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Non dimenticare Taranto per non dimenticare Genova. Intervista a Roberto Paolini

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di Luca Giannini

Quando ho letto l’articolo sul manifesto strappato (https://genovaquotidiana.com/2016/02/12/ilva-i-genitori-di-taranto-lanciano-lhastag-genovavergogna/), mi sono fermato e mi sono chiesto che diamine stesse succedendo. Un gesto isolato, come speriamo tutti, o le città – e le persone che le abitano – hanno smesso di parlarsi? Genova e Taranto sono lontane, ma accomunate da molte caratteristiche: due siti portuali, due storie antiche, due riconversioni pesanti che ne hanno mutato il paesaggio e che le hanno sventrate sociologicamente. Due città che hanno attraversato una guerra in tempo di pace senza che nessuno dicesse nulla o quasi, perché in fondo conveniva a tutti. Sì, il manifesto strappato è una cosa piccola, magari nemmeno paradigmatica di questo silenzio assordante sulle vicende Italsider-Ilva. Ma resta il fatto che – oltre ai licenziati, ai malati e ai morti – a qualcuno toccherà pagare il conto. Ed è meglio che tocchi a tutti.

Mi è tornato in mente Arrivederci a Taranto, un docufilm del 2008 girato da Roberto Paolini (nella foto sopra). Ecco il trailer.

Era passato qualche mese fa da Genova per presentare all’Altrove un altro lungometraggio documentario, La Visione Romantica, con la partecipazione – tra gli altri – di Luca Ward, Gianni Canova e Francesco Alberoni. Del 2015 è invece L’Estraneo, che speriamo porti nei prossimi mesi.

ArrivederciT

 

Prima di tutto, come mai un regista milanese finisce a Taranto e gira un docufilm sull’Ilva di Taranto? Come ci sei arrivato? E che cosa ti ha colpito al punto da voler girare un film?

La prima volta che vidi Taranto, prima di arrivare alla città attraversai la zona industriale. Stavo viaggiando d’estate dalla Basilicata verso il Salento su un pullman che percorreva la provinciale che ci avrebbe portato in centro. Non sapevo nulla dell’Ilva o della storia di Taranto e quindi, appena vidi quel paesaggio di acciaio, camini e fiamme, rimasi folgorato. Inizialmente attratto più dall’impatto scenografico (molto simile a Blade Runner), chiesi più informazioni alle persone che viaggiavano con me e loro mi raccontarono dell’amianto. Fu l’inizio di tutto. Cominciai ad approfondire; più scoprivo, più c’era da scoprire. Rientarato a Milano, non riuscivo a pensare ad altro che tornare a Taranto a filmare un breve documentario di venti minuti: così lasciai il lavoro (ero art director in pubblicità) e partii con la mia ragazza trasferendomi lì per un mese.

Come ti sei documentato?

Alessandro Marescotti (di Peacelink) fu il mio primo contatto con la città e le sue problematiche. Lo conobbi tramite un breve trafiletto giornalistico su un giornale gratuito di Milano e lo contattai. Da lì cominciai un’indagine che mi fece conoscere moltissime persone interne ad associazioni, comitati, partiti, alcuni ex operai e giornalisti. Tutti furono estremamente disponibili e la quantità di materiale che raccolsi fu tale, e sollevava così tante questioni, che dovetti farne un lungometraggio.

Hai trovato qualche porta chiusa? Privati cittadini o responsabili delle istituzioni che non hanno voluto parlare?

Un operaio in particolare, vittima di mobbing e di un incidente all’interno della fabbrica, era rimasto talmente sconvolto e provato dalla sua esperienza, che era subentrata una sorta di paranoia. La fabbrica fa paura non solo per i veleni, ma per l’amministrazione stessa, che è un corpo potente e legato alla politica.

Questo ex operaio era ormai poco presente alla realtà, non desiderava essere né ripreso né registrato. Girava con un faldone di fotocopie di articoli e documenti che parlavano dell’Ilva e, durante un chiacchierata di ben cinque ore, non smise mai di guardare fuori della finestra con il timore di essere seguito e osservato.

Ci sono due “paesaggi”, o se preferisci due registri di voce, in Arrivederci a Taranto: da una parte, quello dell’ex direttore e dei giornalisti del «Corriere del Giorno» (che raccontano anche alcune fasi dei processi), dei medici, della presidente di Legambiente, del responsabilità dell’Unità operativa Aria e così via; dall’altra quello di chi all’Ilva ci ha lavorato, ci ha perso dei figli, dei genitori dei bambini malati.

Per quanto alcune categorie di intervistati possano sembrare più lucidi e con un punto di vista più distante e privilegiato, in realtà ognuno di loro vive e lavora a Taranto e chi ci vive è legato alla fabbrica fin dalla nascita. La fabbrica è parte della città ed è visibile da qualunque punto. Tutti gli abitanti di Taranto e provincia sono emotivamente coinvolti perché ognuno in famiglia ha subìto perdite o malanni causate dall’inquinamento.

Nel film hai inserito spezzoni dei documentari trionfalistici degli anni della costruzione dell’Italsider. Alla fine, fai anche riferimento al fallimento del Comune nel 2006. Non mi sembra che la classe politica ne esca bene. Ma c’è anche il j’accuse finale del medico, che punta il dito contro la mentalità assistenzialista della città…

Per quanto la fabbrica sia un gigante dell’industria mondiale, Taranto resta comunque una piccola provincia del Sud, con tutti i suoi limiti. Se da una parte la città si nutre dal seno dell’industria, dall’altra ne rimane vittima e questa conflittualità non le permette di uscirne. Ci sono tarantini che combattono contro questa realtà e altri che ne sono talmente dipendenti per la “sopravvivenza” (la quale crea un piccolo paradosso) che preferiscono tacere o accettarne le conseguenze.

Credo che il vero problema derivi da tutto il Paese Italia che non ha coscienza di quanto il problema Taranto riguardi tutta la penisola e quindi abbandona la città a se stessa.

Il dramma è talmente radicato che mi torna alla mente un episodio di cui sentii parlare dopo che me ne fui andato e che secondo me rappresenta bene la conflittualità di questa situazione. Una madre che allattava il proprio bambino scoprì che il suo latte era contaminato dalla diossina: trasmise una malattia al figlio. Questa è Taranto, e questo è l’esempio più chiaro di quello che sta succedendo da cinquant’anni.

Sei più tornato a Taranto?

Sono tornato diverse volte, sia per la proiezione organizzata da Legambiente presso il Palazzo della Provincia, cui era presente il vice-sindaco, sia per diverse collaborazioni con alcune associazioni e amici con cui ho legato. Sono molto affezionato a questa città e ad alcune persone che la abitano.

Hai letto l’articolo che “GenovaQuotidiana” ha pubblicato sul cartellone che i genitori dei bambini di Taranto hanno affisso a Genova. Che ne pensi, o meglio che cosa sta succedendo, secondo te?

Penso che gli abitanti e le vittime di Taranto cerchino di creare empatia e questo, a parer mio, è sacrosanto. Bisogna dare loro sostegno: è una situazione talmente radicata e incancrenita che potrebbe non avere una reale via d’uscita. Manifestare la propria vicinanza potrebbe farli sentire meno abbandonati a se stessi.

Voglio sottolineare di nuovo quanto il problema Taranto riguardi tutti noi. La diossina che proviene da quella città rappresenta il 90% della diossina italiana e il 10% della diossina europea. Per non parlare dell’inquinamento dei mari che raggiunge anche le più belle coste del Salento e che vede coinvolte non solo l’Ilva ma anche le raffinerie dell’Eni, le fabbriche di cemento e l’industria navale militare.

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