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Gio Battista Baliano, che “bruciò” Galileo sul moto dei corpi

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È appena un voltino tra piazza Matteotti e via Canneto il Lungo, in centro storico: archivolto Baliano ricorda la figura di Gio Battista Baliano (così la lapide nomina Giovanni Battista Baliani), nato e morto a Genova, rispettivamente nel 1582 e nel 1666 (ma la stele toponomastica lo fa vivere un anno di più), “emulo di Galileo”. Il suo libro “De Motu naturali” è probabilmente il motivo per cui la città natale ricorda lo scienziato, noto per i suoi studi di meccanica e astronomia, relegandolo in un cantuccio. Presente, sì. in pieno centro, sì, ma non troppo in vista. Ecco perché.

archivolto baliano
Galileo accusò Baliani (col quale aveva intrattenuto un pluriennale carteggio) di aver plagiato i suoi studi sul moto. Galilei pubblicò le “Nuove scienze” nel 1638. Questi studi erano in realtà già apparsi clandestinamente in Olanda. Baliani precedette il suo (allora) amico e scienziato di più chiara fama pubblicando qualche mese prima il suo “De motu naturali gravium solidorum”. Si trattava praticamente dello stesso studio che portava alle stesse conclusioni. Lo scienziato genovese sosteneva che il suo libro era basato su esperimenti risalenti al 1611, che erano stati effettuati nella rocca di Savona e che anticipavano i fenomeni della «indipendenza della velocità di caduta dei gravi dal loro peso; e la stessa enunciazione delle proposizioni sull’isocronismo delle oscillazioni pendolari e di quelle riguardanti le proprietà del moto uniformemente accelerato». Galilei, che aveva introdotto qualche tempo prima Baliani addirittura nell’Accademia dei Lincei sponsorizzandolo con la frase «maximopere laudavit animi candorem, ingenii sublimitatem, morum suavitatem et verum philosophandi modum… » (lodo molto la sua purezza d’animo, l’altezza dell’ingegno, la dolcezza dei modi e il genuino modo di filosofare), se ne ebbe davvero molto a male. In una sua opera svelò che lo scienziato genovese gli aveva inviato il suo libro descrivendosi a lui come «autore che, ancorché di lontano, si ingegna di seguire le sue pedate». Al pisano questa frase sembrava una dichiarazione di colpa e l’invio quasi una guasconeria. In realtà, è più probabile che i due uomini di scienza, condividendo via lettera scoperte e metodi, abbiano camminato di pari passo arrivando, appunto, alla stessa conclusione e che fossero entrambi in buona fede quando dichiaravano di essere il vero scopritore.
Non si deve pensare che lo scienziato genovese fosse succube del prestigio del più noto Galilei. Nel 1630 Baliani aveva notato eseguendo dei lavori nel porto di Genova l’anormale salita dell’acqua in un sifone e ne aveva chiesto una spiegazione proprio a allo scienziato toscano. La risposta non soddisfece Baliani che continuò a studiare lo strano fenomeno giungendo per suo conto alle stesse conclusioni degli studi sullo stesso argomento che Isaac Beeckman a Dordrecht e Cartesio ad Amsterdam avevano condotto scoprendo che la salita dell’acqua nel sifone era causata non dall’antico principio finalistico dell’horror vacui, ma dalla pressione uniforme dell’aria. Baliani riferì il 24 ottobre 1630 questi risultati a Galilei che sosteneva l’opinione di Erone di Alessandria sulla mancanza di peso, e quindi di pressione, dell’acqua e dell’aria nei loro luoghi naturali. Ne nacque così una “querelle” tra i parigini con Marin Mersenne e gli italiani che si concluse solo con le convergenti scoperte di Evangelista Torricelli e Blaise Pascal.
Galilei morì nel 1642 e Baliani non cessò di attribuirsi la sua piena paternità dell’opera, addirittura arricchendola. In quel periodo fu appoggiato dai Gesuiti, probabilmente non per vera convinzione, ma semplicemente perché Galileo si era spinto ad affermare che la terra girava attorno al sole, circostanza che, come è noto, gli valse la condanna del Santo Uffizio perché la Chiesa non ne voleva sapere di ammettere che non proprio tutto quello che stava scritto nella Bibbia era verità incontrovertibile, soprattutto in tema di astronomia.
Anche Baliani morì senza che si fosse potuta derimere la questione. Chi decise, molto tempo dopo, il testo della targa (che sembra piuttosto antica) usando la parola “emulo” sembra dar torto al genovese che nemmeno il tradizionale campanilismo dei genovesi sembra aver avuto la forza di salvare dall’accusa di plagio, almeno nella targa stradale. Baliani portò con sè nella tomba una verità che solo lui poteva sapere.
Appartenente ad un’eminente famiglia Baliani fu avviato dal padre, senatore della Repubblica di Genova, alla carriera politica dove ricoprì importanti incarichi. Nel 1623 entrò nel Senato e nel 1647 come governatore di Savona fece da mediatore evitando uno scontro navale nel porto tra la flotta francese comandata da Richelieu e quella napoletana. Scrisse anche un trattato sulla pestilenza del 1630.
Certo è che la storia gli ha dato torto. Basta pensare quanle pubblicazioni dedicate a Galilei e quanto Baliani sia rimasto, invece, semi sconosciuto.

De motu naturali gravium solidorum et liquidorum (1646)

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