La tragedia della London Valour, la nave che affondò due volte

di Black Giac
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london valour bianco e nero

Soffiava un forte vento di Libeccio quella mattina a Genova. Era il 9 aprile 1970. Per chi andava al lavoro al porto era chiaro che sarebbe stata una giornata difficile e soprattutto molto lunga. I curiosi si fermavano a guardare la spettacolare mareggiata che si infrangeva sulla costa. Quella mattina Edward Muir comandante della Bulk carrier “London Valour” che batteva bandiera inglese ancorata non distante dagli scogli della diga foranea “Duca di Galliera” si appresta a smontare i propulsori della nave per una revisione che deve avvenire assolutamente. La libecciata che i marinai conoscono molto bene e che rende la vita difficile alle navi che devono entrare in porto aumenta d’intensità nel corso della mattinata: alle 13.00 il mare è a forza 7, un’intensità che si potrebbe definire catastrofica. Parte dalla radio della Guardia Costiera l’avviso che la situazione sarebbe ulteriormente peggiorata. Un messaggio che non arrivò mai alla London Valour. E’ a quel punto che dalla riva, dalla zona della Foce del Bisagno, chi osserva quel devastante spettacolo si accorge che la London Valour è troppo vicina alla diga. Avendo smontato i propulsori, la nave inglese non riesce a manovrare e a trattenere la furia delle onde, resta solo la pesante ancora buttata sul fondo che però di fronte a quella forza non basta più. Scatta l’allarme. La situazione precipita. La nave in balia delle onde viene trascinata pericolosamente a ridosso della diga. I rimorchiatori del porto si staccano dalla loro banchina e si dirigono verso il mare aperto per portare soccorso ma nessuno di questi riesce ad avvicinare la London Valour. Alle 14.00 è chiaro che si sta consumando una terribile tragedia. L’equipaggio composto da marinai indiani e filippini dal ponte lancia messaggi disperati di soccorso, alcuni cadono in acqua e vengono spinti dalle onde contro gli scogli: una morte terribile. Tutta Genova, attraversata dalle sinistre sirene delle ambulanze assiste impotente al naufragio davanti al porto. Anche le imbarcazioni della Capitaneria di porto, dei piloti e dei carabinieri che arrivano nei pressi della London Valour non riescono a portare aiuto. La situazione è tale che ogni semplice azione di soccorso per riuscire salvare i marinai intrappolati a bordo è un atto di eroismo. Dalla diga si riesce ad agganciare la nave con una fune di nylon: l’intento è quello di apprestare una rudimentale carrucola per effettuare il trasbordo dell’equipaggio a terra. ma non c’è limite al peggio. Lo scafo della London Valour ormai irrimediabilmente compromesso si spezza. A quel punto la fune che appariva la seppur flebile possibilità di salvezza diventa un’orrenda macchina da morte. Il troncone di nave a cui era legato ondeggiando violentemente tra i marosi tende e rilassa il cavo come se fosse l’elastico di una fionda lanciando i marinai contro la banchina e sugli scogli.
londonvalourA bordo della nave si consuma un’ulteriore tragedia nella tragedia. La moglie del comandante Dorothy viene sbalzata in mare dalle onde e il marito per salvarla, indossato il salvagente, si lancerà in mare. Entrambi moriranno. Intanto, nessuno dei soccorritori genovesi pur a rischio della propria vita demorde pur di salvare più vite possibile. La motovedetta CP233 guidata dal tenete di vascello Giuseppe Telmon riesce, correndo rischi incredibili, ad accostarsi alla nave e a trarre in salvo 26 naufraghi. La pilotina “Teti” guidata dal capitano Giovanni Santagata che coordinava i soccorsi salverà cinque naufraghi. Ma nulla impressionerà di più i genovesi come l’arrivo dal cielo della “libellula” (un elicottero AB 47 G) del capitano dei vigili del fuoco Rinaldo Enrico che con spericolate acrobazie sopra il relitto volteggerà tutto il pomeriggio lanciando salvagenti ai naufraghi. Un’impresa incredbile considerando che il vento soffiava a 100 km orari e nessuno con i mezzi di allora sarebbe riuscito non solo a portare i soccorsi come fece lui ma tenere anche un normale assetto di volo. Alla fine della giornata la nave affonderà portando con sé il comandante, la moglie, il radiotelegrafista e sedici membri dell’equipaggio. L’anno successivo si cercò di spostare la London Valour in fondale più profondo ma a causa delle cattive condizioni dello scafo il relitto si staccò riaffondando una seconda volta. Oggi la nave si trova a 90 miglia dal porto di Genova a 2600 metri di profondità. Il “capitano Enrico” così come verrà da allora ricordato, morì qualche tempo dopo il naufragio durante un’esercitazione. La tragedia ispirò una delle più belle canzoni di Fabrizio De Andrè che trattò l’episodio come un’allegoria della situazione politica del suo tempo. Sicuramente, come per altre sue canzoni, alcuni versi sono schegge di straordinaria drammaticità e bellezza che ricordano i tragici eventi di quel giorno: “E la radio di bordo è una sfera di cristallo/dice che il vento si farà lupo il mare si farà sciacallo” … “E le ancore hanno perduto la scommessa e gli artigli/i marinai uova di gabbiano piovono sugli scogli”… “E con uno schiocco di lingua parte il cavo dalla riva/ruba l’amore del capitano attorcigliandole la vita”

La canzone di De Andrè dedicata a quei terribili momenti

Un filmato dell’epoca

2 thoughts on “La tragedia della London Valour, la nave che affondò due volte

  1. La tragedia della London Valour è entrata nell’epica contemporanea con il suo peso di dramma riscattato nei cuori dagli atti di eroismo di chi partecipò ai soccorsi. Raccontarla e ascoltarla produce in minima parte lo stesso effetto che dovevano avere le tragedie greche per gli spettatori: l’emozione rispetto al potere terrorizzante della natura e del caos (che all’epoca avevano sembianze divine) ma anche rispetto alla grandezza dell’animo umano. De Andrè e Alloisio aprono squarci di poesia rispetto al sempre più ottundente quotidiano, che è tale non per la sua banalità ma proprio per la nostra progressiva ottusità. Dimostrano che la “parola” può toccare ancora vertici assoluti di chiarezza almeno per chi ha voglia di ascoltarla (che comunque per me è sempre un piacere.) Grazie Alberto!

  2. Avevo 11 anni…ero appena rientrato a Genova da Verona…ero in Corso Italia, vento tra i capelli e in faccia, il mare, il mare di cui non posso fare a meno, stavo li di fronte al vento sul marciapiede lato collina…per sicurezza immagino, ma non capivo…certo i telegiornali, le parole smozzicate dei miei… confesso di avere capito solo più tardi il dramma, quasi emblema di una città…
    “sua coperta si ritrovano sul molo con sorrisi da cruciverba
    a sorseggiarsi il capitano che si sparava negli occhi
    e il pomeriggio a dimenticarlo con le sue pipe e i suoi scacchi
    e si fiutarono compatti nei sottintesi e nelle azioni
    contro ogni sorta di naufragi e di altre rivoluzioni
    e il macellaio mani di seta distribuì le munizioni”

    che fa il paio con i Fiancheggiatori (Alloisio, Biggi) dell’Assemblea Musicale Teatrale…

    “È che siamo messi male, non c’è da lavorare
    in ‘sto merda di mare
    non trovi un pesce o un’idiota
    che riesca a nuotare.
    È che siamo attaccati ai nostri
    lavoretti saltuari
    quasi come agli orari
    di piazza De Ferrari.
    È che siamo disposti in un modo o nell’altro
    ad andarci
    con l’assurda frequenza
    da circolo ARCI
    e ci offriamo un caffè pieno di sottintesi
    giocando con tristezza
    a fare i genovesi.”

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