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AMT, le associazioni bocciano il piano: «Non bastano meno tagli, serve un cambio di rotta e di responsabili»

Otto realtà ambientaliste e dell’utenza apprezzano la convocazione dei vertici aziendali decisa dalla sindaca Silvia Salis, ma chiedono di riscrivere il progetto di risanamento: più investimenti, bus e treni realmente integrati, corsie riservate efficaci e un ricambio nella gestione

Non è sufficiente attenuare i tagli annunciati né correggere il modo in cui la crisi è stata comunicata. Il piano di salvataggio di AMT deve essere ripensato alla radice e trasformato da una manovra finanziaria in un progetto capace di rilanciare il trasporto pubblico genovese.

La richiesta arriva da WWF Genova Città Metropolitana, Parents for Future, Circolo Nuova Ecologia, Rete Famiglie Senz’Auto, Associazione Amici di Ponte Carrega, Associazione Utenti Trasporto Pubblico, Ecoistituto Reggio Emilia Genova e Associazione Pendolari Novesi. Le otto realtà hanno diffuso una nota congiunta dopo la convocazione dei vertici di AMT da parte della sindaca Silvia Salis.

La decisione della prima cittadina viene giudicata positivamente, ma non sufficiente. Le associazioni descrivono la gestione della crisi come poco trasparente e scarsamente partecipata, quasi fosse una vicenda interna da affrontare soltanto tra azienda e rappresentanze sindacali. Il problema più profondo, sostengono, riguarda però l’impostazione stessa del risanamento.

Secondo i firmatari, il progetto sarebbe costruito prevalentemente sull’esigenza di ridurre i costi, senza valutare adeguatamente gli effetti dei tagli sull’utenza e sul bilancio futuro dell’azienda. Diminuire le corse e aumentare le tariffe potrebbe infatti allontanare altri passeggeri, riducendo gli incassi e aggravando ulteriormente la situazione economica di AMT.

Il rischio prospettato non riguarda soltanto i conti. Un servizio meno capillare spingerebbe una parte degli utenti verso automobili e motocicli, con conseguenze sul traffico, sulla qualità dell’aria e sulla sicurezza stradale. Per questo le associazioni chiedono di abbandonare la logica della riduzione dell’offerta e di intervenire, al contrario, con investimenti mirati e un aumento delle corse.

Una parte della discussione riguarda l’integrazione tra autobus e ferrovia. Il coordinamento con Trenitalia viene considerato necessario, ma non può diventare il pretesto per eliminare collegamenti su gomma lungo i percorsi serviti dai treni. Le due modalità, osservano le associazioni, rispondono a esigenze differenti e devono completarsi a vicenda.

L’esempio indicato è quello del collegamento tra il centro e Voltri. La linea 1 effettua circa cinquanta fermate tra Caricamento e il Ponente, mentre il treno fra Principe e Voltri ne conta sette, in attesa della riapertura della stazione di via di Francia. Il servizio ferroviario garantisce rapidità sulle distanze maggiori, ma non può offrire la stessa diffusione territoriale dell’autobus.

Sopprimere o ridurre le linee parallele alla ferrovia, avvertono i firmatari, rischierebbe di sovraccaricare ulteriormente i convogli e lasciare senza una soluzione adeguata chi deve raggiungere località distanti dalle stazioni. Una quota di questi passeggeri potrebbe quindi tornare al mezzo privato.

Anche l’interscambio, per funzionare davvero, richiede orari coordinati e fermate vicine. Le associazioni contestano la definizione di “fermata di interscambio” quando tra la fermata dell’autobus e la stazione ferroviaria ci sono circa duecento metri, distanza che può diventare un ostacolo per anziani, persone con disabilità o viaggiatori con bagagli.

Giudizio favorevole, ma accompagnato da precise condizioni, sull’ampliamento delle corsie riservate. La loro efficacia dipende dalla continuità del percorso, dalla protezione contro le occupazioni irregolari e dalla priorità semaforica agli autobus. Senza questi interventi, secondo la nota, il vantaggio per il trasporto pubblico rimarrebbe limitato.

Le corsie riservate dovrebbero inoltre essere progettate risolvendo incroci e restringimenti, senza utilizzarle per giustificare una riduzione delle linee. Le associazioni mettono in guardia anche dalle “rotture di carico”, cioè dall’obbligo di cambiare mezzo più volte lungo tragitti oggi coperti da un unico collegamento. Una rete apparentemente più veloce potrebbe così diventare meno pratica per chi la utilizza ogni giorno.

Il documento richiama infine le difficoltà del servizio extraurbano, che beneficerebbe soltanto in parte delle corsie riservate cittadine e rappresenterebbe uno dei punti più delicati del piano. Anche la Regione Liguria viene invitata a contribuire economicamente, ma vincolando le risorse a un miglioramento dell’offerta e non alla sua contrazione.

Le associazioni esprimono inoltre contrarietà all’ipotesi che Trenitalia possa assumere un ruolo dominante anche nella pianificazione del trasporto su gomma. La programmazione, sostengono, deve rimanere sotto un controllo pubblico capace di coordinare i diversi operatori senza delegare a uno di essi le scelte complessive sulla mobilità.

La conclusione del comunicato è netta. Chi ha avuto responsabilità politiche o tecniche nella crisi maturata durante gli ultimi decenni non dovrebbe continuare a decidere senza discontinuità il futuro del servizio. Per risollevare AMT, affermano i firmatari, servono risorse, una nuova visione del trasporto pubblico e anche un «ricambio di teste».


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