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Centro storico dopo l’omicidio di vico dei Biscotti, potenzialità turistiche e necessità di presenza delle istituzioni

di Monica Di Carlo

C’è gente che ancora pensa che il centro storico sia il Bronx, gente per la quale non è passato un attimo dal tempo in cui all’ombra di Porta Soprana si faceva la borsa nera e da quando in Ravecca, nei bassi risparmiati di bombardamenti, in mezzo alle macerie, rantolavano i tossicodipendenti prossimi a morire di overdose di eroina. C’è gente che non vuole bene alla sua città e nemmeno la conosce e per questo ne parla male e altra che pensa che il centro storico sia la cloaca di una Genova fatta di quartieri bene (ma pur sempre quartieri dormitorio, anche se di lusso) e periferie operaie “ma oneste” e che pensa di potersi lasciare andare, qui, a comportamenti che se mettesse in atto sotto casa sarebbe breso a calci nel fondoschiena persino dalla vicina ottantenne.
Oggi il centro storico è, invece, la pià grande macchina turistica della città, più ancora dell’Acquario, anche perché nessun luogo può vivere per sempre di turismo con una sola attrazione a disposizione. Il centro storico è un museo di 33 ettari, è la più vasta rete di pubblici esercizi dedicati a genovesi e turisti, è la memoria e insieme il futuro di questa città.
Dopo l’omicidio in vico dei Biscotti, parlano di sicurezza e vivibilità i commercianti e gli abitanti della “Rive Gauche” di una città che fu Superba prima di Parigi. Cosa dicono? Che l’insicurezza arriva quando chiudono le vetrine, che il centro storico è lavoro per molti e casa per migliaia di persone, che solo con l’impegno e l’attenzione si può evitare di perdere questo patrimonio. Dicono che servono più attenzione, controllo, impegno da parte delle forze di polizia che non possono far cadere nel nulla gli appelli della gente quando chiama disperata il 113. Perché senza la presenza delle istituzioni e delle forze di polizia si riaprono buchi neri nel merletto realizzato da molte mani con il quale negli ultimi trent’anni si è rattoppato il degrato trasformando la città vecchia in potenzialità turistica. Dalla zona in cui l’altra notte s’è consumato l’omicidio, abitanti e commercianti da mesi chiedono aiuto perché nella bellezza di una città viva e vissuta si stavano aprendo delle falle e queste falle si chiamano “scarsa sicurezza”. Un problema che non coinvolge tutto (nel centro storico, ormai, si può vivere senza chiudersi in casa la sera e senza trovarsi in situazioni di pericolo dove ci sono vetrine aperte), ma investe le aree in cui le luci dei negozi sono spente, magari per la crisi, e che muoiono un po’ di più ogni volta che le forze di polizia non intervengono, magari “solo” per uno spacciatore o per una rissa.
Ieri un gran numero di agenti delle forze dell’ordine in borghese girava per la Rive Gauche. Ne sarebbero bastate molte meno, ma tutti i giorni, nei mesi precedenti. Sarebbe bastato che fossero arrivate quando ce n’era bisogno, quando gli operatori economici chiamavano per sentirsi rispondere “abbiamo tutte le pattuglie occupate”; “Ma è sempre Lei a chiamare?”, “Lo sapevate di aver aperto un locale in una zona difficile”. Sono centinaia le persone che testimoniano di aver ricevuto queste risposte che, peraltro, saranno registrate, come d’abitudine, dai centralini di polizia municipale e altre forze dell’ordine. In futuro, ne basterà un numero non infinito, ma finalmente congruo. Basterà che le forze di polizia entrino nei carruggi e non si limitino a passare in auto ai bordi della città vecchia. Abitanti e commercianti del centro storico continueranno a fare la loro parte, ora tocca alle forze dell’ordine e al resto della città.


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