Marco Doria, ovvero il Marchese del Grillo
Mi sono forzatamente tenuto al di fuori della mischia sino ai giorni scorsi, mentre fioccavano i tweet che chiedevano la testa del nostro sindaco Marco Doria. Ricordo che già qualche mese fa aveva posto il problema il capogruppo Pd del consiglio regionale Raffaella Paita, sollecitato da quello che fu il suo portavoce durante la campagna elettorale, il professor Simone Regazzoni. Sino a creare un incidente diplomatico con il segretario provinciale Alessandro Terrile, con tanto di intervento esterno sulle eventuali primarie, di Pippo Rossetti e del desaparecido Claudio Burlando, in vista dell’indicazione del successore.
Non che l’argomento non fosse già gravido, ma mi interessava capire come sarebbe andata a finire. Proporio per rendermi conto dell’esatto punto sino a cui è arrivata la degenerazione della nostra classe politica. E, in particolare, se la presunta onesta’ di cui si è parlato a più riprese come dote fondante del nostro sindaco, fosse in definitiva solo una immagine di maniera e non riuscisse a sconfinare nella onesta’ intellettuale che rende diverse, purtroppo, le persone oneste da quelle faziose. E io metto tra queste ultime la categoria, per nulla rara, anzi, piuttosto estesa, di quelli che fanno prevalere il proprio interesse personale rispetto a quello della collettività. Perché non è poi sempre il rubare che rende disonesti, quanto i presupposti.
E ieri ho avuto la risposta che cercavo. Purtroppo proprio quella che mi aspettavo. In un cortocircuito in cui si sono innestati tutti gli interessi di parte. Piccoli interessi personali liberati sino a cementarsi nella farsa finale di tenere in sella un sindaco già ampiamente delegittimato. Ma nella sala rossa le miserie umane si sono saldate e Marco Doria si è salvato per il rotto della cuffia. Mi sarei aspettatato un gesto nobile da parte dell’esponente di un casato che ha fatto la storia della nostra città. Un colpo a sorpresa, un segnale di riscossa, con Doria che dopo la votazione che gli ha dato ragione avesse rassegnato le proprie dimissioni, giudicando, magari, non ricevibili alcuni voti che lo hanno salvato, e immotivate le ragioni politiche, di facciata, espresse dai suoi improbabili sostenitori dell’ultima ora. Invece per ironia della sorte mi è sembrata una scena già vista in un film di Mario Monicelli in cui Alberto Sordi nei panni del marchese Onofrio del Grillo, salvato dalle galere pontificie in virtù dell’appartenenza alla nobile casata si rivolgeva ai suoi compagni di cella, che ivi sarebbero restati, dicendo “Ah, mi dispiace, ma io so’ io… E voi non siete un cazzo”. Facendo così presumere in un senso della giustizia diverso, se applicato ad un esponente di una nobile casata o ad un comune mortale. Ma allora si era nella Roma papalina in cui i nobili erano parenti dei pontefici. Comunque, per ironia della sorte, proprio in virtù dell’identità del suo salvatore, il consigliere del PdL GuidoGrillo, da domani il sindaco Doria potrà tranquillamente venire etichettato come il Marchese del Grillo.
Non che l’argomento non fosse già gravido, ma mi interessava capire come sarebbe andata a finire. Proporio per rendermi conto dell’esatto punto sino a cui è arrivata la degenerazione della nostra classe politica. E, in particolare, se la presunta onesta’ di cui si è parlato a più riprese come dote fondante del nostro sindaco, fosse in definitiva solo una immagine di maniera e non riuscisse a sconfinare nella onesta’ intellettuale che rende diverse, purtroppo, le persone oneste da quelle faziose. E io metto tra queste ultime la categoria, per nulla rara, anzi, piuttosto estesa, di quelli che fanno prevalere il proprio interesse personale rispetto a quello della collettività. Perché non è poi sempre il rubare che rende disonesti, quanto i presupposti.
E ieri ho avuto la risposta che cercavo. Purtroppo proprio quella che mi aspettavo. In un cortocircuito in cui si sono innestati tutti gli interessi di parte. Piccoli interessi personali liberati sino a cementarsi nella farsa finale di tenere in sella un sindaco già ampiamente delegittimato. Ma nella sala rossa le miserie umane si sono saldate e Marco Doria si è salvato per il rotto della cuffia. Mi sarei aspettatato un gesto nobile da parte dell’esponente di un casato che ha fatto la storia della nostra città. Un colpo a sorpresa, un segnale di riscossa, con Doria che dopo la votazione che gli ha dato ragione avesse rassegnato le proprie dimissioni, giudicando, magari, non ricevibili alcuni voti che lo hanno salvato, e immotivate le ragioni politiche, di facciata, espresse dai suoi improbabili sostenitori dell’ultima ora. Invece per ironia della sorte mi è sembrata una scena già vista in un film di Mario Monicelli in cui Alberto Sordi nei panni del marchese Onofrio del Grillo, salvato dalle galere pontificie in virtù dell’appartenenza alla nobile casata si rivolgeva ai suoi compagni di cella, che ivi sarebbero restati, dicendo “Ah, mi dispiace, ma io so’ io… E voi non siete un cazzo”. Facendo così presumere in un senso della giustizia diverso, se applicato ad un esponente di una nobile casata o ad un comune mortale. Ma allora si era nella Roma papalina in cui i nobili erano parenti dei pontefici. Comunque, per ironia della sorte, proprio in virtù dell’identità del suo salvatore, il consigliere del PdL GuidoGrillo, da domani il sindaco Doria potrà tranquillamente venire etichettato come il Marchese del Grillo.
Dicevo, però, di un gesto finale che non c’è stato, anche per quei motivi di bassa cucina e convenienza temporanea, a cui si ricorre con preoccupante assiduità, tanto da creare nella nostra classe politica una sorta di dipendenza. Un cortocircuito, quello di ieri a Tursi, in cui si sono saldate tante,,troppe, motivazioni personali. Per molti è stata prima di tutto la volontà di finire la legislatura per mettersi al riparo in vista di riposizionamenti, possibili solo in assenza di un commissariamento. Sia gli astenuti, sia i minoritari che a sorpresa hanno votato a favore del bilancio appartengono a questo esemplare, purtroppo diffuso, di politici in cerca di una futura e più sicura collocazione. I due rappresentanti di Percorso Comune Gianni Vassallo e Salvatore (di nome e di fatto) Caratozzolo, dopo aver abbandonato la maggioranza, devono trovare un gruppo che li candidi dando loro anche la sicurezza di una nuova elezione. Per Stefano Anzalone, già uomo dell’Idv e factotum dell’ex parlamentare Giovanni Paladini, ex assessore allo sport, proprio nell’era in cui l’Idv dettava legge come ago della bilancia, ci sarebbe la possibilità di un ritorno sulla poltrona su cui si era ritrovato durante la giunta di Marta Vincenzi.
Infine Guido Grillo, ultimo capo di quello che è stato definito il mercato delle vacche. L’ex socialista, che, nella sua carriera in seno al garofano, ha ricoperto la carica di presidente della “ei fu” Fiera di Genova e dell’ “ei fu” Provincia, poi riciclatosi in Forza Italia, ha rinverdito i fasti passati dei tempi in cui gli esponenti del suo ex partito si ritrovavano nella comoda posizione di ago della bilancia. È stato il suo voto a salvare Doria e a far adirare i suoi capi. Dal coordinatore Sandro Biasotti a quella Lilli Lauro che predica bene e razzola male, continuando a ricoprire due cariche, quella di capogruppo in Comune e di consigliere in Regione. Ma anche in questo caso i tatticismi della politica hanno avuto la meglio sui comportamenti lineari. Perché se la Lauro lasciasse il suo scranno a Tursi le succederebbe un esponente dell’Udc.E in questo momento i rapporti fra PdL e Udc sono tutt’altro che amichevoli. Dunque, dicevo che per i paradossi della politica, la Lauro con il peccato originale, si appresta a fare le pulci a quel Grillo che, per ragioni personali, pur ammantate con ragionamenti politici, ha salvato Doria. Perché, alla fin fine un politico scafato come Grillo, per giustificarsi ha scelto una ragione mica male. Ha sostenuto “Mandare a casa Doria sarebbe stato fare un grande regalo al Pd”.
E in fondo non ha nemmeno tutti i torti perché una volta commissariato il Comune sarebbe stato un gioco da ragazzi per il Pd ricompattarsi, almeno ufficialmente, e accusare di mancanza di responsabilità le opposizioni.
A dimostrazione di quanto la politica, grazie alla disonestà intellettuale dei protagonisti, diventi difficilmente interpretabile. Tutto è il contrario di tutto.
Così’, forte delle mie convinzioni, sono andato a curiosare sulla pagina fb del nostro sindaco. Pagina social su cui il nostro primo cittadino si espone raramente. Ho cercato, invano, una disamina di quanto era successo in questi tre giorni di discussione sul bilancio. Vi ho trovato solo promesse trite e ritrite, progetti da portare a termine e, ancora una volta, qualche frase da caccia alle streghe nei confronti di un eventuale commissariamento, quasi che si trattasse di una formula magica per allontanarlo definitivamente nel corso del prossimo anno che ci separa dalle elezioni genovesi.”Solo una amministrazione nella pienezza delle sue funzioni può essere interlocutrice di tutti i cittadini che si rivolgono quotidianamente al comune”. Per poi agitare di nuovo lo spauracchio “L’approvazione del bilancio e’ un atto fondamentale ma certo non sufficiente da solo. Ne sono consapevole, così come sono consapevole che l’impegno costruttivo e la mobilitazione delle energie di tanti possa consentirci di aiutare la nostra città. Un impegno che nessuna gestione commissariale avrebbe potuto o potrà mai garantire”.
E se di Doria sino a qualche giorno fa veniva percepita soprattutto la facciata onesta, dopo la farsa e la bagarre di ieri in sala rossa la sensazione è che saranno in molti a ricredersi. Doria doveva essere la risposta alla politica il più delle volte consociativa, ieri ne è risultato un protagonista in negativo d’eccezione. Un politico che si avvale delle contraddizioni del sistema pur di rimanere in carica. Avrebbe dovuto togliersi la corazza che la partitocrazia gli aveva cucito addosso e dimettersi. Oltretutto farlo dopo aver fatto approvare il suo bilancio avrebbe avuto il significato di un uomo che non cede ai compromessi e vuole rivendicare la sua limpidezza morale. Però non lo ha fatto. Si ritrova ad essere come minimo un complice. Un complice che oltretutto e’ risultato anche favorito dalle contraddizioni.
A prendere le distanze dal sindaco e’ anche Stefano Balleari, vicepresidente del consiglio comunale che, pur rappresentante di Fratelli d’Italia, ricoprendo funzioni istituzionali e’ sempre stato molto attento a non superare i confini del politically correct nelle sue esternazioni. Stavolta in un suo post sulla pagina fb prende definitivamente le distanze facendo capire che si è conclusa la trasformazione da dottor Jekyll a mister Hyde. Il sottotitolo e’ “Quando una poltrona cambia una persona”. In cui Jekyll viene descritto come “Una persona integra, intellettualmente onesta, un professore gentile, prestato alla politica che metteva il suo impegno per Genova” . Sindaco della rivoluzione arancione, tanto da scegliere una giunta che sapeva poco della cosa pubblica, poco capace, poco adatta a risolvere i problemi di Genova. “Non potevo polemizzare duramente con lui, mi sembrava di sparare sulla croce rossa”. Ammette Balleari.
Eppero negli ultimi tre-quattro mesi qualche cosa si è rotto. A dimostrazione spiega Balleari “che l’amministrazione della città non può essere divisa in modo manicheo, alle volte la ragione di stato vale più delle proprie idee. Non decidi per te ma per più di 600 mila persone”. E in quei casi può essere utile arrivare a un compromesso per il bene della città. Invece Doria, secondo Balleari ha proseguito ostinatamente per la sua strada, completando la trasformazione in mister Hyde. Il vicepresidente del consiglio comunale avrebbe preteso da Doria il riconoscimento dei propri errori “Ammettere che hai fallito e che la tua idea di città non andava bene o non è stata compresa? E farti da parte nei tempi e nei modi corretti. La maggioranza non esiste più da tempo, forse mesi fa avrebbe staccato in autonomia la spina, consentendo alla città di andare alle elezioni senza trascinare la giunta al disastro visto ieri, al vero o presunto mercato delle o vacche a repentini cambi di opinione, ad assenze e presenze imbarazzanti. Ci attende un anno difficile con un bilancio che è una tragica ironia fatto di presunzione, incapacità moralismi di sinistra che non servono alla città”. E nonostante i vaticinii da tregenda di Balleari la situazione mi ricorda molto gli ultimi mesi della giunta Sansa, con una maggioranza egualmente lacerata, la rigidità e l’algidita’ del primo cittadino della fine degli anni Novanta, che assomigliano molto alle prerogative umane del nostro marchese. Un sindaco Sansa che venne definito sull’astronave per la distanza del palazzo dai problemi della gente comune. Adriano Sansa, va detto a sua giustificazione, veniva dopo le macerie di Tangentopoli. Proprio per quella ragione il Pds aveva scelto un magistrato che garantisse attributi di massima onesta’ morale. Prevalse però la sua mentalità da pubblica inquisizione e il rifiuto di qualsiasi compromesso. A parecchi anni di distanza mi sembra di assistere nuovamente a quella parte di commedia che in vista della decisione se dare una seconda chance ad Adriano Sansa o cercare un sostituto, porto’ ad una incauta dichiarazione di Ubaldo Benvenuti, passata alla storia per l’arroganza del suo partito. L’ allora segretario provinciale del Pds disse al suo intervistatore che il suo partito era talmente potente che avrebbe potuto fare eleggere un operaio che stava passando. Sansa venne poi pensionato in malo modo, come successore non però’ scelto fu scelto un operaio qualunque ma un docente universitario ex socialista come Beppe Pericu. Sindaco del G8, poi riconfermato. Un buon compromesso fra la società civile e la politica. Ma allora erano le segreterie a decidere e non esistevano le forche caudine delle primarie attraverso cui sono passate invece l’ex sindaco Marta Vincenzi e l’attuale titolare del dicastero della difesa Roberta Pinotti. Quelle
Infine Guido Grillo, ultimo capo di quello che è stato definito il mercato delle vacche. L’ex socialista, che, nella sua carriera in seno al garofano, ha ricoperto la carica di presidente della “ei fu” Fiera di Genova e dell’ “ei fu” Provincia, poi riciclatosi in Forza Italia, ha rinverdito i fasti passati dei tempi in cui gli esponenti del suo ex partito si ritrovavano nella comoda posizione di ago della bilancia. È stato il suo voto a salvare Doria e a far adirare i suoi capi. Dal coordinatore Sandro Biasotti a quella Lilli Lauro che predica bene e razzola male, continuando a ricoprire due cariche, quella di capogruppo in Comune e di consigliere in Regione. Ma anche in questo caso i tatticismi della politica hanno avuto la meglio sui comportamenti lineari. Perché se la Lauro lasciasse il suo scranno a Tursi le succederebbe un esponente dell’Udc.E in questo momento i rapporti fra PdL e Udc sono tutt’altro che amichevoli. Dunque, dicevo che per i paradossi della politica, la Lauro con il peccato originale, si appresta a fare le pulci a quel Grillo che, per ragioni personali, pur ammantate con ragionamenti politici, ha salvato Doria. Perché, alla fin fine un politico scafato come Grillo, per giustificarsi ha scelto una ragione mica male. Ha sostenuto “Mandare a casa Doria sarebbe stato fare un grande regalo al Pd”.
E in fondo non ha nemmeno tutti i torti perché una volta commissariato il Comune sarebbe stato un gioco da ragazzi per il Pd ricompattarsi, almeno ufficialmente, e accusare di mancanza di responsabilità le opposizioni.
A dimostrazione di quanto la politica, grazie alla disonestà intellettuale dei protagonisti, diventi difficilmente interpretabile. Tutto è il contrario di tutto.
Così’, forte delle mie convinzioni, sono andato a curiosare sulla pagina fb del nostro sindaco. Pagina social su cui il nostro primo cittadino si espone raramente. Ho cercato, invano, una disamina di quanto era successo in questi tre giorni di discussione sul bilancio. Vi ho trovato solo promesse trite e ritrite, progetti da portare a termine e, ancora una volta, qualche frase da caccia alle streghe nei confronti di un eventuale commissariamento, quasi che si trattasse di una formula magica per allontanarlo definitivamente nel corso del prossimo anno che ci separa dalle elezioni genovesi.”Solo una amministrazione nella pienezza delle sue funzioni può essere interlocutrice di tutti i cittadini che si rivolgono quotidianamente al comune”. Per poi agitare di nuovo lo spauracchio “L’approvazione del bilancio e’ un atto fondamentale ma certo non sufficiente da solo. Ne sono consapevole, così come sono consapevole che l’impegno costruttivo e la mobilitazione delle energie di tanti possa consentirci di aiutare la nostra città. Un impegno che nessuna gestione commissariale avrebbe potuto o potrà mai garantire”.
E se di Doria sino a qualche giorno fa veniva percepita soprattutto la facciata onesta, dopo la farsa e la bagarre di ieri in sala rossa la sensazione è che saranno in molti a ricredersi. Doria doveva essere la risposta alla politica il più delle volte consociativa, ieri ne è risultato un protagonista in negativo d’eccezione. Un politico che si avvale delle contraddizioni del sistema pur di rimanere in carica. Avrebbe dovuto togliersi la corazza che la partitocrazia gli aveva cucito addosso e dimettersi. Oltretutto farlo dopo aver fatto approvare il suo bilancio avrebbe avuto il significato di un uomo che non cede ai compromessi e vuole rivendicare la sua limpidezza morale. Però non lo ha fatto. Si ritrova ad essere come minimo un complice. Un complice che oltretutto e’ risultato anche favorito dalle contraddizioni.
A prendere le distanze dal sindaco e’ anche Stefano Balleari, vicepresidente del consiglio comunale che, pur rappresentante di Fratelli d’Italia, ricoprendo funzioni istituzionali e’ sempre stato molto attento a non superare i confini del politically correct nelle sue esternazioni. Stavolta in un suo post sulla pagina fb prende definitivamente le distanze facendo capire che si è conclusa la trasformazione da dottor Jekyll a mister Hyde. Il sottotitolo e’ “Quando una poltrona cambia una persona”. In cui Jekyll viene descritto come “Una persona integra, intellettualmente onesta, un professore gentile, prestato alla politica che metteva il suo impegno per Genova” . Sindaco della rivoluzione arancione, tanto da scegliere una giunta che sapeva poco della cosa pubblica, poco capace, poco adatta a risolvere i problemi di Genova. “Non potevo polemizzare duramente con lui, mi sembrava di sparare sulla croce rossa”. Ammette Balleari.
Eppero negli ultimi tre-quattro mesi qualche cosa si è rotto. A dimostrazione spiega Balleari “che l’amministrazione della città non può essere divisa in modo manicheo, alle volte la ragione di stato vale più delle proprie idee. Non decidi per te ma per più di 600 mila persone”. E in quei casi può essere utile arrivare a un compromesso per il bene della città. Invece Doria, secondo Balleari ha proseguito ostinatamente per la sua strada, completando la trasformazione in mister Hyde. Il vicepresidente del consiglio comunale avrebbe preteso da Doria il riconoscimento dei propri errori “Ammettere che hai fallito e che la tua idea di città non andava bene o non è stata compresa? E farti da parte nei tempi e nei modi corretti. La maggioranza non esiste più da tempo, forse mesi fa avrebbe staccato in autonomia la spina, consentendo alla città di andare alle elezioni senza trascinare la giunta al disastro visto ieri, al vero o presunto mercato delle o vacche a repentini cambi di opinione, ad assenze e presenze imbarazzanti. Ci attende un anno difficile con un bilancio che è una tragica ironia fatto di presunzione, incapacità moralismi di sinistra che non servono alla città”. E nonostante i vaticinii da tregenda di Balleari la situazione mi ricorda molto gli ultimi mesi della giunta Sansa, con una maggioranza egualmente lacerata, la rigidità e l’algidita’ del primo cittadino della fine degli anni Novanta, che assomigliano molto alle prerogative umane del nostro marchese. Un sindaco Sansa che venne definito sull’astronave per la distanza del palazzo dai problemi della gente comune. Adriano Sansa, va detto a sua giustificazione, veniva dopo le macerie di Tangentopoli. Proprio per quella ragione il Pds aveva scelto un magistrato che garantisse attributi di massima onesta’ morale. Prevalse però la sua mentalità da pubblica inquisizione e il rifiuto di qualsiasi compromesso. A parecchi anni di distanza mi sembra di assistere nuovamente a quella parte di commedia che in vista della decisione se dare una seconda chance ad Adriano Sansa o cercare un sostituto, porto’ ad una incauta dichiarazione di Ubaldo Benvenuti, passata alla storia per l’arroganza del suo partito. L’ allora segretario provinciale del Pds disse al suo intervistatore che il suo partito era talmente potente che avrebbe potuto fare eleggere un operaio che stava passando. Sansa venne poi pensionato in malo modo, come successore non però’ scelto fu scelto un operaio qualunque ma un docente universitario ex socialista come Beppe Pericu. Sindaco del G8, poi riconfermato. Un buon compromesso fra la società civile e la politica. Ma allora erano le segreterie a decidere e non esistevano le forche caudine delle primarie attraverso cui sono passate invece l’ex sindaco Marta Vincenzi e l’attuale titolare del dicastero della difesa Roberta Pinotti. Quelle
pimarie che il Pd cerca di regolarizzare con tanto di legge. In quel frangente solo l’antagonismo fra le due zarine consentì a Doria di candidarsi per palazzo Tursi. I piedi di argilla del nostro sindaco hanno origini lontane. Oggi, nel frattempo, con Matteo Renzi premier, il miraggio di un partito unico della sinistra si allontana sempre più. E la rivoluzione arancione si è ormai rivelata una illusione. Come se non bastasse tra Pisapia e il nostro Marco Doria la diversità di capacità di approccio ai problemi era sin dall’inizio di tutta evidenza. Perché, in fondo non è mai stato facile trovare, quello che sostiene saggiamente Balleari, un compromesso tra quella Genova di torri bianche, di lucri, di palanche e la Genova comunista, bocciofila, tempista. Il pericolo per finire ancora con i versi di Giorgio Caproni, è…. Genova in salamoia, acqua morta di noia. E in fatto di immobilismo il nostro manicheo Marchese del Grillo è parso essere un assoluto protagonista.
Il Max Turbatore
Il Max Turbatore


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