Oggi a Genova 

Abbonamenti pirata a film, partite e concerti, la Gdf scopre l’app Cinemagoal. In arrivo sanzioni fino a 5mila euro agli utenti

I finanzieri hanno eseguito oltre cento perquisizioni e sequestri in tutta Italia nell’ambito di un’indagine sulla diffusione di abbonamenti pirata utilizzati per accedere a contenuti a pagamento offerti, tra le altre, dalle piattaforme Sky, Dazn, Netflix, Disney+ e Spotify. Erano più di settanta i rivenditori incaricati di proporre il servizio agli utenti

La pirateria audiovisiva non passava soltanto dal vecchio “pezzotto”, ma anche da un sistema più evoluto, costruito per schermare gli utenti finali e rendere più difficile l’intercettazione dei collegamenti illegali. È quanto emerso dall’operazione eseguita ieri, giovedì 21 maggio 2026, dalla guardia di Finanza di Ravenna, con il supporto del Nucleo speciale tutela privacy e frodi tecnologiche, del Nucleo speciale beni e servizi e di numerosi reparti del Corpo, su delega della Procura di Bologna. Ma gli utenti sarebbero anche a Genova e in Liguria.

I finanzieri hanno eseguito oltre cento perquisizioni e sequestri in tutta Italia nell’ambito di un’indagine sulla diffusione di abbonamenti pirata utilizzati per accedere a contenuti a pagamento offerti, tra le altre, dalle piattaforme Sky, Dazn, Netflix, Disney+ e Spotify. Il monitoraggio era partito dai social media e ha consentito di ricostruire una rete di distribuzione articolata, con più di settanta rivenditori incaricati di proporre il servizio agli utenti.

La novità principale individuata dagli investigatori è un’applicazione chiamata “Cinemagoal”, installata sui dispositivi dei clienti e collegata a un server estero capace di decodificare i contenuti audiovisivi scelti. Secondo quanto ricostruito, sul territorio nazionale erano state collocate macchine virtuali operative ventiquattro ore su ventiquattro, programmate per intercettare ogni tre minuti i codici autentici di abbonamenti regolari intestati a soggetti fittizi, in parte già identificati, e ritrasmetterli immediatamente agli abbonati pirata sotto forma di segnale “in chiaro”.

Il sistema, secondo gli investigatori, permetteva di aggirare i blocchi di sicurezza predisposti dalle piattaforme e, al tempo stesso, di migliorare la qualità della visione. Un ulteriore elemento ritenuto decisivo era la minore esposizione degli utenti finali: l’accesso tramite applicazione non generava infatti una connessione riconducibile direttamente a uno specifico indirizzo internet protocol, rendendo più complessa l’individuazione di chi utilizzava il servizio.

Proprio questa caratteristica sarebbe stata usata come argomento di vendita dai rivenditori, che proponevano abbonamenti annuali dal costo compreso tra 40 e 130 euro, in base ai pacchetti selezionati. I pagamenti avvenivano preferibilmente attraverso strumenti poco tracciabili, in particolare criptovalute, ma anche tramite conti esteri o intestati fittiziamente. Una parte degli incassi veniva poi retrocessa agli organizzatori della frode.

La Procura di Bologna, attraverso la cooperazione internazionale coordinata da Eurojust, ha disposto anche sequestri in Francia e Germania, mirati ai supporti informatici esteri nei quali sarebbero custoditi i dati necessari per decodificare i segnali protetti e il codice sorgente indispensabile al funzionamento dell’applicazione. Nello stesso filone investigativo è stato accertato anche l’uso del sistema più tradizionale della Internet Protocol Television illegale, il cosiddetto “pezzotto”.

All’operazione hanno partecipato circa duecento finanzieri. Il materiale sequestrato sarà ora analizzato per identificare ulteriori soggetti coinvolti, compresi gli acquirenti finali, e per quantificare i profitti della rete, ritenuti milionari. Le ipotesi di reato al centro dell’inchiesta sono pirateria audiovisiva, accesso abusivo a sistemi informatici e frode informatica.

Una prima stima, effettuata con il contributo delle società danneggiate, quantifica in circa 300 milioni di euro il pregiudizio economico provocato negli anni dal mancato incasso dei diritti. Nel frattempo sono in arrivo le prime sanzioni per mille utenti già individuati: gli importi vanno da 154 a 5.000 euro.


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