In via San Vincenzo un nuovo ristorante a tre piani

Si chiama “MoltiSapori”. Oggi l’inaugurazione. Tutti ospiti fino alle 15
Una bella storia di lavoro e integrazione


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L’ingresso è piccolo piccolo, al 96Ar di via San Vincenzo. Quel minuscolo varco tra i negozi di scarpe e abbigliamento, sormontato da un’edicola appena restituita all’antico splendore (forse con un po’ troppo entusiasmo cromatico) conduce a un sorprendente ristorante a tre piani che racconta di una bella storia di integrazione. Il proprietario è arrivato in Italia dall’Isola di Ceylon, l’odierna Sri Lanka, quasi vent’anni fa. Quel paese che a noi richiama paesaggi esotici, le avventure di Corto Maltese e i libri di Emilio Salgari, a lui stava stretto. Così, è partito per l’Italia giungendo a Roma, e lì ha avviato un’attività di commercio ambulante, girando per le piazze di Viterbo, Napoli, Reggio Calabria, Arezzo, Brescia. Poi si è fermato qui, a Genova, il luogo dove ha deciso di restare. Ha sposato una donna della sua terra e l’ha portata nella sua Eldorado sulle sponde del Mediterraneo, dove all’inizio gestiva una bancarella sotto i portici di Sottoripa. La coppia ha avuto tre figli, che ora hanno 11, 7 e 5 anni e li ha cresciuti non smettendo mai di lavorare, prima nel negozio di abbigliamento di via del Campo 23 rosso, quindi in via Lomellini, dove ancora possiede una pizzeria. Per un certo periodo ha gestito al Molo il ristorante “La Torre dei Greci”, vicino al varco di levante del Porto Antico. Da tempo, però, lo straniero corteggiava i locali di via San Vincenzo, rimasti sfitti per un anno. “Alla fine – racconta – la richiesta di affitto è scesa e ho deciso di partire col nuovo ristorante”.
Si entra dalla porticina bassa affacciata con discrezione sul via vai delle segretarie uscite dagli uffici, dei ragazzi che spiano nelle vetrine i capi più in voga, dei pendolari appena scesi dal treno alla vicina stazione Brignole. Lì, chi entra trova, dietro al bancone, il sorriso di Caterina, una dei tre dipendenti italiani del locale (in tutto sono sei, tra i quali un cuoco egiziano in Italia da molto tempo, selezionato per il suo curriculum). Caterina ha 19 anni, è entusiasta del suo nuovo lavoro, ed è barman diplomata all’istituto Miretti di Varazze. Passandole davanti, si supera un muro di spezie nei vasetti, praticamente l’unico richiamo all’Oriente del locale insieme ad alcuni piatti della tradizione di uno dei due menù, quello indiano. Si salgono le ripide scale (ma per i disabili c’è il montascale) e si arriva al primo salone. Poi, il ristorante si sviluppa in larghezza, in un labirinto di sale, e in altezza, fino ad arrivare al tetto. All’ultimo piano c’è la cucina, tutta in acciaio, alla quale si arriva arrampicandosi su per i gradini fino a guadagnare una finestra che dà sulle lastre di ardesia che coprono le case di San Vincenzo e dalla quale si arriva a scorgere, in fondo, il grattacielo di piazza Dante.
Ben 160 sono i posti a disposizione, 160 le sedie italiane “perché sono le più belle e poi quelle cinesi si rompono subito” dice il titolare. “Guardi che fattura, osservi la precisione degli intagli nel legno” prosegue passando il dito sui riccioli scolpiti di una spalliera. Tutto nelle sale è di produzione italiana, dalle tovaglie ai lampadari. Italiano (e in buona parte genovese) è anche uno dei due menu, dove, si legge di trofie e gnocchi al pesto e di pesce in abbondanza, fresco per il 70% e per il resto congelato, “perché certe cose, come i gamberoni – spiega il ristoratore -, arrivano dall’Argentina”.
“Nella cucina della nostra tradizione, simile a quella indiana e identica a quella della città di Calcutta – aggiunge l’uomo, che ha 38 anni – c’è tanto pollo. Noi abbiamo voluto, invece, proporre più pesce di quanto se ne trovi sulle tavole dei cingalesi”. Così, accanto alle lasagne e alle ricette orientali, si può scegliere un’orata al forno. I prezzi sono piuttosto contenuti “perché – spiega lo straniero – tanta gente non ha soldi e molte famiglie sono in difficoltà”. Il cingalese non può saperlo, ma chi lo intervista sa che nel suo locale di via Lomellini l’uomo non si tira indietro quando c’è da allungare una pizza a un clochard francese che gravita sulla zona e che è stato “adottato” anche da altri abitanti del quartiere. Nel centro storico, l’imprenditore orientale è benvoluto, anche perché apre persino la domenica e lo fa da anni, prima che Genova decollasse come destinazione turistica, ben prima che a fronte del viavai dei visitatori con la cartina o la macchina fotografica in mano, si decidessero a farlo anche i colleghi italiani. Anche le tavole di via San Vincenzo resteranno imbandite sette giorni su sette e la cucina sarà aperta fino alle 23, con l’impegno a tirar tardi se la clientela sarà numerosa e prenderà l’abitudine di cenare oltre quell’ora.
Il logo del ristorante di via San Vincenzo, non a caso è lo stemma genovese, con i grifoni e la croce di Sant’Andrea. Perché il ristoratore questa città l’ha scelta per la sua famiglia e per la sua vita. Non la lascerebbe mai. “Io la amo”, dice senza incertezze. E se gli si chiede se per caso non provi un po’ di nostalgia per la sua isola, sorride e spiega in poche parole: “I miei amici là non ci sono più, sono partiti tutti. Anche mio fratello, che è a Londra. Poi quando torno, non ci sto bene. Anche i miei figli non sono contenti di andarci”. Dopo racconta: “Non è come qui, dove la corrente elettrica c’è tutto il giorno e tutta la notte. I condizionatori senza luce elettrica non funzionano e fa caldo, troppo caldo”. Persino i genovesi, austeri e poco inclini al sorriso, “un po chiusi”, gli piacciono “perché è difficile che concedano l’amicizia, ma quando lo fanno è sincera ed è per sempre – assicura -. È giusto così, mi piace”.
Ieri, in cucina i cuochi del locale terminavano di pulire e mettere in ordine pentole e attrezzi perché oggi, da mezzogiorno alle 15, ci sarà l’inaugurazione, alla quale tutti sono invitati ad assaggiare gratuitamente. Poi, il ristorante comincerà a funzionare a pieno ritmo per una scommessa imprenditoriale che farebbe tremare le vene dei polsi a molti italiani, tanto che i locali sono appunto rimasti sfitti per molto tempo. “San Vincenzo mi piace – conclude lo straniero -. Io ci credo. Inshallah, Dio lo voglia”.

Molti Sapori
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