Luca Garibaldi, nel petto di quel consigliere pulsa un cuore rock
Con quel cognome un po’ così ti aspetteresti che avesse una passione per le arie risorgimentali. Dal canto degli italiani alla bandiera dei tre colori, da la bella Gigogin, a camicia rossa. Da Garibaldi fu ferito all’inno di Garibaldi. Quello che fa “Allarmi, Allarmi. Si scopron le tombe si levano i morti, i martiri nostri son tutti risorti”. Garibaldi, l’eroe dei due mondi, appunto. Oppure per il Va pensiero del coro nel Nabucco di Giuseppe Verdi. Invece, sbirciando sulla sua pagina Twitter, con quella mania voyeuristica a cui ho dovuto fare ricorso per alimentare quotidianamente questa rubrica, sono riuscito a scoprire che, ad onta di cotanto cognome, il ragazzo, Luca Garibaldi, 33 anni, laurea in giurisprudenza, consigliere regionale del Pd, in fatto di musica ha gusti meno datati seppur raffinati. Eppero’ con simpatie che non t’aspetteresti in un giovane democratico. Sulla sua pagina non parla di cantautori italiani. Chesso’? I genovesi Fabrizio De Andre o Gino Paoli, un precursore come Rino Gaetano, i mitici di sinistra in odore di santità “i due Franceschi”, Guccini e De Gregori, e nemmeno di Mengoni, di Caparezza o dell’inossidabile Jovannotti o del trasgressivo Vasco, che, in fatto di trasgressione, ormai delude, ad iniziare dal cognome troppo comune: Rossi. Niente di tutto questo, perché il nostro Garibaldi in tema musicale non dimostra lo stesso patriottismo del suo omonimo. Lui ha gusti tutti rivolti, all’estero, al Regno Unito, ai mitici gruppi degli anni Settanta. Così cinguetta sulla sua pagina celebrando i settant’anni di David Gilmour dei Pink Floyd, piange la morte del principe dei tastieristi Keith Emerson degli Emerson Lake & Palmer, si complimenta perché dopo 45 anni David Gilmour tornerà, con quel che resta del suo gruppo, a suonare a Pompei. Insomma, gusti d’antan che non ti verrebbero neanche in mente per un ragazzo che ha gli anni di Cristo. Nato quando l’epopea dei due gruppi musicali, che hanno bazzicato nel rock progressive, battendone tutte le strade, era già in fase calante. E cresciuto quando la rabbia punk proveniente dalle periferie inglesi aveva preso il sopravvento con i Clash e i Sex Pistols. Sino agli statunitensi Ramones. Evidentemente il Nostro dimostra di avere maggior orecchio per le sonorità classiche che per quelle più ritmate che svelano il disagio per la banlieu, poi sfociate, ai nostri tempi, nel rap e nell’hip hop. D’ altra parte Garibaldi, non è caduto, al pari di altri esponenti politici, come il suo capogruppo Raffaella Paita o Lara Maggiali, militante della rete sinistra, nelle celebrazioni post mortem del trasformista Dawid Bowie. Quasi che quell’amore per il trasformismo del Duca evocasse il pensiero dei brutti personaggi della nostra politica.
Eppure a investigare meglio i suoi cinguettii scopri che Garibaldi non è mai banale come testimonia la poesia postata il 27 gennaio “Continuo a dimenticare” di Lily Breit, in cui l’autrice parla della shoa e celebra il giorno della memoria ricordando gli ebrei del ghetto di Varsavia deportati nei campi di sterminio di Auschwitz e di Bergen-Belsen. E il ragazzo unisce alle conoscenze artistiche quella delle questioni territoriali e quelle, più banali, del pendolare che in consiglio si occupa in prevalenza del grigiore degli orari ferroviari e degli inevitabili ritardi dei treni locali, costretti a dar la via, fermi in stazione, ai convogli ad alta velocità, su cui viaggiano di solito le persone che hanno i minuti contati. Quasi si trattasse di un travet o di quel commesso viaggiatore di Arthur Miller. Sino a fiutare che in lui convivano, magari pacificamente, quel rock e quel lento, antagonismi di cui Adriano Celentano nel 2005, nel suo programma televisivo, RockPolitik, fece un tormentone che divise gli italiani, riproponendo, a undici anni di distanza, quel “di destra o di sinistra” in cui Gaber, in epoca di conflitto nascente Berlusconi e l’ex democristiano, poi ulivista Prodi, individuava l’inizio dell’appiattimento delle ideologie. Ideologie di cui pare che nell’intimo del Nostro traspaia una serena nostalgia, in epoca di renzismo imperante e social. Dal momento che lui nel Pd si schiera con la minoranza e twitta sulla sua pagina, riprendendo il pensiero di un militante della gioventù democratica, movimento di cui Garibaldi è stato rappresentante, “Non serbatoio di portaborse ma maturare un autentico laboratorio politico”. Rilevando la necessità di un istituto di studi comunisti come le Frattocchie, a cui si sono formati i dirigenti, ancora mai abbastanza rottamati del Pci. E chissà se il buon Adriano, il molleggiato, mass-mediologo, santone qualunquista della Tv generalista, prendendo in esame la questione ai giorni nostri, annovererebbe Garibaldi Luca fra i rock o i lenti? Magari attualizzando la questione con un altro antagonismo, più conosciuto oggi, basato sulla distinzione fra fashion e fuori moda. Simboli di un’altra divergenza comportamentale soggettiva che ci riporta ancora una volta all’attualità della nostra politica, nazionale e locale. Tutta ripiegata, ancor di più in quest’epoca social, nell’eterno umano dilemma fra l’apparire e l’essere.
Il Max Turbatore


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