La dispensa (III capitolo)
di Luca Giannini
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Spazi, oggetti, azioni, animali e animanti. Questo il campo d’indagine; non posso promettere di procedere con ordine, perché conduco una vita all’insegna del delirio organizzativo.
Alcuni eoni fa, per esempio, ero a casa di un amico e decidevo di fare il ragù. Ma la polpa di pomodoro stazionava in dispensa, ed entrarci era come gettarsi nel gorgo del Maelström. Mi viene la labirintite ancora adesso a pensarci.
Quella dispensa. Avrei voluto teletrasportarla e farla analizzare da quelli del gruppo di Santa Fe. Il suo caos minuzioso faceva sospettare che dietro si nascondesse una qualche legge, seppur minore e banale, che governa – che so? – i punti del pavimento in cui scarpe, ciabatte e stivali vanno a schiantarsi; oppure che rendesse ragione della presenza di diciassette ombrelli. Mi sarei accontentato anche dell’equazione che regola l’apertura dei pacchi di pasta: una volta ne contai undici, comprendendo il riso.
Se ci pensate, dietro ognuno di questi dati potrebbero nascondersi verità ultime. Oppure il nulla, come al solito. Quale mente malata aprirebbe undici pacchi di pasta più o meno contemporaneamente? Per farci cosa? Qualcuno che stava cercando di riprodurre il brodo primordiale a partire da trenette, tortiglioni e fusilli?
Quando entravo in quella dispensa, mi sentivo una mezza Penelope: tesso la mia tela, costruisco un ordine. Sugli scaffali, lo scatolame, il materiale elettrico, la roba da stirare, la cassetta degli attrezzi, il trapano e lì vicino viti, chiodi e materiale vario. In alto a destra, una collezione di peluche che somiglia alla cripta dei Cappuccini. Appoggiati al muro, ombrelli (confermo la cifra: diciassette), aspirapolvere, lucidatrice, scope e scopette, asse da stiro.
Se ci entravo la settimana successiva, la Penelope distruttrice era passata: accanto alle viti trovavo i vermicelli e la carta igienica vicino ai chiodi.
Fammi indovinare. La Penelope pazza sta ordinando tutto alfabeticamente. Ma poi guardavo il pavimento. La scatola delle scarpe semivuota, il contenuto sparpagliato. Stivali afflosciati in posizioni irreali, scarpe sdraiate su un fianco, alcune abbracciate tra loro. Mi venivano in mente nell’ordine Canne, Pompei Gettysburg. Attirarono la mia attenzione cinque ciabatte. Tutte destre e tutte diverse. Si fece strada il sospetto che in casa abitasse anche il mostro di Loch Ness, notoriamente mancino.
Afferrai una tolla di polpa di pomodoro e scappai. Ma erano passate due ore. Niente ragù.
Quella dispensa, a pensarci bene, era lo scudo di Achille: conteneva lo scibile umano e tutta la tecnologia che era servito a produrlo. E io che descrivo lo scudo sono Omero. Le dispense. Ho un approccio nietzscheano alle dispense: le saccheggio. Fu da lì che capii che la storia non esiste. Ma la si può raccontare.
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