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Disco Club: recensioni, consigli, classifiche e novità. La rubrica di un dischivendolo/ 3 marzo 2016

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A CURA DI DIEGO CURCIO

LE RECENSIONI

MARLON WILLIAMS – Marlon Williams

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Marlon Williams è un giovane neozelandese (classe 1992) con l’americana nel sangue (ma non solo in realtà), nativo della cittadina di Lyttelton, circa tremila anime affacciate sull’omonima baia nella meridionale regione costiera di Canterbury. Per metà di origini maori (il villaggio indigeno di Rāpaki è poco distante), sembra che Marlon sia cresciuto consumando i dischi dei genitori (il padre è un musicista dilettante) e che al tempo stesso abbia raccolto e assimilato la lezione del canto corale nella vicina comunità della Christchurch Cathedral, non facendosi nemmeno mancare una prima infarinatura d’educazione accademica. Questo suo esordio, inizialmente indirizzato al mercato australiano e ovviamente neozelandese, e che la statunitense Dead Oceans (l’etichetta di Ryley Walker, per esempio) ha il merito di diffondere su quello internazionale, è una pregevole e soprattutto autorevole raccolta di ballate, che possiede tutto il dramma e la tensione dei grandi spazi americani. In essa si fondono le radici tenebrose delle murder ballads e del folk più austero e rigoroso con il luminoso afflato religioso del gospel, le polverose campiture western con il country più “nero” e fuorilegge, in un’ideale mescola tra Johnny Cash, Elvis Presley, Nick Cave, Roy Orbison, non lasciando da parte il disperato lirismo della famiglia Buckley, o l’allucinata serenità del country di Gram Parson. Poco più di trenta minuti di musica, come accadeva una volta (tre cover e sei composizioni originali), per un esordio da incorniciare. Marco Maiocco

THE BESNARD LAKES – A Coliseum Complex Museum

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Più che un gruppo, i Besnard Lakes sono un duo moglie-marito (Jace Lasek e Olga Goreas) di Montreal che si espande in forma di collettivo sonoro al momento di incidere i propri dischi. Al pari dei lavori precedenti, “A Coliseum Complex Museum” suona come il prodotto di un’orchestra psichedelica (e anche un po’ shoegaze) che ama evocare atmosfere sognanti quanto quelle dei Tame Impala – ma a briglia più sciolta – e impreziosite da impasti vocali che rendono esplicito omaggio ai Beach Boys di “Pet Sounds” e dintorni. L’effetto pastoral-cosmico che ne deriva è ad alto coefficiente di reversibilità e può così capitare di trovare il disco suadente e vorticoso durante un ascolto e narcolettico e uniforme in quello successivo. Alla fine prevale la sensazione positiva, anche per la presenza di un pezzo epico come “Nightingale” che farebbe un figurone persino in un disco dei più acclamati concittadini Arcade Fire.  Antonio Vivaldi

WILLIE NELSON – Summertime: Willie Nelson Sings Gershwin

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La chiave di lettura di questo disco sta nel Gershwin Prize per la canzone popolare assegnato a Nelson dalla Library of Congress nel 2015. Settantatre anni, da Abbot, Texas, primo disco inciso a diciannove, Nelson è una vera e propria leggenda della musica americana. E i fratelli Gerswhin sono due tra le colonne portanti di un tempio musicale (qui da noi vissuto più in ambito jazzistico di quanto lo sia negli States) al quale, prima o poi, tutti si recano a portare il loro (con)tributo. Nelson lo fa a modo suo e non potrebbe essere altrimenti; con un gruppo country-oriented, il risultato è sempre piacevole, anche se la voce non è certo quella di un crooner di razza. Peraltro i due episodi meno riusciti del disco sono i duetti, “Let’s Call The Whole Thing Off” con Cyndi Lauper e “Embraceable You” con Sheryl Crow: nel primo perché la buffa vocina della Lauper porta la canzone su un piano troppo macchiettistico (e non si può far a meno di rimpiangere Ella & Louis), il secondo perché la Crow è troppo levigata nell’esposizione e non convince vicino alla voce polverosa di Nelson (e anche l’arrangiamento qui pecca nel melenso). Il resto è intrattenimento, ma di gran classe. Danilo Di Termini

J. PETER SCHWALM – The Beauty Of Disaster

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J. Peter Schwalm è un musicista tedesco che maneggia (bene) pianoforte, tastiere, sintetizzatori, batteria, ed ogni genere di aggeggi elettronici che vi venga in mente. In più ha una testa alla Teo Macero, l’uomo che fece geniali taglia e cuci sui materiali del Miles Davis elettrico e “maledetto”, cavandone capolavori alla Bitches Brew. Qui, nella “bellezza del disastro”, lo trovate via via affiancato da altra gente in perfetta sintonia come Eivind Aarset, il chitarrista nordico a sua volta costruttore di spettrali architetture sonore con la sua sei corde mutante, Tim Harries al basso, Nell Catchpole alla viola. Risultato:un affresco corrusco di doom ambient music che è meglio non ascoltare in giorni piovosi, ma che siete appassionati di note sottilmente minacciose e dark (ad esempio i primissimi ed astratti Tangerine Dream) eserciterà un fascino irresistibile, e una sottile coazione a ripetere l’ascolto. Astenersi ridanciani e ottimistici consumatori di solare pop music. Guido Festinese

IL DIARIO

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Diario del 5 marzo 2014
C’è un oggetto che era inesistente in negozio trentanni fa e adesso invece è quasi sempre presente: gli occhiali da presbite. L’età in cui insorge (di solito) la presbiopia e quella media dei clienti, più o meno coincidono (sui quarantacinque anni), succedono spesso casi come quello di questa mattina; Andrea viene a ritirare i vinili ordinati, fino a lì nessun problema, le copertine coi loro trenta centimetri sono leggibili, poi però vorrebbe vedere i cd nuovi, ma “Ho lasciato gli occhiali in macchina, non vedo un tubo”; la cosa non mi coglie alla sprovvista, apro il cassetto e “Eccoti, sono da -2,00, li tengo per i clienti distratti (o che non vogliono rassegnarsi al passare degli anni) vanno bene?”, glieli passo, “Perfetti”. Ancora una volta gli occhiali di riserva salvano l’incasso.
Ben più di quarantacinque anni ha il cliente successivo, ad occhio e croce almeno ottanta. Gira un po’ e siccome mi sembra disorientato, gli chiedo se posso essergli utili, “No grazie, do un’occhiata. Anzi una cosa gliela chiedo. Posso trovare la versione originale della Cumparsita?”, “Mi dispiace, ma non ho questo genere di musica”, lui sembra non avere sentito e “Vorrei però proprio quella vecchia, non i rifacimenti moderni dove non c’è la battuta”, ci riprovo “Non l’ho, provi da Feltrinelli”, niente da fare “Vede adesso vado a ballare in quei locali dove si suonano i ballabili, ma la Cumparsita la fanno senza la battuta, io voglio che ci sia”, ci riprovo, a voce più alta “Non ho cd di tango, provi da Feltrinelli”, ma lui “Dopo la guerra – a questo punto si ferma a squadrarmi – lei non c’era (grazie), si era allegri e si andava tutti a ballare, la Cumparsita la suonavano nella maniera giusta, con la battuta, altrimenti non si può ballare”, sono tentato di prendere il megafano, ma ho paura di essere maleducato, mi limito ad urlare “NON L’HO, VADA DA FELTRINELLI”, finalmente mi sente e si avvia verso via Venti. Dopo gli occhiali, dovrò dotarmi anche di un apparecchio acustico.

LE NUOVE USCITE DI DOMANI

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NEGRITA – 9 LIVE & LIVE
THE CORAL – DISTANCE INBETWEEN
RNDM – GHOST RIDING
M WARD – MORE RAIN
NADA SURF – YOU KNOW WHO YOU ARE
VIOLENT FEMMES – WE CAN DO ANYTHING
PANTHA DU PRINCE – THE WINTER HYMN
SABATON – HEROES ON TOUR
RAY LAMONTAGNE – OUROBORO

LA CLASSIFICA DELLA SETTIMANA

1 DANIELE SILVESTRI – Acrobati
2 EZIO BOSSO – The 12th Room
3 DAVID BOWIE – Blackstar
4 V/A – God Don’t Never Change: The Songs Of Blind Willie Johnson
5 MARLON WILLIAMS – Marlon Williams

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