Caporalato dietro i cassoni della nuova diga: otto arresti e società sotto controllo giudiziario. A denunciare sono stati i lavoratori

L’inchiesta è partita da un controllo nel porto di Vado Ligure, dove si realizzano le strutture in cemento armato per la diga foranea di Genova. Disposto anche un sequestro da 277 mila euro

La nuova diga foranea di Genova finisce indirettamente dentro un’inchiesta per caporalato. Non nell’area in cui sorgerà l’opera, ma nel cantiere del porto di Vado Ligure dove vengono costruiti i grandi cassoni in cemento armato destinati alla futura infrastruttura portuale. Da lì, da un controllo effettuato nel maggio del 2025, è partita l’indagine che ha portato all’arresto di otto persone e al controllo giudiziario di due società, una con sede a Genova e una a Brescia.

La svolta dell’inchiesta sarebbe arrivata quando un primo gruppo di operai ha deciso di rivolgersi ai carabinieri. Erano stati reclutati dalla JH Costruzioni società a responsabilità limitata di Brescia per lavorare nel cantiere di Vado Ligure, dove vengono realizzati i cassoni destinati alla nuova diga di Genova. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, quei lavoratori sarebbero stati messi fuori dal cantiere e poi lasciati anche senza accesso all’alloggio dopo essersi opposti alla richiesta di restituire una parte della retribuzione. Le pretese economiche, sempre secondo l’accusa, non si sarebbero fermate alla paga: agli operai sarebbero stati chiesti soldi anche per i dispositivi di protezione individuale e per il canone dell’abitazione intestata alla società.

Quelle prime testimonianze avrebbero aperto un fronte molto più ampio. Altri 42 lavoratori si sono poi presentati agli investigatori, descrivendo un sistema che avrebbe sfruttato persone in condizioni di forte fragilità, arrivate da poco in Italia, prive degli strumenti linguistici necessari per orientarsi e quindi più esposte a pressioni e ricatti. La manodopera sarebbe stata reclutata attraverso referenti delle imprese coinvolte e poi sistemata in appartamenti presi in affitto vicino al cantiere. In alcuni casi, secondo le deposizioni, negli alloggi sarebbero state concentrate anche trenta persone, in spazi considerati inadeguati e insalubri.
Il quadro emerso dagli accertamenti riguarda anche la sicurezza. Molti operai, sempre secondo l’impostazione accusatoria, sarebbero stati mandati a svolgere mansioni ad alto rischio senza una formazione reale. In diversi casi sarebbero invece comparsi certificati ritenuti falsi, prodotti da società compiacenti per attestare una preparazione che, nei fatti, non sarebbe mai stata garantita.
Il meccanismo denunciato dagli operai avrebbe funzionato in modo apparentemente regolare solo sulla carta. I lavoratori risultavano assunti e retribuiti, ma sarebbero stati costretti a restituire in contanti una quota molto rilevante dello stipendio, tra il 40 e il 60 per cento. Il guadagno effettivo, secondo alcune testimonianze, si sarebbe così ridotto a 5 o 7 euro all’ora, a fronte di carichi di lavoro che potevano oscillare tra 140 e 250 ore al mese. Chi si rifiutava di accettare quelle condizioni avrebbe rischiato di perdere il lavoro, l’alloggio e qualsiasi punto di appoggio sul territorio. Alcuni avrebbero raccontato anche la paura di possibili ritorsioni nei confronti dei familiari rimasti lontano.
A eseguire l’ordinanza emessa dal giudice per le indagini preliminari di Savona sono stati i carabinieri di Savona, con il supporto di militari arrivati da più province e dei nuclei dell’ispettorato del lavoro di Genova e Brescia. Il quadro ricostruito dagli investigatori riguarda l’ipotesi di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, contestata in concorso e in forma continuata a responsabili e dipendenti delle imprese coinvolte.
Secondo l’accusa, alcuni lavoratori impiegati nel cantiere savonese e in altri cantieri italiani sarebbero stati inseriti in un sistema di sfruttamento che prevedeva anche la restituzione periodica di somme di denaro. Proprio a quel presunto profitto si collega il sequestro preventivo finalizzato alla confisca disposto nei confronti della società bresciana, per un importo di 277 mila euro.
Il controllo giudiziario disposto per le due società è uno degli elementi centrali del provvedimento. La misura consente di sottoporre le imprese a una verifica esterna sulla gestione e sulle modalità operative, con l’obiettivo di impedire la prosecuzione di eventuali condotte illecite e di garantire la regolarità dell’attività. Una decisione che segnala la delicatezza dell’inchiesta, perché riguarda imprese che avrebbero operato in un segmento collegato a una delle opere pubbliche più rilevanti per il sistema portuale genovese.
L’indagine tocca anche il tema della formazione sulla sicurezza. Oltre alle otto persone finite in carcere, altre cinque risultano indagate in stato di libertà. Tra loro ci sono due responsabili della società genovese, due persone legate a un’altra ditta bresciana e un collaboratore delle società sottoposte a controllo giudiziario. Una parte degli accertamenti riguarda l’ipotesi di falsi certificati di formazione per lavoratori impiegati in attività ad alto rischio.
Il punto di partenza resta il cantiere di Vado Ligure, dove vengono realizzati i cassoni che dovranno essere utilizzati per la nuova diga di Genova. Una lavorazione complessa, industriale, strategica, nella quale le verifiche degli investigatori si sono concentrate non solo sull’organizzazione della manodopera, ma anche sui rapporti tra le aziende e sulle condizioni effettive dei lavoratori.
L’inchiesta dovrà ora chiarire ruoli individuali, catena delle responsabilità e rapporti tra le imprese.
Le reazioni della politica
Sul caso interviene anche il consigliere regionale Simone D’Angelo del Partito Democratico, che chiede al presidente della Regione e commissario Marco Bucci di riferire in commissione sull’inchiesta per caporalato nel cantiere dei cassoni della nuova diga. Per D’Angelo, la vicenda aggiunge un nuovo elemento critico a un’opera già segnata da costi in aumento e incertezze tecniche. «È inaccettabile che un’opera pubblica di questa importanza finisca al centro di vicende di sfruttamento del lavoro di questa portata», afferma l’esponente del PD, chiedendo chiarimenti sui controlli effettuati e sulle misure per garantire legalità, sicurezza e trasparenza. «Un’opera strategica non può essere ricordata per costi fuori controllo, incertezze progettuali e inchieste per caporalato. Se Bucci non è più in grado di garantire il controllo dell’opera, si faccia da parte».
Sul caso della nuova diga intervengono anche i parlamentari del Partito Democratico Valentina Ghio, Alberto Pandolfo e Luca Pastorino, che definiscono «di gravità estrema» quanto emerso dall’inchiesta sul cantiere dei cassoni e annunciano un’interrogazione al Governo. I deputati chiedono verifiche sui controlli svolti, sulle misure per garantire il rispetto delle norme in materia di lavoro e sicurezza e sulla vigilanza su un’opera finanziata con risorse pubbliche e legata al Piano nazionale di ripresa e resilienza. «È inaccettabile che un’opera simbolo del Pnrr possa essere associata a ipotesi di sfruttamento del lavoro e di aggiramento delle norme poste a tutela delle persone», affermano.
Sulla stessa linea l’eurodeputato Brando Benifei del PD, secondo cui l’inchiesta impone accertamenti immediati lungo tutta la filiera. «I fondi europei devono essere sinonimo di legalità e trasparenza», dichiara, ricordando che le regole europee sugli appalti e sulla responsabilità delle imprese richiedono il pieno rispetto dei diritti dei lavoratori. Per Brando Benifei, sarebbe «inaccettabile» che risorse destinate alla modernizzazione delle infrastrutture liguri fossero associate a fenomeni di sfruttamento o a carenze nei controlli. Anche da lui arriva la richiesta di chiarimenti al presidente Marco Bucci.
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