Storia 

1944, La tragedia di S. Benigno, 2000 vittime dimenticate e un’ombra sinistra

E’ il 1944, il 10 ottobre è un martedì e infuria un forte temporale. Genova da giorni è sottoposta a un massacrante martellamento da parte delle forze alleate che ogni giorno scaricano sul capoluogo ligure e su tutta Italia centinaia di tonnellate di bombe con le fortezze volanti.

La città è difesa da poche e vecchie batterie di contraerea posizionate sulle alture della città ed è praticamente inerme contro la violenza e la potenza delle incursioni alleate. I genovesi, migliaia di persone, passano buona parte delle loro nottate nei rifugi antiaerei, vecchie gallerie adibite alla necessità, cantine e sotterranei. In molti di loro hanno perso la casa proprio nei bombardamenti e quindi abitano in modo permanente nei rifugi.

contra

Sono le 6.45 quando un forte boato scuote le abitazioni del ponente cittadino ma viene percepito distintamente in tutta la città.

In molti pensano che si tratti della caduta di un fulmine nella zona portuale in realtà si tratta di una delle più immani tragedie che colpiscono Genova nel corso della guerra. Intorno all’esplosione avvenuta nel reticolo di gallerie intorno a S. Benigno incomberà per anni il “giallo” di cosa lo ha provocato. Quello che accadde fu l’esplosione di un deposito di munizioni dei tedeschi che fece saltare in aria la galleria Assereto e la galleria S. Benigno oltre a provocare il collasso dei palazzi vicini che crollarono con dentro i loro abitanti.

La zona, oggi irriconoscibile rispetto ad allora, nei pressi di via Milano e del Matitone, è avvolta da una nube di polvere. Accorrono i primi soccorsi, scarsi, si cerca di scavare tra le pietre a mani nude. Molti sopravvissuti corrono via spaventati. E’ il caos.

La relazione della Guardia Nazionale Repubblicana riportata nel libro di Raffaele Francesca: “San Benigno: silenzi, misteri e verità su una strage dimenticata” recita testualmente: “Il temporale scatenatosi nella notte tra il 9 e 10 ottobre raggiungeva la massima intensità all’alba e alle 6.45, un fulmine incendiava alcune condutture elettriche provocando lo scoppio delle mine poste nella galleria e di una grande quantità di munizioni ivi depositate. (…) La scossa tellurica, provocata dall’esplosione, sconvolgeva il terreno sovrastante la galleria saltata in aria, distruggendo completamente un agglomerato di case di abitazione, ove dimoravano una settantina di famiglie, tutte perite nell’immane sciagura. Un numero imprecisato di militari della G.N.R., della Marina, dell’Esercito, della Croce Rossa e dei camerati germanici, in servizio nella vicina zona portuale o nelle gallerie stesse, è stato travolto sul posto del dovere. (…) Non è stato ancora possibile accertare il numero dei morti che purtroppo è molto elevato.”

La notizia, in un momento in cui la città è provata dai continui bombardamenti, non si diffonde più di tanto rispetto alla vastità della tragedia e alle vittime che secondo stime mai definitivamente accertate non sarebbero state meno di duemila comprendendo anche quelle dei palazzi crollati.

I giornali passano la notizia con poche righe, si tratta di non infierire su una popolazione già provata e con il morale a terra.

In effetti, proprio sopra la galleria i tedeschi avevano creato questo deposito che generò un’esplosione devastante.

Nessuno rivendicò un attentato e neppure da parte dei nazisti ci fu il dubbio che a provocare quell’esplosione fosse stato qualcosa di diverso da un fulmine anche perché in quel caso, eravamo a sei mesi dalla resa definitiva, la rappresaglia sarebbe scattata come tante ne avvennero contro civili e partigiani in quei mesi cruenti.

Fu cinque mesi dopo che sulle colonne del “Corriere Mercantile” era precisamente il 31 marzo venne pubblicata un’altra notizia che smentiva la tesi del fulmine. Secondo il “Mercantile” , il giornalista non si firma, nelle tasche di un “bandito” catturato veniva trovata una copia de “Il ribelle” un giornale clandestino della resistenza in cui si rivendicava l’attentato da parte dei partigiani che avrebbero, loro, fatto esplodere la santa Barbara tedesca.

La notizia, poi successivamente smentita dai comandi partigiani e dallo stesso generale Guenther Meinhold al comando delle forze tedesche a Genova, sembrerebbe un tentativo di gettare discredito nei confronti dei partigiani a neanche un mese dalla fine della guerra.

Rimane, però, su questa tragedia un’ombra che si è insinuata negli animi, un antico rancore mai sopito che ha maledetto quei morti, dimenticati e mai commemorati come si sarebbe dovuto.

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