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Maersk, dipendenti sul piede di guerra: “Emorragia occupazionale senza fine”

Sono arrivati in Consiglio regionale i dipendenti della multinazionale Maersk e non esiteranno a mettere in campo proteste e scioperi: grande preoccupazione per le procedure di licenziamento.

Maersk 2Di Michela Serra — Sciopero, manifestazioni e un clima sempre più teso tra i lavoratori della Maersk. Ecco la prevedibile reazione dopo che l’azienda ha avviato le procedure di licenziamento per i dipendenti di Genova e le conseguenze di tale scelta non tarderanno a farsi sentire. Preoccupata la Regione Liguria che proprio oggi ha incontrato i lavoratori giunti alle porte del Consiglio Regionale: <Non c’è una fine a questa emorragia di personale – dice Marco Cervioni, Rsu Maersk Italia – ecco perché siamo qui oggi. È inaccettabile che un’ azienda che opera sul territorio italiano non si avvalga di personale italiano>. La Regione Liguria si è impegnata a sostenere la multinazionale per la realizzazione del terminal di Vado Ligure e potrebbe prendere iniziative se la direzione dell’azienda sarà quella fosca che è stata intrapresa. Certo è che il marittimo è un comparto fondamentale per la Liguria e che se una multinazionale di questo stampo verte verso una riorganizzazione fuori, si dovranno prendere provvedimenti. <Abbiamo portato in Regione la nostra protesta e la porteremo ovunque sarà necessario – prosegue Cervione – nel 2008 eravamo 500 dipendenti, ora siamo 167>. Amaro il boccone da mandare giù per questi lavoratori che si vedono sempre in numero minore. Le reazioni non si sono fatte attendere neppure in Consiglio Regionale, dove il “paradosso Maersk” ha procurato preoccupazioni anche ai consiglieri. <Il comportamento tenuto da Maersk dimostra ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che in questo Paese le multinazionali fanno quello che vogliono – commenta il consigliere di Rete a Sinistra Gianni Pastorino – manca una normativa nazionale che ci tuteli da queste prevaricazioni. È la dimostrazione evidente che in Italia non c’era bisogno di un Jobs Act che limita i diritti nel mondo del lavoro, ma piuttosto di una normativa che eviti situazioni come quelle di Maerks o di Ericsson, o quella di Kavo Promedi di Nervi, una ferita ancora aperta – prosegue Pastorino -. Questa volta siamo a un altro livello, perché Maersk è in debito non solo con la Liguria, che ha concesso le aree per la sua espansione, ma anche con lo Stato italiano, che ha cospicuamente foraggiato con denaro pubblico i suoi grandiosi investimenti>. Anche per il Movimento 5 Stelle si tratta di una vertenza inaccettabile: <L’azienda, intesa nella sua globalità come holding – ricorda il consigliere grillino Andrea Melis – di fatto beneficia di contributi pubblici per la realizzazione di una nuova piattaforma e, pertanto, è in debito verso le istituzioni, con le quali è tenuta a trattare. Non accettiamo nuovi atti di forza e atteggiamenti coloniali, come è avvenuto nel recente caso Kavo>.
Sulla stessa linea Alice Salvatore, che mette sotto la lente di ingrandimento la sede genovese: <Si tratta di un gioco di scatole cinesi che punta alla riduzione del personale e non alla riduzione dei costi. E, pur di mantenere sulla carta in equilibrio il rapporto tra contenitori fatti e numero di persone impiegate, si arriva a trattare i dipendenti come pura merce di scambio>.Spetta alle istituzioni fare pressione sulla multinazionale danese e spetta a quest’ultima fermare l’emorragia di dipendenti che si è creata. I lavoratori non se ne staranno fermi a guardare.

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