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3 novembre 1943, una donna si affaccia alla finestra e salva gli ebrei dai nazisti

“La giornata della memoria” ricorda tutti gli anni idealmente non solo i milioni di ebrei vittime della Shoah e della follia nazifascista ma ci riconduce anche a quelle traccia oscura dell’animo umano che riporta ai mille altri crimini e genocidi commessi per il mondo e nella storia in nome di vane ideologia, fasulle superiorità razziali e brutali dittature. E’ vano discutere sulla malvagità umana capace di manifestarsi allora come adesso in modo soprendentemente amaro e triste, forse vale la pena concentrarsi su chi, liberamente e spontaneamente, decise di schierarsi tra i “liberi e giusti” a costo della vita.

Per fare questo torniamo a ricordare un fatto storico decisivo e drammatico che vide, suo malgrado, protagonista la comunità ebraica genovese.

E’ il 2 novembre del 1943, la guerra volge, sia pure tra mille incertezze, verso la sconfitta delle forze dell’Asse. I movimenti partigiani delle nazioni occupate sono una spina nel fianco per i nazifascisti che però non hanno abbandonato il disegno dello sterminio della razza ebraica, progetto della follia nazista a cui collaborano attivamente in tutta Europa gli alleati politici e militari dei tedeschi.

Quel 2 novembre è un giorno che segna il destino della comunità ebraica genovese ma dentro la lugubre e tragica storia che andiamo a raccontare accade qualcosa di straordinario. Ma procediamo con ordine. Coordinate dalla polizia italiana che lavora alla Casa dello Studente nel famigerato ufficio ebrei in collaborazione con i tedeschi,  le SS si presentano alla Sinagoga di via Bertora dove si trova il custode Bino Polacco e la sua famiglia.

I militari hanno un piano e dopo essersi fatti consegnare gli elenchi con tutti i nomi e gli indirizzi degli ebrei genovesi, costringono il custode ad attuarlo sotto la minaccia della morte dei suoi figli: convocare per il giorno successivo una riunione di tutta la comunità e quindi catturare così in un colpo solo tutti gli ebrei della città. Polacco obbedisce e il giorno dopo scatta la trappola.

I tedeschi sono appostati nei dintorni e nascosti, aspettano con pazienza che le loro vittime arrivino all’appuntamento: il loro destino è segnato verso i campi di concentramento di Matausen, Bergen-Belsen, Auschwitz. La mattina seguente, secondo il racconto dell’avvocato Salvatore Jona, unica testimonianza di quello che accadde quel giorno” i primi ebrei si dirigono verso la sinagoga percorrendo la piccola salita che la precede ed è li che accade un fatto che nessuno aveva previsto.

Una donna, dalla finestra di un palazzo dipinto di rosso, comincia a fare loro dei gesti, dei segnali. Probabilmente, ha visto tutto, ha visto i tedeschi, le loro manovre e ha capito che quella gente è diretta verso una trappola. Lei non sappiamo chi era, non era un partigiano o qualche figura impegnata o strutturata per fronteggiare la macchina militare e repressiva. Era solo una persona che in quel momento decise di compiere un gesto incommensurabile, come dice la religione ebraica: “Chi salva una vita, salva il mondo intero”. Diede l’allarme. Qualcuno capì e tornò indietro, altri non compresero o non la videro. La vide, invece, un’interprete dei tedeschi, un’italiana, che la fece arrestare.

Il piano dei tedeschi fallì in parte grazie anche a quella donna che permise a molti di fuggire, ad alcuni, magari, anche di salvarsi. Con l’elenco e gli indirizzi dell’intera comunità i nazifascisti cominciarono da quel momento una caccia spietata all’ebreo per le vie di Genova e per le riviere, grazie anche, purtroppo in questo caso, alle delazioni. Viene arrestato anche il rabbino Riccardo Pacifici, catturato con un inganno. Dei 261 ebrei genovesi deportati, più del 20% della comunità tra uomini, donne e bambini ritornano dai campi solo in 13.

 

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