Pozzani, sognatore mai pentito che ha fatto di Genova la capitale della Poesia

di Angela Valenti Durazzo
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Ama Genova, dove è nato nel 1961 e cresciuto giocando nei carruggi, anche se il suo nome richiama alla mente l’internazionalità della poesia. La Francia (dove ha dato vita all’associazione culturale Poesir e ha organizzato la “Semaine Poétique”) la Spagna, la Finlandia, il Giappone, l’America del sud, i Balcani, l’Armenia, Dubai, paese nel quale si trova in questi giorni, sono alcuni dei luoghi dove ha fondato festival o anche solo dato il suo apporto come poeta. “Oggi il mondo è andato da per tutto” ci spiega “e per capirlo occorre uno sforzo maggiore di scavo”.
Il sognatore mai pentito e l’organizzatore meticoloso di una kermesse che dal 1995 porta oltre 100 poeti ogni anno da tutto il mondo a Genova, convivono nella personalità di Claudio Pozzani, che ci racconta, ad alcuni mesi dall’inizio del “22° Festival Internazionale della Poesia di Genova Parole Spalancate” (che si svolgerà dal 10 al 19 giugno) la sua passione per un’arte dove il vissuto personale si miscela con il sapiente uso della parola ed anche la capacità di uscire dagli ambiti accademici e dai luoghi tradizionali ed elitari della cultura, per riempire di parole vive, di suoni onomatopeici, di atmosfere, di versi recitati con la voce ed il corpo, strade e vicoli di Genova.
Lo sguardo indecifrabile non rivela l’appassionato ingegno dello scrittore. “Sono l’apostolo lasciato fuori dall’Ultima Cena/ Sono il garibaldino arrivato troppo tardi allo scoglio di Quarto/ Sono il Messia di una religione in cui nessuno crede/ Io sono l’escluso, l’outsider, il maledetto che non cede…”.
Claudio Pozzani, quando è nato il suo amore per la poesia?
Fin da bambino ero visivamente attratto dai libri con la scrittura verticale e con tutti quegli spazi vuoti. Poi l’incontro fortunato con un professore delle superiori, che mi ha fatto leggere poesie facendomi conoscere i miei autori preferiti, ha trasformato la curiosità in una passione. Leggere infatti è viaggiare con la testa. Ed invece quasi tutti scrivono almeno una poesia nella vita, ma pochi le leggono. Siamo quasi gli ultimi in fatto di lettura sebbene viviamo in un Paese che è la culla della cultura. E’ come se fossimo i custodi analfabeti di un museo.
Lei Nel 2009 ha vinto il premio del Ministero dei Beni e Attività Culturali per la migliore manifestazione di poesia in Italia; nel 2012 il Premio Catullo per l’opera di diffusione della poesia in Italia e all’estero; nel 2014 il “Genovino” per meriti culturali e sociali. Ma al di là dei suoi personali successi qual é la considerazione di cui gode un poeta nella società odierna?
Certamente riguardo all’essere poeti oggi, ci sono dei luoghi comuni che occorre sfatare. Per esempio quando dico la mia professione spesso obiettano “poeta, ma poi che lavoro fa?”. Allora spiego che sono l’organizzatore di un festival, e quello va bene. Inoltre sebbene la poesia sia creazione ed interpretazione della realtà, sebbene sia viva, ci vuole una certa fatica per modificare nei giovani l’idea che è noiosa e che i poeti sono degli “sfigati”. Molto spesso i ragazzi scoprono la bellezza della poesia finita la scuola. Essere poeta è viaggiare, un’esperienza che a me riempie come se mi nutrissi di quello che vedo. E solo quando scrivo riesco compiutamente ad esprimerlo.
Lei infatti è molto spesso all’estero, anche per via della sua professione, pur restando un genovese Doc. Qual è il rapporto con la sua città?
Ho con Genova il rapporto che si ha con una fidanzata che non lasceresti mai anche se ogni tanto ti fa arrabbiare. Mi sento profondamente genovese. Sono nato nei carruggi e conosco il centro storico pietra per pietra. Da bambino giocavo in strada e penso che se tu non giochi in strada crescendo non avrai veramente l’identità della tua città. Ho avuto molte volte la possibilità di lasciare Genova, per esempio trasferendomi a Parigi, che è il mio amore (l’ultima raccolta di versi pubblicata in Francia è “saudade & spleen”) oppure in sud America: uno dei paradisi per la poesia. Là puoi trovarti a leggere davanti ad un pubblico di 10mila persone. Questo perché hanno una grande tradizione orale e per loro la parola ha un significato ed una forza evocatrice. Ma nelle mie intenzioni c’è sempre quella di fare qualcosa di importante per la mia città. Infatti quando mi reco all’estero cerco sempre di promuovere Genova ed invito poeti e letterati a venire a conoscerla.
E a proposito di stranieri, quale dei moltissimi autori che ha conosciuto, ha lasciato in lei un segno profondo?
Certamente fra i moltissimi Álvaro Mutis, uno dei maestri della letteratura ispano-americana. Di lui mi colpiva che, sebbene fosse uno dei più grandi poeti viventi, stava molto ad ascoltare, anche la gente comune ed i ragazzini e non anteponeva mai il suo “io” agli altri, avendo sempre una parola non banale per tutti. E poi Manuel Vázquez Montalbán, il russo Evgheny Evtushenko, il cileno Alejandro Jodorowsky, il francese Michel Houllebecq. Quest’ultimo ha iniziato come poeta per poi diventare uno scrittore famoso in Francia. Il suo libro “Sottomissione” ha suscitato grosse polemiche costringendolo a vivere sotto scorta. E’ uno dei miei scrittori preferiti e sono stato a casa sua a Parigi. Quando si è con lui si sente il rumore dei suoi pensieri e discorrendo ci siamo trovati a sera senza accorgercene. E’ una forza della natura.
Tornando a casa nostra e al Festival 2016, c’è qualcosa che può anticiparci?
L’edizione di quest’anno prevede 110 eventi tra letture, conferenze, spettacoli e concerti, come sempre gratuiti. Sarà un omaggio al centenario del dadaismo, il movimento artistico-letterario d’avanguardia nato, appunto, nel 1916. E poi “parole spalancate” quest’anno viaggerà anche a Roma, sul lago di Garda, in Sardegna.
Lei consiglia ai giovani di intraprendere la “carriera” di poeta?
Non so se consigliarlo. Questo mestiere lo si può fare solo se si ha un sogno. E se sei un sognatore non devi mai pensare di anteporre il guadagno alla creazione, se mai i soldi sono una conseguenza. Ed il mio sogno rimane vivo negli anni. Forse perché lo ho realizzato. Il primo mio mezzo secolo ho avuto una vita bella”.


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