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Viaggio dentro Genova attraverso i poeti

Per oscure ragioni che animeranno per sempre i salotti sempre più rari di chi legge libri e si appassiona alle vicende letterarie Genova è una città di poesia e non una città di prosa.

La ragione la si è cercata con più o meno approfondite analisi psicologiche e sociologiche tutte più o meno coincidenti con l’opinione che il carattere chiuso e ombroso del ligure si codifichi in un linguaggio raro e astratto, preciso e duro. Piuttosto che l’effluvio di parole della prosa la calibrata ricerca del verso giusto intima declinazione di chi non deve sprecare nulla anche quando si tratta di sillabe.

La realtà dei fatti a prescindere dalle ragioni comunque è questa: da una parte, quella della poesia troviamo Montale, Caproni, Sbarbaro, Firpo, Campana e Sanguineti con versi che al primo hanno fruttato un Nobel e agli altri un riconoscimento nazionale e internazionale, dall’altra per parlare di testi che hanno effettivamente rappresentato qualcosa troviamo solo “La bocca del lupo” di Remigio Zena pseudonimo di Gaspare Invrea che scrisse un romanzo ispirato al naturalismo francese e ambientato tra caruggi e piazzette.

Salta subito agli occhi che nonostante la dignitosa prova letteraria di Invrea che racconta le storie di disperata e quotidiana sopravvivenza della gente del tempo, è mancato a Genova uno scrittore come Pessoa, Joyce, Kafka o per venire in Italia come Pavese e Gadda che nella loro poetica e narrazione, fisiologicamente, inserirono il territorio di nascita per farlo diventare una rappresentazione imprescindibile dal loro nome.

Genova, invece, se cerca ancora l’autore che possa narrarla definitivamente ha trovato nel frattempo fior di poeti che l’hanno descritta. Si è trattato sempre di un rapporto difficile, dialettico contrastato e mai autoreferenziale; Montale, insieme a Sanguineti il più genovese di tutti, nasce in Corso Dogali a Oregina. Combattuto fin da piccolo tra l’idea di diventare un artista, il poeta amava molto il canto e prese lezioni dal maestro Sivori, e quella più pragmatica di diventare un buon impiegato di banca coronando i sogni del padre che commerciava in resine e acquaragia. Dopo un periodo giovanile febbrilmente impegnato nelle letture alla biblioteca Berio e tra i flaneurs di Galleria Mazzini la sua maturità letteraria avverrà fuori Genova tra Milano e Firenze. Anche se con la raccolta di poesie “Ossi di seppia” che raccoglie un successo straordinario, l’ambiente ligure è fondante nei suoi versi la città di Genova, invece, torna piuttosto raramente.

 

La casa dei doganieri

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.

Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
nè qui respiri nell’oscurità.

Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende… ).
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

 

Corso Dogali

 

Se frugo addietro fino a Corso Dogali

Non vedo che il Carubba con l’organino

a manovella

e il cieco che vendeva il bollettino

del lotto. Gesti e strida erano pari.

Tutti e due corpi ispidi e rognosi

Come i cani bastardi dei gitani

E tutti e due famosi nella strada,

perfetti nell’anchilosi e nei suoni.

La perfezione: quella che se dico

Carubba è il cielo che non ho mai toccato.

 

Di Livorno ma a tutti gli effetti genovese è Giorgio Caproni che probabilmente tra tutti è quello che più di ogni altro è riuscito a raccontare Genova in una sua forma paesaggistico esistenziale sia pure attraverso l’acutezza dei versi e una storia che non lo legherà mai definitivamente con la città.

Sono diverse le poesie di Caproni che hanno come sfondo Genova ma le due più famose “l’ascensore” e “Litania” per la loro potenza poetica e suggestiva sono diventate veri e propri manifesti della genovesità.

 

“Quando mi sarò deciso

d’andarci, in paradiso

ci andrò con l’ascensore

di Castelletto, nelle ore notturne,

rubando un poco

di tempo al mio riposo.”

(…)

 

Litania

 

(…)

Genova mia città intera.
Geranio. Polveriera.
Genova di ferro e aria,
mia lavagna, arenaria.

Genova città pulita.
Brezza e luce in salita.
Genova verticale,
vertigine, aria scale.

(…)

In Camillo Sbarbaro, nativo di S. Margherita, emergono elementi “maudit” e di “male di vivere” che per Montale erano soltanto mondi poetici e intellettuali percepiti attraverso il filtro della poesia. Sbarbaro impiegato dell’Ilva a Savona e a Genova nella vita ufficiale ma poeta struggente e disperato nella sua attività letteraria è uno dei rappresentanti più degni dell’esistenzialismo vissuto sotto la Lanterna. L’inferno dei bordelli e delle truci osterie dei vicoli è raccontato senza compiacimento e retorica. E’ un vero e proprio viaggio negli inferi di un’anima che vittima della lussuria diventa incapace d’amare.

 

Adesso che placata è la lussuria

 

Adesso che placata è la lussuria

Sono rimasto con i sensi vuoti,

neppur desideroso di morire.

Ignoro se ci sia nel mondo ancora

Chi pensi a me e se mio padre viva.

Evito di pensarci solamente.

Chè ogni pensiero di dolore adesso

mi sembrerebbe suscitato ad arte.

Sento d’esser passato oltre quel limite

Nel qual si è tanto umani per soffrire,

e che quel bene non m’è più dovuto.

Perché soffrire della colpa è un bene.

 

Mi lascio accarezzare dalla brezza

Illuminare dai fanali, spingere

Dalla gente che passa, incurioso

Come nave senz’onda né vela

Che abbandona la sua carcassa all’onda.

Ed aspetto così, senza pensiero

E senza desiderio, che di nuovo

Per la vicenda eterna delle cose

La volontà di vivere ritorni.

 

Dino Campana non è genovese ma di Faenza. Come spesso accade è un “foresto” che riesce a cogliere appieno la visione immaginifica e ai limiti del fantastico di una città ai limiti della realtà, partenza e meta allo stesso tempo del viaggio e della manifestazione delle forze primigenie della natura su cui dominano eros e thanatos. Il poeta osserva la città dall’angolazione speciale di un tavolino del “caffè degli specchi” in salita Pollaioli. Una città che riporta alle orgini stessa della poesia a quella “Grande madre” mediterranea rimossa ma sempre capace di manifestazioni improvvise.

 

Genova

 

(…)

 

Genova canta il tuo canto!

Entro una grotta di porcellana

Sorbendo il caffè

Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce

Tra le venditrici uguali a statue, porgenti

Frutti di mare con rauche grida cadenti

 

(…)

 

O siciliana proterva opulenta matrona

A le finestre ventose del vico marinaro

Nel seno della città percossa di suoni di navi e di carri

Classica mediterranea femina dei porti:

Pei grigi rosei della città di ardesia

Suonavano i clamori vespertini

E poi più quieti i rumori dentro de la notte serena:

Vedevo alle finestre lucenti come le stelle

Passare le ombre de le famiglie marine: e canti

Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la città

Mediterranea.

 

(…)

 

La Genova di Edoardo Firpo poeta che sceglie il linguaggio vernacolare come espressività struggente e impressionistica dell’anima che si trasfigura nelle descrizioni minuziose e precise del territorio

 

Boccadaze

O Boccadaze, quando a ti se chinn-a
sciortindo da-o borboggio da çittae,
s’à l’imprescion de ritorna in ta chinn-a
o de cazze in te brasse d’unna moae.
Pa che deslengue un po’ l’anscia da vitta
sentindo come lì s’eggian fermae
ne-a bella intimitae da to marinn-a
a paxe antiga e a to tranquillitae.

 

O Boccadasse, quando si scende a te
uscendo dal subbuglio della città,
si ha l’impressione di ritornare nella culla,
o di cadere fra le braccia d’una madre.
Pare che si sciolga un po’ l’ansia della vita
sentendo come lì si sian fermate
nella bella intimità della marina
la tua pace antica e la tranquillità.

 

Edoardo Sanguineti nella sua sperimentazione semantica e semiologica spoetizza la poesia. I luoghi dentro una narrazione del tutto diversa da quella dei suoi colleghi riportano schegge di lessico quotidiano seppure nell’incredibile accesso a una visione diversa della realtà ottenuta grazie a un ottico di Corso Buenos Aires…

 

Mi sono riadattato gli occhiali

mi sono riadattato agli occhiali (che la patente, a me, rende obbligati, ormai),

in un paio solo di giorni: vedo tutto più netto: (ma niente mi è, per questo,
diventato migliore, in verità: un semaforo è sempre un semaforo, un marciapiede
è un marciapiede: e io sono sempre io, così):
(quanto al doloroso senso di capogiro,
vaticinato, con l’emicrania, da un Istituto Ottico di corso Buenos Aires, al quale
mi sono rivolto, questa volta, l’ho sperimentato e l’ho superato): (l’oculista
affermava che, con il tempo, io mi ero costruito una mia rappresentazione arbitraria
della realtà, adesso destinata, con le lenti, a sfasciarsi di colpo):
(e ho potuto
sperare, per un attimo, di potermi rifare, a poco prezzo, una vita e una vista)

 

Una Genova e allo stesso tempo mille. Un viaggio quello attraverso i poeti che consente di camminare molto pur rimanendo fermi in una stanza.

 

 

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One thought on “Viaggio dentro Genova attraverso i poeti”

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