“Genova non si brucia”, i comitati chiamano alla mobilitazione contro l’inceneritore: «Un debito di 30 anni sulle famiglie»

Rete Genovese e Rete Liguria – Bene Comune contestano il progetto di termovalorizzatore e invitano i cittadini a seguire e commentare la diretta del Consiglio comunale. Nel mirino costi, impatto ambientale e ricadute future sulle bollette

Una mobilitazione digitale, ma con un obiettivo politico molto concreto: far arrivare al Comune di Genova e alla Regione Liguria il no dei comitati all’ipotesi di un inceneritore sul territorio ligure. La campagna è stata lanciata in vista della seduta del Consiglio comunale di Genova in programma martedì 30 giugno alle 15, quando il tema della gestione dei rifiuti tornerà al centro del confronto istituzionale. Rete Liguria – Bene Comune invita cittadini, associazioni e gruppi ambientalisti a collegarsi alla diretta Facebook del Comune di Genova, o in alternativa al canale YouTube “Genoa Municipality”, per seguire i lavori e lasciare commenti durante la trasmissione.

Lo slogan scelto è netto: “Genova non si brucia”. Dietro la formula c’è la presa di posizione della Rete Genovese dei comitati e delle associazioni, che chiede alle forze politiche presenti in Comune e agli amministratori dell’azienda pubblica dei rifiuti di non partecipare alla gara regionale sull’inceneritore. Per i promotori, la questione non riguarda soltanto la localizzazione di un impianto, ma il modello di gestione dei rifiuti che Genova e la Liguria intendono seguire nei prossimi decenni.

Nel comunicato, i comitati contestano in primo luogo la sostenibilità economica dell’operazione. Parlano di un impianto da 400 milioni di euro, con tempi di costruzione stimati in cinque o sei anni, e soprattutto di un vincolo lungo una generazione. Secondo la Rete Genovese, chi aderisse al progetto sarebbe tenuto a garantire per anni una quantità costante di rifiuti da bruciare, necessaria ad ammortizzare l’investimento. Se quei rifiuti diminuissero, sostengono i comitati, i costi ricadrebbero comunque sui Comuni e quindi sui cittadini, attraverso le bollette.
È questo il passaggio politico più forte della protesta: l’inceneritore, secondo le associazioni, rischierebbe di trasformarsi in un debito trentennale. Un sistema costruito per funzionare soltanto se alimentato da grandi quantità di rifiuti sarebbe, per i comitati, in contraddizione con l’obiettivo di ridurli, recuperarli e riciclarli. Da qui l’accusa: una scelta del genere bloccherebbe la raccolta differenziata e renderebbe più difficile investire su riuso, riciclo e riduzione alla fonte.
La Rete Genovese lega il tema anche alle ricadute tariffarie. Nel documento si parla del rischio di pagare anche quando i rifiuti diminuiranno, della futura tassa europea sulle emissioni di anidride carbonica dal 2029 e della possibile rinuncia a fondi europei destinati a impianti ritenuti più coerenti con l’economia circolare. La preoccupazione è che la Liguria resti legata per decenni a un modello considerato superato proprio mentre l’Unione europea spinge verso prevenzione, recupero dei materiali e riduzione della quota residua.
Sul piano ambientale, Rete Liguria – Bene Comune mette in fila i motivi del no: emissioni in atmosfera, rischio per la salute dei cittadini, in particolare bambini e anziani, e rinuncia a una transizione ecologica reale. Nel comunicato di mobilitazione civica si parla di diossine, polveri sottili e metalli pesanti, ma anche di un impianto destinato a durare 25 o 30 anni e quindi a condizionare a lungo le politiche regionali sui rifiuti. Per i promotori, non si tratterebbe di una soluzione moderna, ma di una scelta arretrata rispetto alla direzione indicata dalle normative europee sull’economia circolare e dal Green Deal europeo.
La mobilitazione non si limita però al no. I comitati indicano una strada alternativa fatta di raccolta differenziata spinta, riduzione alla fonte, compostaggio di comunità, filiere locali del riciclo, biodigestori per trasformare l’umido in energia e impianti di trattamento meccanico biologico capaci di recuperare materiali. Secondo la Rete Genovese, queste soluzioni costerebbero meno, potrebbero essere realizzate in tempi più brevi e sarebbero finanziabili dall’Europa tramite la Banca europea per gli investimenti. Il punto, sostengono i comitati, è scegliere impianti coerenti con la riduzione dei rifiuti e non strutture che abbiano bisogno di bruciarli per restare economicamente in piedi.
La richiesta politica rivolta alla giunta comunale è articolata: rigettare ogni proposta di realizzazione di un inceneritore in Liguria, approvare un piano rifiuti regionale in linea con le direttive europee, investire sul porta a porta, sul compostaggio e sulle filiere del riciclo, aprire un tavolo partecipativo con cittadini, comitati e associazioni ambientaliste prima di qualsiasi decisione definitiva e garantire piena trasparenza su atti, convenzioni e studi di impatto ambientale relativi al progetto.
Per questo la seduta del 30 giugno viene presentata dai promotori come un passaggio da seguire da vicino. L’invito è a partecipare anche a distanza, commentando la diretta, condividendola sui social e facendo circolare gli interventi più significativi. “Ogni commento è una voce. Ogni voce è una pressione politica”, scrive Rete Liguria – Bene Comune, che punta a trasformare la diretta del Consiglio comunale in un momento pubblico di mobilitazione.
Alla campagna aderisce una rete ampia di realtà territoriali, comitati di quartiere, associazioni ambientaliste, gruppi civici e movimenti attivi su diversi fronti della città: dal verde pubblico alla mobilità, dalla difesa dei parchi alla salute, dalle battaglie contro la cementificazione alla tutela dei quartieri del Ponente, della Valpolcevera, della Valbisagno e del centro. Nel documento della Rete Genovese compaiono 50 sigle, tra cui comitati di Cornigliano, Certosa, San Quirico, Fegino, Borzoli, Nervi, Lagaccio, Maddalena, Acquasola, Carignano e numerose associazioni cittadine.
La partita, dunque, va oltre il solo impianto. Per i comitati, la scelta sull’inceneritore diventa una linea di confine tra due idee di futuro: da una parte un’infrastruttura costosa e destinata a durare per decenni, dall’altra un sistema fondato su prevenzione, riciclo, recupero e partecipazione. Il messaggio indirizzato alle istituzioni è chiaro: Genova e la Liguria, secondo i promotori della mobilitazione, non devono legarsi a un modello che chiede rifiuti da bruciare, ma costruire un sistema capace di produrne sempre meno.
In copertina: foto di AI
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