tempo a bottega.

Piazza San Donato 23

san donato 23
Dimora dei grandi patrons della parrocchiale, l’architettura cinquecentesca è oggi nascosta da una imponente sopraelevazione del secondo Ottocento.

Salita Pollaiuoli 12

pollaiuoli 12
Eretto su preesistenze risalenti al XIII secolo, immediatamente a ridosso della cortina edilizia che separava la strada di Canneto da piazza Nuova (oggi piazza Matteotti) forse già ad opera della famiglia Torre, il palazzo viene quasi completamente ricostruito da Paride Monteborgo sul finire del XVI secolo e gode ancora di una posizione invidiabile per il suo carattere di “indipendenza” dal tessuto edilizio circostante.
Incluso nell’elenco dei edifici “tralasciati per essere piccoli” come appartenente a Stefano Torre e Augusto Viale la sua attuale configurazione, dato il nuovo impianto prospettico ottenuto con l’ampliamento della piazza dei Gioardi (1669, oggi Piazza Pollaiuoli).
A questo intervento di generale ricomposizione dello stabile si deve la collocazione delle attivit? commerciali nella zona basamentale, un’operazione che implica il completo rifacimento dello scalone di accesso, recentemente messo in risalto da un restauro conservativo che evidenzia anche il fastigio del portale settecentesco.

Via San Donato 14

via san donato 14
Conserva ancora molti segni materiali dell’impianto cinquecentesco, esterni e interni.
Sulla facciata un’epigrafe del XV secolo che ricorda la loggia della “vicinia” di San Doanto.

Via San Bernardo 17 – il rollo scomparso

Nonostante la misura nobiliare che, dopo l’abbandono della proprietà originaria, lo aveva destinato a circolo (il “Festone dei Giustiniani”) fu demolito totalmente attorno al 1850 per edificarvi una casa d’affitto “moderna”, con altra scala a monte (piazza Embriaci 4).
Pochi resti della decorazione architettonica monumentale vennero depositati nel Museo di Sant’Agostino, mentre scomparve una “Galatea che esce dalle Acque” di Valerio Castello.

Via San Bernardo 19

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Marcantonio Sauli (1523 – 1618), religioso e diplomatico, lo costruisce nella seconda metò del XVI secolo su preesistenze medievali degli Zaccaria: una famiglia di grande ruolo nel mediterraneo medievale, in cui spicca esemplare la vita avventurosa e cosmopolita di Benedetto Soprani, nella lunga narrazione della vita di Marcantonio, cui dedica il libro, afferma che nel palazzo “fu trovata l’insigne reliquia della Vera Croce”, cioè della croce bisantina portata dagli Zaccaria a Genova, oggi custodita nel Tesoro della Cattedrale, con cui si benediceva il doge dopo l’elezione.
Presente nei rolli dal 1588 raggiunge la prima categoria nel 1614, a nome di Paolo Sauli, nipote di Marcantonio e senatore della Repubblica.
La rifusione di lotti medievali attorno al cortile ha dato origine a un palazzo notevole nelle dimensioni, anche se privo di uniformità nell’insieme. La soluzione è lontana dalle audacie architettoniche di Strada Nuova, ma la successione cinquecentesca atrio/cortile / scala si appoggia a un tessuto ancora rado e alla capacit? tecnica di maestranze che individuano nella scala e nel cortile, poi abbellito con una statua di “Venere anfitrite”, soluzioni originali di collegamento orizzontale e verticale.
Tracce medievali (secolo XIII) sono ancora presenti in facciata: i conci in pietra nera e marmo, gli archetti ogivali pensili, le polifore tamponate al primo piano, l’arco a sesto ribassato oltre alla bifora gotica in marmo bianco al piano terra.
A partire dal secolo XVIII il palazzo, di proprietà Scaglia, viene locato a membri di famiglie nobili tra cui Gio. Batta Negrone (doge nel 1769 – 1771) ma anche a intellettuali come Oderico e il dottor Mongiardini, primo teorico dell’ospedale antimiasmiatico.
A fine secolo, con la nuova proprietà degli armatori camogliesi Schiaffino, diviene sede del Tribunale di Commercio.

Via San Bernardo 21

PalazzoGiustiniani(Genova)
Il palazzo si affaccia su uno storico crocevia di Piazzalunga, elemento di divisione tra l’area caratterizzata da edifici religiosi e quella più densamente costruita della città vecchia, ubicato su un lotto posto ai piedi della collina di Castello, primo insediamento genovese.
Le prime notizie risalgono al secolo XIV, quando il “sito” risulta citato, insieme ad altri immobili come l’adiacente numero civico 19, nella lista dei beni delle famiglie Sauli e Giustiniani.
Viene inserito per la prima volta nel rollo del 1599, oltre che nel 1664, come propriet? di Alessandro Giustiniani: ? uno dei sette palazzi rimasti, dei dodici della via adibiti ad un servizio cos? onorifico come gli “alloggiamenti pubblici”.
Oggi è individuato da due corpi edilizi, per l’aggiunta di un elemtno in tempi posteriori alla costruzione, dove l’originario presenta al piano nobile una loggia balaustrata di ordine ionico che si apre su un piccolo cortile interno.
Al piano terreno sono ancora visibili due colonne binate in marmo bianco che documentano l’impianto originario dell’atrio e della scala.
Il portale esterno, in marmo bianco, è configurato da lesene e telamoni di grande rilievo, con una cifra espressiva vicina a Taddeo Carlone.

Via San Bernardo 8
via san bernardo 8

Ristrutturato dopo l’ultimo conflitto in casa d’affitto, conserva all’interno la rampa di attacco della scala originaria e, all’esterno, tracce di un portico medievale, uno squisito portale quattrocentesco e una quadratura architettonica ad affresco sul prospetto sud.

 

Vico Vegetti 2

vio vegetti

Fu demolito dalla Repubblica a parziale pena di De Marini, colpevole di congiura; sostituito nel 1627 da una chiesa dedicata a San Bernardo e progettata da Francesco de Novi, di cui rimane parte del campanile, con monastero nel retrostante palazzo De Benedetti (vedi anche Piazza San Donato 21), contiguo alla casa di via San Bernardo 29 (extra rolli, già di Sarvago Salvaghi).
La chiesa fu poi espropriata, sede di Scuola di Carità (1846), infine trasformata in scuola elementare e (oggi) in scuola media.

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