1684, Genova non china la testa al Re Sole e il doge con una battuta lo zittisce

Era una questione di forma: chi doveva salutare per primo con una scarica a salve l’ingresso delle navi nel porto di Genova. Gli ospiti per ringraziare dell’accoglienza oppure i genovesi in segno di giubilo per l’arrivo dei prestigiosi vascelli? La questione intorno al 1680 mette in crisi le relazioni tra la Repubblica di Genova e la Francia sebbene ci fossero già stati alcuni rospi mal digeriti dal Re Sole come alcune galee fornite dai Serenissimi alla Spagna nel corso di una guerra tra Francia e Olanda dove gli iberici si erano schierati con questi ultimi.

La Francia, vera e propria superpotenza militare ed economica dell’epoca, non digeriva che la piccola Repubblica non chinasse la testa. Inoltre, c’erano due o tre questioni che facevano gola ai transalpini: la Corsica sotto il controllo dei genovesi e ovviamente la posizione strategica della stessa città che sarebbe stata un ottimo caposaldo verso la ricca e ambita pianura padana.

Genova manteneva salda un’alleanza con la Spagna che con la sua flotta nel Mediterraneo rappresentava un deterrente per l’aggressività dei francesi che però mordevano il freno aspettando un pretesto qualsiasi.

Nel 1683 dal governo francese arriva alla Repubblica la richiesta di rompere l’alleanza con la Spagna, mettersi sotto la “protezione” di Luigi XIV, salutare per primi con una scarica a salve l’arrivo delle navi francesi in porto e rifornire di munizioni e viveri la città di Casale passata, nel frattempo, sotto il loro controllo.

La diplomazia a questo punto ha il fiato corto e i genovesi nicchiano. Da una parte appare piuttosto impervio dichiarare guerra alla Francia visto che da parte degli alleati spagnoli e milanesi ci sarebbe solo un soccorso in caso di attacco, dall’altra non intendono assolutamente accettare il diktat.

E’ così che il 17 maggio 1684 per chi si affaccia dalla finestra dalla collina del “Castello” si presenta lo spettacolo dell’intera flotta francese schierata e in direzione Genova. Ai comandi dell’ammiraglio Duquesne ci sono 16 grossi vascelli, 20 galee, 10 pallandre, 27 tartane 8 feluche e altri 70 bastimenti da remo. A bordo delle navi 8000 soldati francesi pronti alla sbarco. Luigi XIV che schiera la tutta la sua flotta al gran completo assolda per l’occasione numerosi pittori che possano riportare sulle loro tele la magnificenza della sua forza.

I francesi intimano ai genovesi di rispettare le condizioni richieste oltre a chiedere perdono al Re Sole per l’oltraggio del loro comportamento pena il bombardamento a tappeto della città. Possiamo solo immaginare lo stato d’animo dei soldati genovesi piazzati vicino ai “pezzi” delle batterie in porto davanti a quello spettacolo di potenza, nel giro di pochi minuti arriva loro l’ordine di salutare i francesi come si conviene. Invece della scarica a salve richiesta, dalle roccaforti della Repubblica partono dei colpi di cannone veri e propri. E’ l’inizio della battaglia.

Sulla città le navi di Luigi XIV scaricano una valanga di fuoco che porta morte e distruzione ovunque. “Le contrade – scrisse un testimone oculare – o per le rovine delle case o per lo squassamento delle bombe, sono affatto impraticabili. I christalli e i vetri delle finestre delle case, delle chiese e dei conventi sono sminuzzati. Vi sono per la città incendi horribili”.

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Le vittime non si contano. Il governo sposta la sua sede da Palazzo Ducale all’Albergo di Carbonara fuori dal tiro nemico. I genovesi però resistono con grande compostezza e ribattono nonostante l’inferiorità numerica delle loro bocche di fuoco. I francesi non vogliono solo punire la città ma occuparla. Dopo quattro giorni di bombardamento ininterrotto dalla flotta francese arriva l’intimazione di accettare le richieste che viene rigettata dai Serenissimi, Riprende il bombardamento e i francesi procedono con l’attacco da terra.

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Truppe sbarcano a ponente, nella zona di Sampierdarena e a levante sulle spiagge di Albaro. Una battaglia furente vede i genovesi respingere gli occupanti con grande coraggio e ardimento. Molti di questi vengono fatti prigionieri. Intanto la città soffre ma non cede. Dopo undici giorni di fuoco, il 28 maggio, i cannoni francesi devono azzittirsi: sono finite le munizioni e Genova non è stata occupata.

Lo smacco per Luigi XIV è pesante, nonostante tredicimila proiettili investiti per mettere in ginocchio Genova la flotta deve ripiegare verso Tolone con le pive nel sacco. Si tratta di una grande vittoria morale per i Serenissimi che però di lì a poco sono costretti a ingoiare il boccone amaro. Conclusa una pace separata tra Spagna e Francia viene a mancare a Genova la protezione degli iberici e non resta altro che fare atto di sottomissione al re Sole. Una delegazione del governo della Repubblica parte quindi in direzione Versailles. I francesi non fanno nulla per mettere a loro agio i genovesi che vengono sballottati avanti e indietro per la reggia giusto per far pesare la leggendaria “grandeur”.

Il doge e i suoi accettano di buon grado il trattamento e una volta al cospetto di Luigi XIV siglano una pace che vedrà i francesi impegnarsi per ricostruire quanto distrutto con il risarcimento di una somma che viene stabilità dal Papa. La leggenda narra che un dignitario francese di fronte al re chiese al doge cosa l’avesse impressionato di più della grandezza di quel luogo fastoso e che quest’ultimo dopo una breve pausa di riflessione rispondesse: “Mi chi!” ovvero “Io qui”.

Ci sono diverse interpretazioni di questa risposta, una è quella che il doge volesse sottolineare che la pace era stata firmata in casa dell’aggressore e che quindi si trattava di una resa quantomeno insolita da parte sua, l’altra versione è quella che il doge considerasse straordinario innanzitutto che lui da sempre chiuso e protetto tra le spesse mura di Palazzo Ducale per timore delle congiure tipicamente genovesi si trovasse così lontano da casa e dalla sua reggia. In ogni caso, fu un modo secco e tagliente, condito di grande ironia, per far ritornare su di sé la straordinarietà dell’evento e lasciare ancora una volta senza soddisfazione il grande re di Francia.

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