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Disco Club: recensioni, consigli, classifiche e novità: la rubrica di un dischivendolo/19 maggio 2016

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A CURA DI DIEGO CURCIO

MARY CHAPIN CARPENTER – The Things That We Are Made Of

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Prodotto da Dave Cobb, vero e proprio mago dell’odierna riformulazione country folk, quest’ultimo lavoro di Mary Chapin Carpenter, autunnale folk singer di Princeton (New Jersey), a tre anni dal precedente “Ashes and Roses” (Zoë Records, 2012), cattura fin dal primo incedere. Lo compongono una serie di ballate profonde e avvolgenti (forse un po’ troppo uniformi, ma sontuose nel tratto), che si segnalano per il tono meditativo e autoriale, le morbide sonorità, la sussurrata ed intima carica d’umanità. La Carpenter, interprete austera e solenne, racconta in realtà spesso della propria fragilità, di una personale lotta contro l’apatia, la noia (la depressione?), la riluttanza all’idea di aprirsi agli altri. Qui dispiega il tutto come attraverso una sorta di nebulosa e iridescente grazia soprannaturale, dispensante una specie di corroborante e ristoratrice quiete ipnotica. Brava. Marco Maiocco

GRAHAM NASH – This Path Tonight

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Fonti ben informate riferiscono di un Graham Nash oggi decisamente imbufalito con le bizze senili di David Crosby, tant’è che l’inglese id CSN & Y avrebbe giurato di non voler mai più lavorare col baffuto geniaccio musicale del gruppo. Allora, perché Nash pubblica un disco che è forse tra i migliori della sua carriera misurata in decenni, e incappa nel medesimo scivolone che ha seriamente danneggiato diverse prove recenti dell’amico di un tempo? Intendiamo qui la perfida risolutezza nel perseguire un suono anni Ottanta che, comunque lo giri, ha nessun pregio e solo difetti. Bene, fatta la tara sul brano iniziale, che purtroppo sarebbe stata anche un gran bella ballata, troverete qui altri nove brani del tutto degni del nobile artigianato folk rock del Nostro, forse il più sottovalutato del supergruppo, e forse invece montaliano “anello di tenuta”. Belle canzoni, bei testi, voce miracolosamente intatta, come Neil Young, ma un inizio da ripudio con abominio. Guido Festinese

SANTANA – IV

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Nelle intenzioni di Carlos Santana questo disco dovrebbe chiudere, dopo quarant’anni (!) una quadrilogia, costituita dall’esordio omonimo, seguito dall’enorme successo di Abraxas (con Samba Pa Ti e Oye Como va) e dal meno convincente ma energico Santana 3. In questi dischi il chitarrista messicano aveva creato un genere nuovo, un ibrido tra la musica latina e il torrido rock-blues dell’inizio degli anni’70 riscuotendo un enorme successo. Successivamente se ne sarebbe allontanato, avvicinandosi al jazz-rock e a collaborazioni importanti con artisti come John McLaughlin e Alice Coltrane fino ai contatti con Miles Davis. Di recente, al contrario, la musica di Santana ha raggiunto spesso le vette delle classifiche perdendo però in qualità e originalità. Questo quarto volume, sia detto subito, fa di tutto per ricreare le atmosfere di quei vecchi dischi, ed è, a tratti piuttosto godibile, come nell’iniziale Yambu classico numero percussivo/corale con influenze anche africane, o nei brani come Fillmore East (già…) o Shake It dove la chitarra di Carlos ricama assoli come ai vecchi tempi. Alcuni membri storici dei Santana come Gregg Rolie, Michael Shrieve e Mike Carabello sono della partita, ma nei meandri della lunga tracklist ci sono alcuni brani che soffrono un po’ dell’’effetto fotocopia’ come Sueños, che rincorre un modello tra Europa e Samba Pa Ti, o Leave Me Alone, aggiornamento scattante della Evil Ways degli esordi. A parte questo, un disco ben riuscito, ma troppo lungo e tirato, specialmente verso la fine; l’ultimo brano, forse per questi motivi ha un titolo chiaro: Forgiveness (Perdono)… Fausto Meirana

DETTO MARIANO – Amore tossico – Colonna sonora originale del film

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Dio benedica la Penny Records: perché grazie a quest’indomita casa discografica indipendente italiana, finalmente, dopo 33 anni, possiamo mettere le mani sulla colonna sonora originale di “Amore tossico”. In caso non conosciate questo splendido film sull’eroina o, peggio, ignoriate il nome del suo regista, Claudio Caligari, il consiglio è di non perdere altro tempo con questa stupida recensione e di recuperare in gran fretta quest’enorme lacuna (per fortuna esiste Internet, ragazzi miei). Ma se invece, come spero, sapete a memoria le battute pronunciate da Cesare, Enzo e Ciopper (“Ma come? Dovemo vorta’ e te piji er gelato?”) allora saprete anche di essere di fronte a un disco monumentale. Senza stare troppo a girarci intorno la colonna sonora di “Amore tossico”, scritta da un genio del mestiere come Detto Mariano (che poi sarebbe Mariano Detto, visto che Mariano è il nome) è un labirinto di paranoia e sofferenza messo in musica. Un impalcatura sonora perfetta, fatta di schizzi d’elettronica, synth avvolgenti, schegge di post-punk, melodie glaciali quasi psichedeliche e bassi imponenti. Il tutto suonato con un unico strumento avanguardistico per l’epoca (il 1983): il Fairlight, che Detto Mariano ha definotito il primo computer musicale in commercio. E’ da lì che il compositore è riuscito a tirare fuori questo suono paranoico  e devastante, distribuito in una ventina di tracce brevi e taglienti, come il gusto del sangue su una lama di ferro. Una colonna sonora perfetta, completamente al servizio delle immagini e della storia del film che, ascoltata sul giradischi e con la tv spenta, ti trasporta in un vortice di sensazioni angoscianti e soffocanti. Non è facile parlare di un disco come questo, soprattutto perché, nonostante la sua grandezza, non è quel che si può definire un album per tutti. Eppure questa prima e unica edizione della colonna sonora di “Amore tossico” – all’epoca non era mai stata pubblicata – rende pienamente giustizia alla grandezza del lavoro di Caligari e di Detto Mariano: la Penny Records infatti ha optato per una bella versione in vinile con cd allegato e poster del film. Splendida anche la copertina. Insomma, un ottimo lavoro e uno degli album dell’anno. Diego Curcio

IL DIARIO

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Diario dal 15 al 19 maggio 2015

Di tutto un po’.
Telefono, “Discooocluuuub”, “Scusi è lei quel signore con pochi capelli in testa?”, “Ma vfc” (lo penso solo).
Entra in negozio un ragazzo dall’aspetto grebanotto, “Posso entrare?” e mi mostra un foglietto che tiene in mano “Ho lo scontrino del Bar Verdi” come autorizzazione a visitare il negozio. Quando esce, passo nel bar di fianco e chiedo alla barista Daiana, “Cosa fate pagare il biglietto per poter entrare a Disco Club adesso?”.
Le amiche atlete del Maratoneta Maurizio devono aver letto il Diario del 14 maggio, perché il nostro entra quotidianamente per dirmi di depennare un nome dalla sua lista di corridrici, non la devono aver presa bene. Oggi mi ordina anche un cd, “Mi prendi il disco di Ben Panatar del 1986?”, ovviamente si trattava di Pat Benatar.
Telefono, “Discooocluuub”, “Ciao Gian”, lo riconosco, “Cosa vuoi Batterista di James Brown”, lui entusiasta “Gian, mi hai riconosciuto!!”, “Sì, che cavolo vuoi? James non c’è”, “Lo so è in via delle Ginestre, volevo solo salutarti, ciao Gian”.
Vecchietto, “Tenete tutti i generi di musica?”, “No, cosa cerca?” penso che voglia qualcosa di Radio Zeta, invece no, “Voglio delle operette, ad esempio la Madama Butterfly”, Puccini deve aver avuto un sussulto nella tomba.
Ecco di nuovo la maniaca degli spot pubblicitari; la maggioranza delle persone, quando parte una pubblicità, cambia canale, lei fa il contrario, quando finisce lo spot, cerca altri canali dove ci sia la pubblicità. Oggi mi chiede, “Hai la canzone Follow me di Stroigioielli?”, io penso a Follow You Follow Me dei Genesis o a Follow Me dei Muse oppure di Amanda Lear, li cerco su youtube per farglieli sentire, ma lei “No, no non sono questi, guarda io devo andare, ho da fare”, effettivamente le stavo facendo perdere tempo. Ad ogni modo, solo per informazione (non vorrei farvi perdere tempo), lo spot è di Stroili Gioielli, Follow Me è lo slogan, la canzone invece s’intitola Prayer in C dei famosissimi Lilly Wood & The Prick and Robin Schulz.
Richieste a raffica: anziano tira fuori dalla tasca un cd senza confezione, “Me lo può duplicare?”, è Da Manuela a Pensami di Julio Iglesias, “E’ proibito, lo posso ordinare”. Lo ordino, oggi arriva e lui lo tira fuori e lo confronta col suo, diffidente “E’ proprio uguale?”; non ci pensavo, lui è abituato a quelli duplicati. Ragazzo con accento napoletano, “Dove sono i cd di Rosario Miraggio?”. Subito dopo, signora “Voglio un dvd di Lorella Cuccarini”. Ecco ora un autista dell’AMT, si sfrega le mani, “Mia zia, che sta per andare in ospizio, ha circa quattrocento 78giri, alcuni nuovi, le interessano?”, “Li passi ai suoi colleghi dell’AMIU”.
Conclude un vecchio cliente, più o meno mio coetaneo. Paga un vinile con la carta di credito, “Hai visto la scadenza?” mi chiede, la guardo ‘09/2030’, faccio i conti 67 + 15= 82, “Fiduciosi quelli della tua banca”, se ne va toccandosi.

LE PROSSIME USCITE

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DOMANI

ADAM & THE ANTS – KINGS OF THE WILD FRONTIER (DELUXE EDITION – ristampa)

RICHARD ASHCROFT – THESE PEOPLE

BARENAKED LADIES – BNL ROCKS RED ROCKS

ERIC CLAPTON – I STILL DO

DEATH – SCREAM BLOODY GORE

BOB DYLAN – FALLEN ANGELS

FLOTSAM AND JETSAM – FLOTSAM AND JETSAM

IRON SAVIOR – TITANCRAFT

KATATONIA – THE FALL OF HEARTS

MARK-ALMOND – OTHER PEOPLE’S ROOMS (ristampa)

RARE EARTH – GET READY (ristampa)

MUDCRUTCH – 2

SNAKEFINGER –               CHEWING HIDES THE SOUND (ristampa)

VIRGIN STEELE – THE HOUSE OF ATREUS

VENERDI’17 GIUGNO

RADIOHEAD – A MOON SHAPED POOL

Ecco il successore di The King of Limbs , A Moon Shaped Pool è il nono disco della loro storia e come sempre è stato prodotto da Nigel Godrich. Oltre al cd esce l’edizione limitata in vinile bianco, solo per i negozi indipendenti.

LA CLASSIFICA DELLA SETTIMANA

1 VINICIO CAPOSSELA – CANZONI DELLA CUPA
2 ZUCCHERO – BLACK CAT
3 SANTANA – IV
4 THE RIDES – PIERCED ARROW
5 ANOHNI – HOPELESSNESS
6 RENATO ZERO – ALT
7 DEEP PURPLE – LONG BEACH 1976
8 WIRE – NOCTURNAL KOREANS
9 BRITTA PHILLIPS – LUCK OR MAGIC
10 PAT METHENY – THE UNITY SESSIONS

 

 

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