Cgil, opportunità economiche delle donne: “Solo Turchia e Malta fanno peggio di noi in Europa”

<La Festa della Donna, così come altre ricorrenze rischia, purtroppo, di diventare sempre più un rituale parzialmente anche consumistico. Si risolve insomma con qualche parola e un rametto di mimosa> a sostenerlo è Laura Tosetti, segretaria generale Flai Cgil Genova
Il problema non è, ovviamente se questa ricorrenza sia davvero – e pare non lo sia – la ricorrenza della morte di centinaia di operaie nel rogo di una fabbrica di camicie nel 1908 a New York (ma un fatto del genere accadde il 25 marzo 1911 nella fabbrica Triangle con la morte di 146 lavoratori in massima parte donne, soprattutto immigrate).
<Il problema è che in nessuna parte del mondo si è raggiunta davvero la parità – continuano al sindacato -. Certo, nei paesi in via sviluppo la situazione è molto più drammatica e spesso vede addirittura l’inibizione alla donna della possibilità di lavorare fuori casa, oltre alla parità in funzioni “normali” per presunti motivi religiosi. In tutto il mondo il problema sono le differenze anche retributive sul luogo di lavoro: enorme prevalenza femminile nel part time, grande differenza sul salario, ostacoli pesantissimi a raggiungere posizioni apicali.>
Secondo il recentissimo Gender Gap Report dell’World Economic Forum, la differenza di stipendio tra uomo e donna vale oltre 3200 euro l’anno a parità di lavoro. E in Italia queste differenze si replicano. Secondo il rapporto l’Italia è al 41esimo posto su 145 paesi e, se guardiamo alle opportunità economiche delle donne, solo Turchia e Malta fanno peggio di noi in Europa. Con un gap altissimo nelle funzioni dirigenziali e a parità di studio: gli uomini laureati guadagnano il 36,3% in più delle donne con identici studi. Anche, se, come mostrano parecchi studi, le donne con laurea triennale o magistrale sono in notevole aumento e hanno superato il numero dei laureati maschi, presentando spesso carriere universitarie migliori. Ma le differenze retributive sono visibili anche tra gli impiegati e gli operai. E sono macroscopiche dal punto di vista dell’occupazione: in Italia solo il 51% delle donne lavora, mentre lo fa il 74% degli uomini: siamo al 111esimo posto su 145 paesi con il 13% di disoccupazione femminile.
Una differenza esiste anche dal punto di vista della rappresentanza. Nonostante le leggi che obbligano a una presenza di donne nei consigli di amministrazione delle società quotate, queste norme hanno spesso risultati solo formali e marginalizzano la presenza femminile: se nei consigli di amministrazione oggi c’è una donna ogni 5 uomini, solo il 4,1% degli amministratori delegati italiani è donna.
<Perché tutto questo? Anche perché la nostra società – e, ovviamente molto più le società in via di sviluppo – ha bisogno delle donne in tutta quell’attività di cura alla quale è sempre stata obbligata storicamente – proseguono al sindacato -. Impegni che impediscono di concentrarsi totalmente sulla carriera e, anche, di svolgere lavoro straordinari. Dalle donne ci si attende un lavoro di cura non retribuito, rappresentato dalla crescita e dalla “cura” dei bambini, dal carico della casa (secondo uno studio di Action Aid, in Italia una donna dedica al lavoro domestico 204 minuti al giorno, contro i 57 di un uomo) e molto spesso dall’assistenza degli anziani e dei malati. Con l’impossibilità di “votarsi” se non a costo di enormi sacrifici al lavoro o alla professione. Tra l’altro questo lavoro di cura non retribuito svolto dalle donne varrebbe, secondo le stime, un non calcolato 30% del Pil del nostro Paese. Tutto questo porta una donna su quattro a lasciare il lavoro quando aspetta un figlio, a scelte dolorose fra lavoro e famiglia che si riflettono negativamente anche nell’età pensionabile, con pensioni più basse del 40% rispetto a quelle degli uomini>.
Come uscirne? Per il sindacato, per la Cgil, una via è anche quella contrattuale.
Nel recentissimo contratto dell’industria alimentare italiana tra altri aspetti “normativi”, per esempio, per malattia del figlio è stata aumentata la possibilità di congedo parentale. Un altro messaggio con questo rinnovo contrattuale è il raddoppio rispetto ai tre mesi previsti dalla legge del congedo retribuito per le donne vittime di violenza. Un tema tristemente attuale.
Qualche strada, insomma, si apre, anche se siamo ancora lontanissimi dal riuscire a rompere le pareti di cristallo che segregano i sessi nelle diverse occupazioni nel mondo del lavoro, impedendo l’effettiva uguaglianza di genere.


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