Little Big Horn: quando Custer salvò il trombettiere di Apricale e fu sepolto dal libraio di Mezzanego

La consapevolezza e storica e la conoscenza dei fatti soprattutto dell’epoca moderna è una materia piuttosto lacunosa nella nostra cultura ma quasi universalmente tutti conoscono la battaglia del Little Big Horn. Si tratta di un evento del 25 giugno 1876 avvenuto nella regione del Montana negli Stati Uniti.

Quel giorno si scontrarono una forza combinata di guerrieri Lakota, Sioux e Cheyenne comandati dai capi indiani Toro Seduto e Cavallo Pazzo e cinque squadroni del 7° cavalleggeri guidati dal generale Geroge Armostrong Custer. Si trattò, per imperizia e sottovalutazione delle forze in campo, della più cocente sconfitta di un esercito occidentale rispetto a un avversario “non convenzionale” come i “nativi” americani.

Le produzioni cinematografiche del secondo dopoguerra hanno universalmente reso famoso questo episodio attraverso pellicole di grande spessore come “il massacro di fort Apache” con John Wayne che pur non riferendosi direttamente alla storia ne è fortemente ispirato e “Il piccolo grande uomo” con Dustin Hoffman che racconta la tragica epopea dei pellerossa dalla prospettiva di un bianco che si era unito a loro. Malgrado la grande attenzione dei registi e degli storici americani nel tratteggiare con cura i profili psicologici dei grandi protagonisti di questo evento, uno su tutti il generale Custer diventato lo stereotipo del comandante reso cieco dalla sua ambizione e sprezzante del destino dei suoi soldati portati a morte certa per le sue mosse avventate, la storiografia americana ha spesso taciuto su cosa fossero quelle spedizioni più generalmente incluse nella definizione di “guerre indiane” e quali fossero gli scopi. I

noltre, nel bene o nel male, la storiografia americana ha eliminato tutti gli elementi che intaccassero la rappresentazione anglosassone di quei soldati, molti avventurieri senza scrupoli, finendo astutamente per ricaricare colpe e disastri solo sul generale, concedendo ai capi indiani l’onore di aver sconfitto almeno una volta i gloriosi “soldati blu” e tacendo poi a lungo sul fatto che le cosiddette “guerre indiane” siano state un genocidio vero e proprio.

Ma non solo. I soldati che componevano il settimo cavalleggeri provenivano dalle più diverse parti del mondo, quasi una specie di “legione straniera; e due di questi, che furono loro malgrado protagonisti di quella terribile giornata, erano liguri: il trombettiere Giovanni Martini inglesizzato in John Martin e Augusto Luigi Devoto naturalizzato in Augustin Devoto. Il primo di Apricale, paesino dell’imperiese, (anche sei i suoi natali sono contesi da un’altra città, la salernitana Sala Consilina) e il secondo di Mezzanego vissero in prima persona la terribile battaglia e la strage di Little Big Horn.

Due storie che si incrociano per qualche istante in un esteso campo di battaglia quanto l’imprudente Custer lo aveva allargato disperdendo il suo reggimento in cinque colonne. Due storie diverse che si incrociano nei concitati momenti in cui i soldati blu cercano disperatamente di salvare il loro generale. Martini era un soldato e comincia la carriera nelle guerre d’indipendenza in Italia. E’ il tamburino del corpo volontario italiano che guidato da Giuseppe Garibaldi partecipa alla battaglia di Mentana. Poi per vicissitudini con l’esercito e una denuncia per furto viene espulso. Decide di espatriare e una volta a rrivto in America si arruola nel 7° cavalleggeri. Devoto da Mezzanego emigra negli USA da bambino. Aiuta il padre nell’attività di rilegatoria di libri e si arruola nella cavalleria per una ragione molto semplice, si otteneva così la cittadinanza americana.

Ma torniamo al Little Big Horn. Si è scritto molto su questa battaglia ma in poche parole si può dire che fu una gran collezione di errori militari da parte di Custer nella logica aberrante di quei tempi da parte americana: attaccare villaggi indifesi o quasi e sterminare la popolazione indigena convincedola a ritirarsi in riserve sempre più piccole.

Quella volta capitò che per una serie di ragioni, anche casuali, Custer, invece di trovarsi di fronte pochi guerrieri e donne, vecchie bambini, si trovò centinaia (tra i 900 e i 2000) di uomini armati e decisi a battersi. Mentre Martin si trovava a fianco del generale, Devoto era aggregato alle salmerie e cioè a i rifornimenti da campo.

La battaglia, che vede gli spezzoni del 7° costretti a difendersi dalla furia dei guerrieri sempre in vantaggio numerico, fa trovare ad un certo punto Custer isolato e circondato. Il generale organizza un “quadrato”, uno schieramento di difesa estremo e affida al trombettiere il compito di andare a cercare aiuto. La storia racconta che di fronte a quel soldato probabilmente non proprio padrone della lingua il generale, pur nell’infuriare della battaglia, scriva il testo del messaggio e gli affidi il biglietto che Martin mette nel guanto.

A Quel punto il trombettiere lancia il suo cavallo verso la colonna delle salmerie dove avrebbe trovato sia i soldati che potevano soccorrere i suoi commilitoni ma anche le munizioni e i rifornimenti che cominciavano a mancare. Al suo inseguimento si gettano diversi pellerossa. Ci immaginiamo la scena mutuandola da un vecchio film di John Ford, dove il soldato piegato sul suo cavallo cerca di evitare le frecce lanciate dai piccoli archi degli inseguitori. Quando vede la colonna Martin accelera e i soldati vedendo la scena accorrono ai fucili attuando il fuoco di sbarramento che convince i pellerossa a ritirarsi. Non è improbabile che ad arrestare la corsa del cavallo di Martini sia Devoto. Il trombettiere consegna il disperato messaggio di Custer ai suoi superiori e la colonna si mette in marcia ma a quel punto il generale accerchiato è già stato ucciso insieme a tutti i suoi soldati e la richiesta di aiuto è servita solo a salvare la vita del trombettiere di Apricale. La battaglia però non termina lì. Toro Seduto e Cavallo Pazzo scatenano i loro guerrieri anche su questa colonna che viene attaccata mentre è diretta verso il Little big Horn. Devoto si distinguerà in diversi gesti di eroismo fino a quando poi, terminato lo scontro, sarà tra quelli che daranno la giusta sepoltura ai caduti. Entrambi dopo quell’evento lasciarono la vita militare. Gli scampati alla furia di dei Cheyenne e dei Sioux persero la vita molto dopo come dei comuni mortali. Martin morì sotto un camion nel 1922 e Devoto per un infarto nel 1923.      

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