Disco Club: recensioni, consigli, classifiche e novità: la rubrica di un dischivendolo/5 maggio 2016

A CURA DI DIEGO CURCIO
LE RECENSIONI
PJ HARVEY – The Hope Six Demolition Project

Questo disco è il risultato di cinque anni di viaggi, meditazioni ed esperimenti di PJ in giro per il mondo. Già nel 2011 Miss Harvey parte per l’Afghanistan con il fotografo Seamus Murphy; l’idea è seguire la guerra fino ai giorni nostri, dopo l’esercizio di revisione storica di Let England Shake (2011) sui campi insanguinati della prima guerra mondiale. Da lì, viaggi in Kosovo, America, eventi, libri, video e anticipazioni che prendono, oggi, forma, finalmente, di disco. Disco che rimane fedele al linguaggio (elettrico, melodico, diretto) del precedente, semplificando la formula e riducendo all’osso i suoni. PJ H oramai padroneggia l’arte di scrivere canzoni; queste qui sono un ideale punto d’incontro tra certe sofisticazioni recenti e il suono viscerale dei celebrati esordi (torna qua e là persino una personale ipotesi blues). Un (altro) gran bel disco. Marco Sideri
SAM BEAM & JESCA HOOP – Love Letters For Fire

Ancora una collaborazione per Sam Beam (Iron&Wine) dopo quella, non troppo riuscita, con Ben Bridwell, Sing Into My Mouth, uscita lo scorso anno. L’altra metà del progetto è questa volta la cantautrice californiana (ma residente a Manchester) Jesca Hoop; il suo interessante passato annovera attività diverse come il babysitting a casa di Tom Waits (una moneta a quattro facce, dice di lei, segnalandone l’ecletticità) la partecipazione ad un tour di Peter Gabriel come corista e cinque album da solista. L’irrequieto percorso artistico di Sam Beam trova dunque una partner convincente per un disco che viene definito ‘di duetti’, e di questo si tratta, anche se spesso la voce della Hoop sembra preponderante. La brevità di Love Letters For Fire, che non raggiunge i quaranta minuti, ma accumula ben tredici brani, lascia l’appetito per altre canzoni, e questo è sempre un buon segno. Tra i collaboratori, un piccolo combo quasi acustico, spicca la batteria di Glenn Kotchè dei Wilco. Fausto Meirana
BILL EVANS – Some Other Time: The Lost Session From the Black Forest

Le cose vanno più o meno così: Bill Evans con il contrabbassista Eddie Gomez e il batterista Jack DeJohnette il 15 giugno 1968 suonano al Montreux Jazz festival (di questo concerto esiste un disco pubblicato dalla Verve); tra il pubblico ci sono Hans Georg Brunner-Schwer e Joachim-Ernst Berendt, due appassionati un po’ particolari. Il primo, l’erede della famiglia che controllava la SABA, ha fondato una sua etichetta, la MPS: denota una certa capacità poiché i sei album incisi tra il 1963 e il con il trio di Oscar Peterson sono impeccabili sotto ogni punto di vista (così come accadrà per la registrazione completa del Clavicembalo ben temperato di Bach con Friedrich Gulda). L’altro è un giornalista, critico e scrittore, autore di un imprescindibile Jazz Book. Insomma, sono lì (beati loro) ascoltano il trio e decidono di portarlo in studio. Cinque giorni dopo sono a Villingen, nel pieno della Foresta Nera: l’atmosfera (qui stiamo lavorando d’immaginazione) è rilassata, i tre sono perfettamente a loro agio e incidono ventuno brani, tra standard e originali. Brani che per motivi a noi oscuri sono dimenticati per quasi 50 anni fino a quando Zev Feldman della benemerita Resonance Records incontra a Brema un erede del buon Hans e gli chiede: “non è che per caso avete qualche inedito?”. E così ecco il doppio cd in oggetto (e anche un impeccabile e altrettanto doppio vinile). Ora sarebbe venuto il momento di parlare della musica: ma non siamo all’altezza. Preferiamo ascoltare in religioso silenzio. Senza parole. Danilo Di Termini
RATBONES – Ratwars

Se avete bazzicato la scena punk-rock genovese degli ultimi anni vi sarete senza dubbio imbattuti nei Ratbones. Magari non nella formazione attuale – Paolo, Ludo e Andre (il bassista dei torinesi Monelli) – ma di sicuro avrete avuto modo di ascoltare dal vivo una delle tante incarnazioni del gruppo. Nati come cover band dei Ramones, con l’arrivo di Dario alla voce (sì proprio il nostro dischivendolo preferito insieme a Giancarlo Balduzzi) il gruppo – col nome a parer mio superbo di Stukas Over Disneyland – ha cominciato a scrivere un po’ di pezzi propri, anche se sempre sullo stile ramonesiano. E nel giro di qualche tempo ha pubblicato il suo primo disco omonimo con il nuovo-vecchio nome di Ratbones. Quando Dario ha mollato il microfono per mettersi a fare blues (e che blues, ragazzi!) Ludo e Paolo non si sono persi d’animo, hanno assoldato Andrea e Ludo è tornato alla voce come ai primi tempi. E così eccoci arrivati a questa nuova formazione, composta da due genovesi e da un milanese d’adozione, che ha pubblicato il 45 giri oggetto di questa recensione. “Ratwars” – stupenda la copertina di Bucchioni – sembra un ottimo antipasto del prossimo disco della band. Il suono è il classico Ramones-core, quindi punk-rock sullo stile dei quattro finti fratellini newyorkesi con un pizzico di cattiveria in più. I miei pezzi preferiti (sui quattro presenti nel disco) sono il primo e l’ultimo, “Lost in East Berlin”, potente e diretto rock’n’roll da due minuti e mezzo e “Striped T-Shirt Girl”, più melodica e a rotta di collo. I nostri sembrano anche influenzati dalla scena punk-rock italiana e in alcuni pezzi mi è sembrato di sentire i Tough. In definitiva un dischetto da avere a tutti i costi se amate il punk-rock: meno di dieci minuti di melodie zuccherose e chitarre distorte. Diego Curcio
IL DIARIO

Diario del 5 maggio 2015
Andrea, il cliente che passa cinque giorni alla settimana in manicomio (parole sue) e torna a casa per il fine settimana, è passato sabato. Entra e dice “Ciao Marcello”, mi guardo intorno, sono solo, probabilmente nella sua mente malata vede un personaggio immaginario; si mette a guardare i vinili alla ricerca dei soliti che compra da anni (Duran Duran, Powerstation, Arcadia), gli passo dietro per prendere un cd e sento che dice “Marcello …”, siamo sempre soli e capisco che si riferisce a me; per anni mi ha chiamato Gian, oggi ha deciso di cambiarmi nome, la domanda invece è la solita “E’ uscito niente dei Duran Duran?”, “No e nemmeno – lo anticipo – di Arcadia e Powerstation”, “Ti chiamo la settimana prossima per vedere se esce qualcosa”, “Va bene, ma non prima di venerdì”, “Sì, venerdì, ciao Marcello”, mi provo a correggerlo “Mi chiamo Gian”, “Ah, sì Gian”. Oggi, telefono, “Discooocluuuub”, “Sono Andrea, ciao Marcello, è arrivato niente dei Duran Duran, Arcadia, Powerstation?”.
Da fuori Genova riceviamo la richiesta di un libro sugli Iron Maiden, rispondiamo via email “Sì, ne abbiamo tre copie”. Ed ecco la sorprendente replica dell’interessato “Siete sicuri che il libro non sia stato esposto al fumo?”, “In negozio è proibito fumare”, “Dite tutti così, però già altre volte mi sono arrivati libri che puzzavano di fumo”.
Ragazza, “Avete compilation di musica yoga?”, “No”, “Come mai non se ne trovano più?”; scena muta, non so cosa risponderle.
Concludiamo la giornata con un ragazzo, “Mi manda il mio amico ultras, è arrivato il nuovo cd dei Fratelli del Sole?”.
LE PROSSIME USCITE
DOMANI
ALMAMEGRETTA – ENNENNE
VINICIO CAPOSSELA – CANZONI DELLA CUPA
THE GOO GOO DOLLS – BOXES
FREDDY KING – TEXAS OIL (THE COMPLETE FEDERAL & EL-BEE SIDES, 1956-1962)
CYNDI LAUPER – DETOUR
PAT METHENY – THE UNITY SESSIONS
GREGORY PORTER – TAKE ME TO THE ALLEY
THE RIDES – PIERCED ARROW
DAN SARTAIN – CENTURY PLAZA
VEKTOR – TERMINAL REDUX
LA CLASSIFICA DELLA SETTIMANA
1 ZUCCHERO – BLACK CAT
2 PJ HARVEY – THE HOPE SIX DEMOLITION PROJECT
3 SANTANA – IV
4 BRIAN ENO – THE SHIP
5 DEEP PURPLE – LONG BEACH 1976
6 SE DELAN – DRIFTER
7 RENATO ZERO – ALT
8 NICCOLO’ FABI – UNA SOMMA DI PICCOLE COSE
9 BLACK MOUNTAIN – IV
10 EMILY JANE WHITE – THEY MOVED IN SHADOW ALL TOGETHER


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