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Aldo Gastaldi, l’ultimo eroe moderno

Scrivere e raccontare la storia di Aldo Gastaldi, nome di battaglia “Bisagno” non è facile nel post di un sito internet.

L’uomo, insieme a Giacomo Buranello di cui abbiamo già scritto, è una figura centrale della Resistenza genovese e ligure.

 

Giovanissimo anche lui, morirà a soli 24 anni, con un’intelligenza spiccata e un fortissimo senso etico e civile si distacca dal fascismo attraverso passaggi e evoluzioni diverse rispetto a Buranello.

 

Rivarolese di nascita (17 settembre 1921), carattere aperto e cordiale, sportivo e amante delle belle passeggiate è anche lui un coetaneo del regime fascista e anche per lui la realtà sociale italiana è tutt’uno con le cerimonie e riti della dittatura di Mussolini. Non si evidenziano nella sua storia pubblica momenti di incertezza e malumore, nessuna opposizione dialettica o teorica al fascismo.

Come diremmo adesso è una persona “normale”. Studia, frequenta l’istituto Galileo Galilei , gioca a rugby e pratica il canottaggio. Finite le scuole si iscrive a economia. Normalissimo. Va a lavorare all’Ansaldo di Sestri Ponente. Scoppia la guerra e viene chiamato alle armi,diventa sottotenente del genio, marconista a Chiavari con il 15° Reggimento Genio.

 

Fin qui non si evince nessuna particolare ostiità sino a quando il 25 luglio del ’43 Mussolini viene arrestato e Gastaldi, 22enne, manifesta i suoi primi comportamenti antifascisti che dopo l’8 settembre lo porteranno a fuggire in montagna e a non arruolarsi tra i repubblichini.

La figura di Gastaldi è affascinante perché è quanto di più simile a un eroe da romanzo. Combattivo e leale, marziale ma nello stesso tempo ribelle, cattolico praticante ma capace di misurarsi con i comunisti di allora da pari a pari senza pregiudizi ideologici e senza nessuna inferiorità psicologica.

 

Un uomo tutto d’un pezzo come si dice che emerge sin da subito nell’azione di guerriglia per la sua preparazione militare e una superiore visione strategica.

Nei pressi di San Colombano Certenoli a Cichero dove lui aveva nascosto delle armi. Qui viene a contatto con dei comunisti, tra questi Giovanni Sebardini “Bini” e qui nasce la leggendaria formazione partigiana “Cichero” dal nome della zona.

Le vicende nella guerriglia partigiana legate al nome di Gastaldi sono talmente tante che è impossibile raccontarle in breve, possiamo solo dire che Gastaldi ha dato una interpretazione militare al movimento unica e difficilmente ripetibile per gli altri. Il suo carisma e le sue indubbie capacità permettevano comportamenti performativi che altri raggruppamenti non potevano neanche immaginare. La strategia di “Bisagno” era dettata da una prudenza determinata, una capacità strategica di ottenere il massimo risultato con il minimo rischio per i suoi uomini. L’interpretazione della guerriglia era rigida, oculata e severissima. Il sabotaggio, il recupero delle armi, la disciplina del gruppo e la fuga strategica erano pietre miliari.

 

Le brigate nere che avevano il compito primario di combattere la Resistenza erano meglio armate ed equipaggiate e i soldati erano uomini che avevano sicuramente mangiato a pranzo e dormito la notte. Tutti aspetti che mancavano ai partigiani che molto spesso anche se generosi e coraggiosi mancavano delle conoscenze militari per capire in anticipo i rischi che correvano. Gastaldi scoraggiava i suoi di andare a fare visite in famiglia, sapeva che i suoi uomini non erano militari addestrati ma persone semplici, sapeva che una parola sfuggita dopo un bicchiere di vino in più era un rischio mortale per centinaia di uomini nascosti in montagna. Sapeva anche che le rappresaglie nazifasciste colpivano le popolazioni che avevano dato soccorso ai partigiani e per questo i suoi uomini erano disposti a soffrire la fame e il freddo piuttosto che mettere a rischio la vita di innocenti. L’ex marconista, poi aveva una visione quasi “cristologica” del capo: doveva dare il buon esempio, in prima linea nelle azioni pericolose, l’ultimo ad andare a dormire e il primo ad alzarsi, mangiare e dividere con tutti gli altri. Ce ‘erano pochi come lui e forse non ce ne sarebbero più stati.

 

Bisagno che pure aveva combattuto insieme ai comunisti ne soffriva l’impostazione dottrinale, la “lateralizzazione” dei loro scopi di lotta.

Per i comunisti c’era un fine, la rivoluzione mentre per lui c’era solo un nemico da combattere. Per questo lui non sopportava il “commissario politico” figura strategica invece per i comunisti nella Resistenza, colui che dettava i tempi “politici” della guerra quando per il soldato, la guerra, aveva solo i suoi tempi intrinseci: studiare, colpire e fuggire senza perdite.

 

Fu una dialettica aspra e dura quella che passò tra il capo indiscusso per coraggio e capacità e il partito che contava il maggior numero di appartenenti alla Resistenza, nascondere questo aspetto è stupido ed è stato sbagliato perché ha consentito a molti di “sporcare” una delle poche immagini “limpide” di quel periodo.

 

Il “Bisagno” solitario che risaliva i sentieri di Cichero nel ’43 nell’aprile del ’45 era il Mito che dall’alto delle montagne, al comando di migliaia di uomini, osservava le nere colonne di fascisti e nazisti allontanarsi dai paesi della costa in fuga verso il nord. Anche quella volta, come sempre, prudente e attento, senza sparare un colpo, senza inutili stragi. Aldo Gastaldi morì nel maggio del ’45, in uno stupido incidente d’auto, cadendo dal tetto della cabina di un camion a Desenzano mentre accompagnava gli alpini della Monterosa che ad un certo punto, convinti dal suo carisma, avevano deciso di combattere al suo fianco.

 

Si disse che non fu una disgrazia, voci tendenziose hanno espresso dubbi su un incidente che sarebbe stato provocato per uccidere Gastaldi. L’ipotesi smentita dai diversi capi partigiani di tutte le componenti politiche ha sempre aleggiato intorno alla storia di un eroe “impossibile”, invidiato e temuto  per caratteristiche molto rare come il coraggio, l’intelligenza e la bontà, cose che uno non se le può dare da solo, o le hai o non le hai.

 

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