Quando il vascello dei morti di peste ritornò a riva a Sestri Ponente con il suo macabro carico

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di Monica Di Carlo

Era il 1656 quando la peste scoppiò a Genova in tutta la sua violenza. Non era la prima volta. Spesso le epidemie erano arrivate via nave, portati da ricchi mercanti stranieri. Altre volte il contagio era giunto a bordo degli stessi vascelli genovesi tornati con i loro ricchi carichi di merce. Attraverso i porti di Marsiglia e di Genova, la “peste nera”, detta anche “peste bubbonica” a causa delle bolle purulente che martoriavano i malati, riusciva a sbarcare ovunque, diffusa dalle pulci dei ratti che a quel tempo dovevano essere proprio tantissimi e che si intrufolavano nelle navi per cercare cibo. Quella volta, la “morte nera” era arrivata da Napoli, dove era approdata dalla Sardegna e sull’isola chissà come era giunta e da chi o che cosa era stata portata.
Nella nostra città morirono almeno i due quinti della popolazione. Qualcuno sostiene che spirò addirittura un genovese su due. I nobili venivano sepolti nelle chiese, tutti gli altri gettati in fosse comuni. Ad esempio all’Acquasola, ma anche agli Angeli, sopra Sampierdarena. Così nacque il cimitero della Castagna. Altri cadaveri venivano ammassati alla foce del Bisagno e quando la montagna di salme si faceva troppo alta, venivano aperte le chiuse a mare in modo che i pesci potessero cibarsene liberando lo spazio per le altre salme che sarebbero arrivate presto. Addirittura si arrivò a non sapere più dove seppellirli quei morti che aumentavano continuamente, perché la peste, come diceva Totò, è una livella e colpiva i ricchi come i poveretti e non guardava in faccia nessuno, nemmeno i medici o i becchini. Il Magistrato di sanità aveva dato ordine di bruciare i corpi sui moli o sulle mura cittadine. Non c’era niente da fare: per quanto chi restava ancora in piedi cercasse di eliminare i cadaveri, a decine se ne continuavano a trovare per strada. Morivano anche i monatti e così i genovesi “usarono” i prigionieri che normalmente venivano destinati al remo, sulle galee genovesi. In 500 furono tolti dalle catene delle navi e impiegati per trasportare e seppellire i morti infetti, destiunati anche loro ad andare incontro a morte certa. Intere famiglie scomparivano nel giro di pochi giorni, padri e figli si contagiavano tra loro e fortunato era, come spiega suor Maria Francesca Raggi in una lettera al padre datata 25 giugno 1657, chi moriva per primo <per non vedere quell’orrore di restare in compagnia di tanti morti senza haver che li sovvenga>.
Facile immaginare le condizioni della città, tra i cumuli dei cadaveri, i corpi abbandonati in strada, il fumo dei roghi e la puzza, la terribile puzza di morte che pervadeva ogni cosa. Il quadro dipinto da Domenico Fiasella nel 1658 su commissione del governo della Repubblica a pestilenza ormai terminata, descrive perfettamente quello che doveva essere la città in quegli anni. Morti, morti ovunque. E pire in ogni spazio aperto, nel vano tentativo di eliminare i cadaveri e il contagio. Chi governava la città non sapeva più cosa fare per tentare, se non di risolvere, quantomeno di limitare il problema. Fu proprio il Magistrato di sanità a inventarsene un’altra: si riempirono le stive delle navi dei corpi macilenti e devastati dei defunti. Probabilmente diversi vascelli erano rimasti senza padrone. L’annalista Filippo Casoni scrive che vennero utilizzati per tentare di disfarsi dei cadaveri. Le barche venivano portate al largo e lì si dava fuoco al fasciame e al suo putribondo carico. Una volta, però, andò storta. Successe che per qualche motivo le fiamme si spensero e che la galea, invece di ardere e di inabissarsi, andò allo sbando per il Golfo di Genova, trascinata dalla corrente, per incagliarsi nottetempo sulla spiaggia di Sestri Ponente, mezza bruciata e mezza “sana”, col proprio carico degno di un film dell’orrore bene in vista mentre la puzza dei corpi in putrefazione e, in più, della carne bruciata contribuiva ad ammorbare l’aria già di per sè irrespirabile.
Nel quadro del Fiasella, insieme ai cadaveri dei ricchi nei loro abiti eleganti e a quelli dei poveri seminudi, insieme ai carri dei monatti, insieme alle pire che bruciano vicino alla chiesa di San Domenico e sui moli e ai moribondi che rantolano sulle panchine di marmo della loggia della Borsa Merci di piazza Banchi (le stesse dove oggi si accampano spesso inquietanti figuri, ubriachi e perdigiorno), insieme al Diavolo che soffia sulla città il suo venefico alito e alla Morte che si dà da fare mulinando la falce, a sinistra, vicino alla Lanterna, si vede una strana imbarcazione. È la barca carica dei morti di peste che non finì di bruciare e tornò a riva col suo disgustoso carico.

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