1912, la sanguinosa vicenda degli “apaches” a Genova

Di Black Giac – E’ il 1912, l’epoca dell’Italia  tra disfatte coloniali e crepuscolarismo prima che la “Grande Guerra” cancellasse tutto di quel mondo antico. A Genova è il tardo pomeriggio di un 4 settembre piuttosto caldo.

Impiegati che tornano a casa discendendo via XX settembre, i soliti “flaneurs” con la paglietta in piazza De Ferrari a guardare le belle signore in ghingheri a fare compere. Una serata di quelle che sei felice di aver finito di lavorare per gustare l’aria fresca di settembre prima dell’imbrunire.

Sul tram 243 diretto al Lido d’Albaro dal centro salgono tre uomini ben vestiti e tirati a lucido. “Dei gran signori che si apprestano a trascorrere una serata di baldoria ai bagni” pensa il bigliettaio del tram Francesco Carosio porgendogli i biglietti ma la risposta lo lascia interdetto, perché i tre dopo una sonora risata gli dicono: “Noi il biglietto non lo paghiamo” e con un balzo scendono dal tram in corsa.

Carosio non ci pensa due volte e si getta all’inseguimento di quei personaggi che sin dall’inizio non gli sono stati simpatici. In cuor suo, essendo sceso all’altezza dell’attuale via Fiume, spera di incrociare qualche agente o carabiniere che possa aiutarlo ad acciuffare quei tre.

La situazione però dopo qualche secondo prende una svolta drammatica: uno dei tre accorgendosi delle mosse del bigliettaio si ferma, estrae una pistola ed esplode due colpi che freddano l’inseguitore.

In Crosa dell’Edera, così si chiama via Fiume all’epoca, scoppia il panico. Richiamati dagli spari accorrono le forze dell’ordine in zona e tra questi un agente della squadra mobile della Polizia Giuseppe Mammola che estrae la pistola d’ordinanza urlando alla gente intorno attonita di mettersi al riparo. Mammola vede i tre allontanarsi guardinghi armi in pugno e capisce di non avere a che fare con tre balordi qualunque.

Si tratta di “Apache” così come erano definiti i malavitosi marsigliesi, criminali incalliti senza scrupoli, passati per Genova con il progetto di mettere a segno qualche colpo fruttuoso prima di spostarsi in sud America a godersi il bottino come poi si scoprirà. Uno, quello che ha sparato a Carosio ha dei precedenti per reati comuni mentre l’altro che Mammola vede mentre estrae una Mauser, una potente pistola dell’epoca, è un ex galeotto, un combattente dei servizi coloniali francesi, uno per cui la vita di un uomo vale come il granello di sabbia del deserto del Sahara. E lo sta per dimostrare.

Entra nei giardini di Piazza Verdi di fronte a Brignole e spara contro agenti, carabinieri e vigili che nel frattempo sono accorsi colpendo però due ragazze che passavano per caso e ferendole non gravemente. Una terza sarà salvata solo da bottone metallico che attutisce il colpo del proiettile che la ferisce. Per lei fortunatamente, solo una ferita e tanto spavento. La sparatoria però non si ferma.

Dalla stazione Brignole arrivano alcuni agenti della Polizia Municipale, loro non sono armati ma hanno a disposizione solo il bastone d’ordinanza. Un giovane cantunè che vede i tre acquattati dietro un’auto si alza per intimargli di arrendersi credendo in cuor suo che questa sia la loro intenzione. Gli “apaches” stanno invece ricaricando le loro pistole. Un colpo e la guardia cade a terra freddata.

L’inseguimento riprende, cade un altro vigile ferito a una gamba e un carabiniere, quindi altri due agenti di polizia cadono sotto i colpi precisi dei tre. Una mattanza. Mammola osserva la situazione mentre intanto viene affiancato da altri due colleghi l’agente Piretta e il carabiniere Alberghini. Si muovo all’unisono; Mammola con uno scatto si presenta davanti a uno dei tre e gli intima “Fermo, alza le mani!”

L’altro senza indugio si gira fulmineamente e lo stronca con un colpo di pistola in pieno cuore. Su di lui Piretta e Alberghini scaricano i loro revolver e lo uccidono. Uno dei complici, furioso per la morte del compagno spara all’impazzata contro gli agenti ma dopo essere stato ferito a una gamba da un colpo di pistola viene immobilizzato. Il terzo che era fuggito all’inizio della sparatoria verrà acciuffato qualche ora dopo nei vicoli.

In pochi minuti quella tranquilla serata genovese si è tramutata in una carneficina con quattro morti (tre delle forze dell’ordine) e cinque feriti tra agenti e passanti. Tra una folla di curiosi e le lettighe trascinate dai cavalli finisce la breve e sanguinosa storia degli “apaches” a Genova.

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