“Buio a mezzogiorno”, alla Tosse uno spettacolo formidabile con un grande Ottobrino. La recensione

Di Diego Curcio
E’ difficile mettere in ordine tutte le emozioni che riesce a trasmetterti “Buio a mezzogiorno”, in prima nazionale al Teatro della Tosse fino a domenica prossima. Lo spettacolo di Laura Sicignano (testo e regia), tratto dal romanzo di Arthur Koestler e con Aldo Ottobrino, Pietro Fabbri, Gianmaria Martini, Massimiliano Caretta e Matteo Sintucci è senza dubbio uno dei lavori più forti e potenti tra quelli prodotti a Genova negli ultimi anni.Ed è una strana e bellissima coincidenza che vada in scena negli stessi giorni in cui, in città, viene rappresentato un altro spettacolo di enorme spessore come “Demoni”, in cartellone allo Stabile e di cui si è già parlato parecchio da queste parti.
“Buio a mezzogiorno” è un racconto serrato e crudo delle purghe staliniane. Un’ora e mezza d’aria sui meccanismi del totalitarismo e sulla fine di un sogno, la rivoluzione proletaria, tradita più da coloro che dicono di difenderla che dagli stessi controrivoluzionari. E così accade che un vecchio dirigente del Partito come Rubasciov, che all’Idea ha sacrificato la sua umanità e molte persone innocenti, venga improvvisamente imprigionato perché accusato ingiustamente di essere un oppositore del regime guidato da Numero 1 (Stalin). Quasi un mese dietro la sbarre scandito dai pensieri e dai flashback del prigioniero, aiutano lo spettatore a entrare dentro i meccanismi della Russia post rivoluzionaria, dove la realpolitik e il culto della personalità erano diventati il nuovo “manifesto” del socialismo reale.
A interpretare magistralmente Rubasciov è Aldo Ottobrino, il migliore attore genovese della sua generazione: una sicurezza assoluta, indipendentemente dal testo e dal personaggio che gli vengono affidati. In “Buio a mezzogiorno” Ottobrino è un Rubasciov emaciato e dilaniato, un ex uomo forte e granitico che inizia a fare i conti con se stesso e con ciò in cui ha creduto tutta la vita. Un travaglio fisico e morale, tra flusso di coscienza e interrogatori, che porta l’attore a definire i confini di un personaggio talmente umano da toccare profondamente lo spettatore. Ottima e di grande spessore anche la prova di Pietro Fabbri, qui nei panni di Ivanov, carceriere e vecchio amico di Rubasciov; decisamente ben costruito anche il personaggio di Gletkin, interpretato da Gianmaria Martini con piglio tagliente e affilato. Molto bravi infine anche Caretta e Sintucci, due giovani militanti del Partito traditi in passato da Rubasciov che tornano nei ricordi del protagonista come i fantasmi del Natale passato di Dickens. In “Buio a mezzogiorno” però non c’è posto per la redenzione e la stupenda regia di Laura Sicignano sembra ripetercelo in ogni momento. Qui ci troviamo di fronte a uno spettacolo claustrofobico e senza vie d’uscita, come se Orwell avesse provato a riscrivere Kafka. Un ruolo fondamentale nell’economia di “Buio a mezzogiorno” lo rivestono la bellissima scenografia di Emanuele Conte – una prigione in ferro battuto che ci consegna tutta la solitudine, non solo fisica ma anche interiore, del protagonista – e l’uso perfetto delle luci e delle ombre che scandiscono l’incedere dei giorni e dei ricordi. Senza stare troppo a girarci intorno “Buio a mezzogiorno” è uno spettacolo perfetto, costruito con grande attenzione intorno a un testo formidabile.


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