Fumi delle navi, gira il vento ed è di nuovo allarme per il biossido di azoto: «Senza banchine elettrificate i quartieri soffocano»

L’Ecoistituto di Reggio Emilia e Genova e Centro di diritto ambientale denunciano nuovi picchi di biossido di azoto nei quartieri sottovento al porto: senza banchine elettrificate, traghetti e crociere continuano a bruciare gasolio in banchina e i residenti respirano concentrazioni molto superiori ai valori sanitari raccomandati

La denuncia arriva mentre i numeri scorrono quasi in tempo reale sulle mappe del sistema nazionale di monitoraggio della qualità dell’aria. Oggi, l’Ecoistituto di Reggio Emilia e Genova e Centro di diritto ambientale puntano il dito contro un meccanismo ormai noto ma ancora irrisolto: quando il vento gira dai quadranti meridionali, le emissioni delle navi ormeggiate in porto vengono spinte verso la città e le concentrazioni di biossido di azoto salgono nelle centraline urbane. Il problema, secondo l’associazione, è aggravato dall’assenza di banchine elettrificate agibili, che costringe traghetti e navi da crociera a tenere accesi i generatori di bordo a gasolio durante la permanenza in porto.

Le immagini citate dall’Ecoistituto mostrano un andamento netto. Nella mappa delle 7.22, riferita alle misure tra le 6 e le 7 del mattino, le stazioni evidenziate in rosso registravano valori contenuti: 7 microgrammi per metro cubo in via Bari, 6 all’Acquasola e 7 a Quarto.

Nella schermata delle 10.18, riferita all’ora successiva tra le 9 e le 10, via Bari saliva a 98 microgrammi per metro cubo, mentre l’Acquasola arrivava a 13 e Quarto a 12.

Nella mappa delle 11.17, il valore di via Bari risultava ancora più alto, a 105 microgrammi per metro cubo, con via Buozzi a 117, corso Firenze a 76 e l’Acquasola a 28. Quarto, invece, restava a 8 microgrammi per metro cubo, confermando la forte differenza tra le aree investite dai pennacchi portuali e quelle fuori traiettoria.


Per l’Ecoistituto e Centro di diritto ambientale, la spiegazione è nella combinazione tra traffico navale, vento e mancata elettrificazione delle banchine. Questa mattina, secondo quanto riferito dall’associazione, in porto erano presenti cinque traghetti e due navi da crociera. Con il vento passato da nord a sud, le emissioni prodotte dai generatori di bordo sarebbero state trasportate verso la città. La differenza tra i valori del primo mattino e quelli registrati più tardi, in particolare tra via Bari e corso Firenze, viene attribuita proprio a questo cambiamento meteorologico e alla posizione sottovento rispetto alle navi.
Il quadro è particolarmente pesante se confrontato con i riferimenti sanitari. L’Ecoistituto ricorda che respirare aria con 98 microgrammi per metro cubo di biossido di azoto significa trovarsi esposti a una concentrazione quasi quattro volte superiore al valore giornaliero raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità, pari a 25 microgrammi per metro cubo. È vero che le mappe mostrano concentrazioni orarie e non medie giornaliere, ma la denuncia riguarda proprio l’intensità dei picchi a cui vengono sottoposti i quartieri quando le condizioni meteo spingono i fumi verso terra.
L’associazione segnala anche il rischio di nuovi aumenti nel pomeriggio e in serata. Alle 18 sono previste le partenze delle due navi da crociera, con l’accensione dei motori principali circa mezz’ora prima, e alle 20.30 è indicato un nuovo passaggio critico con due traghetti, Moby Aki e Moby Orli. «Se non gira il vento in via Bari si registrerà un altro bel picco di biossido di azoto», è la previsione dell’Ecoistituto. Il punto, nella denuncia, non è soltanto il singolo episodio, ma la ripetizione del fenomeno ogni volta che alta pressione, brezza debole, navi passeggeri e assenza di alimentazione elettrica da terra si sommano.
Le immagini del 21 maggio confermano, secondo l’Ecoistituto e Centro di diritto ambientale, che non si tratta di un caso isolato. Nella mappa delle 20.10, riferita alle concentrazioni orarie tra le 19 e le 20, via Bari risultava a 112 microgrammi per metro cubo, via Buozzi a 116, corso Firenze a 96, l’Acquasola a 69 e la centralina della Foce a 41.
Le concentrazioni medie giornaliere, con in via Buozzi sopra il limite giornaliero, sono informazioni che ARPAL, a fine giornata comunica attraverso il suo sito.

In quella delle 21.05, riferita all’ora successiva, via Bari restava a 106, via Buozzi a 112, l’Acquasola saliva a 119 e corso Firenze segnava 95. Sono valori che l’associazione collega a una giornata chiusa con un’impennata delle concentrazioni giornaliere di biossido di azoto in tutta l’area di San Teodoro, dal mare alle colline.

Secondo la ricostruzione diffusa, il 21 maggio via Buozzi avrebbe chiuso con una media giornaliera di 56 microgrammi per metro cubo, oltre il limite legale di 50 microgrammi per metro cubo, mentre via Bari e corso Firenze, con 45 e 46 microgrammi per metro cubo, avrebbero superato ampiamente il valore sanitario di 25 microgrammi per metro cubo raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità. L’Ecoistituto parla provocatoriamente di “stagione della malaria” a San Teodoro, usando l’espressione per descrivere l’arrivo dei periodi in cui le condizioni meteo e l’attività portuale riportano sui quartieri concentrazioni elevate di inquinanti.
Il nodo politico e amministrativo resta quello delle banchine elettrificate. Senza collegamenti funzionanti alla rete, le navi continuano a produrre energia a bordo bruciando gasolio, anche quando sono ferme. Per i cittadini che vivono sulle alture e nelle strade sottovento, la differenza non è teorica: le mappe mostrano quartieri che passano in poche ore da valori bassi a concentrazioni a tre cifre, mentre zone più lontane dai pennacchi restano su livelli molto più contenuti. È questo il cuore della denuncia: il porto produce ricchezza e traffico, ma senza infrastrutture ambientali adeguate scarica una parte del costo sanitario sui residenti.
La richiesta implicita è che il tema smetta di essere trattato come un effetto collaterale inevitabile. Se ogni rotazione del vento trasforma alcune zone della città in corridoi di ricaduta dei fumi navali, il problema non è più soltanto meteorologico: è infrastrutturale, sanitario e politico. La qualità dell’aria non può dipendere dalla fortuna di una brezza contraria.
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