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Le palafitte della Foce, quando il “Piano Casa” non era un problema

Una corsa su e giù per i pendii della Val Bisagno dietro a un cinghiale, una freccia scoccata da un arco rudimentale ma efficace. Il tiro è sbagliato di poco e finisce contro una roccia, spezzando in due il proiettile. Il cacciatore fa una smorfia di disappunto e poi continua la corsa dietro l’animale. Non sappiamo come sia andata a finire e non lo sapremo mai ma quella punta di freccia ritrovata dopo quasi seimila anni tra forte Diamante e forte Sperone è la preziosa testimone che racconta quale fosse la vita e chi fossero gli abitanti della Foce.

La storia di un quartiere può partire da molto lontano ma parlando di questo caso deve partire da epoche veramente remote. I vicini di casa dell’epoca di chi abita in zona risiedevano più o meno tra Piazza della Vittoria e la stazione Brignole. Nel neolitico questi antichi genovesi vivevano su strutture palafitticole, abitazioni che potevano preservare la vita da una piena del torrente Bisagno che aveva una foce molto estesa e molto spesso, come caratteristica dei torrenti, asciutta. La struttura palafitticola era, comunque, un tipo di abitazione che teneva al sicuro anche da animali predatori e nei limiti anche da visitatori dalle cattive intenzioni.

Nel corso degli scavi dei parcheggi di piazza della Vittoria e poi successivamente per i lavori della metropolitana furono rinvenuti altri utensili, tra cui dei resti di accette in pietra verde, un particolare che fa immaginare come prima dell’insediamento i primi abitanti della Foce abbiano lavorato molto nell’attività di disboscamento per fare spazio al loro villaggio.

All’età del bronzo che viene dopo, risalgono gli ulteriori ritrovamenti che oggi possono osservare gli utenti della metropolitana che salgono e scendono alla stazione Brignole che indicano la presenza di capanne e terrazzamenti a secco e anche una antropizzazione più accentuata. Ma come ci possiamo immaginare la Foce di allora? Notevoli sono stati i cambiamenti geomorfologici, il Bisagno nei millenni ha alzato notevolmente il livello del terreno trasportando i detriti ma se vogliamo aiutarci con la fantasia possiamo immaginare dei fitti boschi che vanno verso le alture e nella piana corrispondente alla foce del fiume un paesaggio lacustre e lagunare. I nostri antenati vivevano proprio nel punto in cui queste due diverse realtà si toccavano mutando l’una nell’altra.

Un territorio favorevole agli insediamenti, vicino a delle sommità collinari e a corsi d’acqua. Il mare, molto probabilmente si spingeva molto più avanti di quello che possiamo immaginarci oggi. Le onde si infrangevano su una bellissima lunga spiaggia anche se, come evidenziano i resti archeologici, la popolazione di quei primi insediamenti era più attirata dalla terraferma.

Scorrazzavano per quei boschi alla ricerca di selvaggina che quando veniva catturata era lavorata sul posto con utensili molto semplici fabbricati sul momento e poi abbandonati consentendoci così di avere queste preziose informazioni. Risalgono, invece, a quasi 2000 anni dopo intorno al 4000 le tracce di una evoluzione di questa popolazione che nel frattempo aveva mutato la propria attività integrandola, probabilmente, con quella di allevatori. A testimoniarlo le tracce del lavoro di scalvatura sui resti fossili dei rami degli alberi, una particolare tecnica che consentiva di ricavare del foraggio per gli animali in periodi di magra. Un’attività quella dell’allevamento in combinazione all’agricoltura e a discapito della caccia che gradualmente verrà abbandonata. Sono resti del V millennio A. C. quelli relativi a pelli lavorate e suppellettili con tracce di latte a dimostrazione che gli animali non venivano solamente allevati per essere macellati ma che cominciavano ad compenetrare nell’attività economica della comunità.

Nell’area di piazza Brignole fu individuato uno strato contenente numerosi frammenti ceramici, macine, lamelle di selce, un’accetta in pietra verde, carboni di legno e resti scheletrici di animali molto frammentari, nell’ambito del quale si sono potute evidenziare due fasi di frequentazione, con resti di focolari e accumuli di rifiuti. Non essendo emerse tracce di strutture, ad eccezione di una fossa di forma a “T”, che possono essere interpretate come i resti di un silos per la conservazione di derrate, in relazione alla presenza di residui di ghiande torrefatte, si può pensare, più che a un’area di abitato, a frequentazioni stagionali, verosimilmente legate ad attività agricole o più genericamente produttive, forse esercitate in un’area marginale di un villaggio.

 

La storia di questi antichi abitanti della Foce si perde poi nei secoli sepolta dai detriti del mare e del torrente prima e poi dai successivi insediamenti abitativi.

La storia “moderna”  inizia ancora prima, comunque, dell’arrivo dei romani. Il nome del quartiere deriva da Focea, i focesi provenivano da una città greca della Ionia, Focea, dove oggi sorge la città di Foca in Turchia. Si stabilirono, secondo i reperti archeologici, in un’area che è approssimativamente quella dell’area di piazza Rossetti e da lì si adoperavano per i loro scambi e i commerci. Anche loro furono i protagonisti del fiorire della Genova dei primordi del 700 a. C.

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