Ottantadue anni dalla strage di San Benigno, oggi la commemorazione. Plinio: «Ma la sindaca non c’è»

Il ricordo è stato promosso dall’Associazione Famiglie Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana. L’ex presidente del Consiglio regionale Gianni Plinio contesta l’assenza di Silvia Salis e del Comune. Sulla causa dell’esplosione le ricostruzioni restano controverse. Le vittime furono soprattutto civili, le ricorda una targa posta dall’Amministrazione nel 2000, ma la memoria istituzionale non sembra essere arrivata ai nostri giorni

A 82 anni dall’esplosione che devastò San Benigno, oggi si è svolta una commemorazione organizzata dall’Associazione Famiglie Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana, guidata dall’avvocato Nino Riccio Tabassi. Durante l’iniziativa sono state ricordate le vittime della tragedia del 10 ottobre 1944. L’associazione indica in duemila il numero dei morti, ma non esiste un conteggio verificato: le relazioni dell’epoca parlavano di un bilancio molto grave senza riuscire a stabilirlo con precisione.

Alla commemorazione era presente Gianni Plinio, già presidente del Consiglio regionale della Liguria, che ha criticato l’assenza della sindaca Silvia Salis e del Comune. Plinio ha definito «di sconcertante gravità» la mancata organizzazione di una cerimonia istituzionale e ha sostenuto che l’esplosione non fu provocata da un fulmine, come ipotizzò la ricostruzione ufficiale, ma da un ordigno collocato da una squadra partigiana. A sostegno della propria tesi ha richiamato lo studio di Raffaele Francesca, una rivendicazione apparsa su pubblicazioni clandestine della Resistenza e una presunta nota riservata dei servizi segreti statunitensi conservata a Washington. Si tratta di affermazioni contenute nella ricostruzione dell’associazione e di Plinio: l’attribuzione ai partigiani non è un fatto storicamente accertato.
All’alba del 10 ottobre 1944 una violenta esplosione squarciò la zona di San Benigno, tra il porto e Sampierdarena. La deflagrazione distrusse gallerie, edifici e parte del colle. Fu una delle tragedie civili meno ricordate della guerra a Genova: il bilancio non venne mai ricostruito con certezza e, a distanza di decenni, non c’è una conclusione condivisa sulle cause.
Le vittime furono soprattutto civili: persone che si erano rifugiate nelle gallerie per proteggersi dai bombardamenti e abitanti delle case sovrastanti, crollate con l’esplosione. La relazione della Guardia Nazionale Repubblicana citava anche un numero imprecisato di militari e personale in servizio nell’area: appartenenti alla stessa Guardia Nazionale, alla Marina, all’Esercito, alla Croce Rossa e alle forze tedesche.
Non è stato possibile accertare un elenco completo dei nomi né il numero esatto dei morti. Il rapporto dell’epoca parlava di molte vittime senza riuscire a contarle; le stime successive sono molto diverse. La lapide comunale ricorda le vittime civili, ma non riporta nominativi o cifre.
Per capire perché tanta gente si trovasse nell’area bisogna tornare alla città in guerra. Genova subiva da anni bombardamenti e allarmi aerei; le gallerie scavate nel promontorio offrivano riparo alla popolazione. Sotto San Benigno, però, il sistema non era composto da un unico tunnel: vi erano passaggi ferroviari e ricoveri a quote diverse, alcuni utilizzati anche dai tedeschi. Le ricostruzioni dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia segnalano che il nome “galleria di San Benigno”, rimasto nella memoria e sulla lapide, può trarre in inganno: il punto dell’esplosione sarebbe stato distante dalla galleria tranviaria identificata propriamente con quel nome, nell’area di altri tunnel collegati al porto.
Nelle gallerie si trovavano munizioni tedesche e, secondo alcune testimonianze, anche un convoglio carico di esplosivi. Intorno alle 6.45, durante un forte temporale, una detonazione devastò il sottosuolo e fece crollare strutture e abitazioni sovrastanti. La relazione della Guardia Nazionale Repubblicana attribuì l’innesco a un fulmine che avrebbe incendiato condutture elettriche, facendo esplodere mine e munizioni. Il rapporto, diffuso dalle autorità della Repubblica Sociale Italiana, descriveva un numero di morti molto elevato, ma ammetteva che non era stato possibile stabilirlo.
Le stime successive sono discordanti: ricorrono cifre che vanno da centinaia a oltre mille vittime, talvolta fino a duemila, ma non esiste un conteggio verificato. Anche i resoconti pubblicati nell’immediato parlavano di un bilancio incerto. Una successiva interrogazione al Senato riportò la stima di mille-duemila morti, ma si trattava di una cifra citata nell’atto parlamentare, non di un bilancio ufficiale accertato.
Accanto alla versione dell’incidente, si diffuse presto quella del sabotaggio. Il 24 ottobre 1944 il periodico clandestino “Italia Combatte” pubblicò una rivendicazione attribuita ai partigiani: l’obiettivo dichiarato sarebbe stato distruggere esplosivi tedeschi destinati a ulteriori demolizioni nel porto. La rivendicazione alimentò il sospetto che l’esplosione fosse stata provocata deliberatamente, ma non chiarì chi avesse collocato le cariche né se l’azione fosse stata pianificata tenendo conto dei civili presenti nei rifugi.
La questione tornò al centro del dibattito nel 2004, quando Raffaele Francesca pubblicò una ricerca che attribuiva la deflagrazione a un attentato partigiano. La tesi si basava, tra l’altro, su documenti e testimonianze la cui attendibilità è stata contestata. Raimondo Ricci, allora presidente dell’Istituto storico della Resistenza, respinse quella ricostruzione e richiamò studi precedenti che sostenevano la versione dell’incidente. La polemica arrivò anche in Parlamento, ma l’interrogazione presentata in quell’occasione non equivale a un accertamento giudiziario: le fonti consultate non consentono di considerare dimostrata una responsabilità certa.
Nel dopoguerra il colle venne progressivamente demolito e trasformato, cancellando buona parte dei luoghi legati alla tragedia. A ricordare le vittime resta una lapide in via Milano, posata dal Comune nell’ottobre del 2000. La sua iscrizione ricorda «le vittime innocenti nell’esplosione della galleria San Benigno il 10 ottobre 1944», senza indicarne il numero: un vuoto che riflette quanto sia difficile ricostruire con precisione una catastrofe avvenuta nel caos della guerra e rimasta a lungo ai margini della memoria pubblica.
Se non volete perdere le notizie seguite il nostro sito GenovaQuotidiana, la nostra pagina X e la nostra pagina Facebook. E iscrivetevi al canale Whatsapp dove vengono postate solo le notizie principali



Devi effettuare l'accesso per postare un commento.