Luci e ombre per “Il Macello di Giobbe” in scena alla Tosse. La recensione

Di Diego Curcio
Ci sono luci e ombre ne “Il Macello di Giobbe”, regia e testo di Fausto Paravidino, che giovedì scorso ha esordito in prima nazionale al Teatro della Tosse e che questa sera va in scena con la sua ultima replica genovese. Lo spettacolo, prodotto dalla Fondazione Luzzati, nasce dalla fucina del Teatro Valle Occupato – Fondazione Teatro Valle Bene Comune, ed è il frutto di un lavoro collettivo, che ha coinvolto maestranze, attori e musicisti, attraverso un processo creativo inedito e molto interessante. Il risultato, però, non convince appieno, nonostante la caratura di autori e attori coinvolti (Filippo Dini su tutti, affiancato dai bravi Emmanuele Aita, Ippolita Baldini, Federico Brugnone, Iris Fusetti, Aram Kian, Fausto Paravidino, Barbara Ronchi e Monica Samassa). Lo spettacolo, che con una bella intuizione parte dal “Il Libro di Giobbe” per raccontare la crisi economica e la finanza liquida che hanno messo in ginocchio milioni di persone in questi ultimi anni, mette dentro troppa carne al fuoco. E non sempre riesce a centrare il bersaglio. Forse la “colpa” è proprio del lavoro collettivo che ha portato alla sua realizzazione, perché se sul piano ideale il progetto appare suggestivo, su quello pratico è assai complesso da realizzare. Il timore, infatti, è che in questo spettacolo Paravidino- uno degli autori più importanti della drammaturgia contemporanea – abbia voluto farci entrare troppe cose, senza rinunciare a nulla. Certo, ci sono la Bibbia e la crisi economica, ma anche Shakespeare, Chaplin, la tragedia greca, il cinema e la letteratura americana della prima metà del Novecento, la danza, la satira e la farsa. Un copione denso con alcune finezze da grande autore e alcune cadute di stile – dal linguaggio volgare e gratuito in certi passi fino a un amplesso frettoloso consumato sul palco – che lasciano talvolta interdetti. La storia che racconta Paravidino è quella del macellaio Giobbe (Dini), uomo concreto e semplice, che costruisce la sua fortuna lavorando sodo. La crisi economica però non risparmia la sua bottega e, affidandosi ai consigli di un figlio (Paravidino) che ha studiato la stessa finanza che lo ha messo in ginocchio, si fa risucchiare in un vortice tragico di fallimenti e lutti. Tutti i personaggi hanno un’identità ben precisa e sono pedine al servizio di questa tragedia contemporanea, dalla figlia di Giobbe gravemente malata fino al dipendente, innamorato di lei, che viene licenziato in nome della “ristrutturazione”. I punti di forza di questo spettacolo, che forse andrebbe asciugato in alcune sue parti, sono l’attenzione per i piccoli particolari e una regia comunque solida e in molti casi cinematografica, piena di finezze e con diverse buone intuizioni. I giochi di luce e le parti in cui gli attori si affidano al linguaggio del corpo sono perfetti, con la musica a scandire lo scorrere del tempo capace di catapultare lo spettatore in una dimensione da vecchio film americano. Belli anche i costumi, anch’essi al servizio della simbologia dello spettacolo, che mette a confronto, in maniera un po’ semplicistica, la sana concretezza del lavoro con la velenosa speculazione finanziaria. Molto interessanti anche le coreografie e la scenografia apparentemente scarna, ma di grande impatto; Paravidino sembra voler dire allo spettatore – anche nello spirito del Teatro Valle – che con pochi messi si può fare tanto. Peccato però che questo lavoro di sottrazione non sia stato fatto anche sul testo. I due fool, che spezzano il ritmo tragico della vicenda, sono due personaggi ben riusciti, un po’ coreuti un po’ Gatto e la Volpa: due facce simili della coscienza sporca della società. Ci sono momenti, ne “Il Macello di Giobbe” in cui sembra quasi di leggere un libro di Steinback con in sottofondo la musica dei Bee Gees. A volte i dialoghi rischiano di strabordare nella morale spicciola, in altri casi invece riescono a travolgere lo spettatore grazie alla loro forza. Insomma: questo spettacolo ha molte cose buone e altrettante meno buone. Come un esperimento riuscito solo in parte, coraggioso ma anche compiaciuto. (Foto di Tiziana Tomasulo)


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