Facce de Zena 

Addio a Matteo Jade, la voce dei movimenti genovesi che scelse sempre le battaglie degli ultimi

È morto improvvisamente nella notte Matteo Jade, figura storica dei movimenti genovesi, dalle “Tute Bianche” al centro sociale Zapata, e operatore della cooperativa La Comunità. Una vita attraversata da battaglie sociali, lavoro sul territorio e difesa degli ultimi

La notizia è arrivata all’improvviso, lasciando senza parole una parte grande della Genova sociale, militante e solidale. Matteo Jade è morto nella notte, a 55 anni, portando via con sé un pezzo di storia recente della città: quella delle piazze, dei collettivi, del centro sociale Zapata, delle “Tute Bianche” e del lungo lavoro quotidiano dentro il mondo della cooperazione sociale. Non era soltanto un volto conosciuto della stagione delle mobilitazioni. Era una presenza riconoscibile, spesso scomoda, certamente tenace, dentro tutte quelle battaglie che a Genova hanno provato a tenere insieme diritti, dignità, giustizia sociale e attenzione agli ultimi.

Per molti il suo nome resterà legato alle giornate del vertice degli otto grandi del 2001, quando Genova diventò il centro di una mobilitazione internazionale e anche di una ferita politica e civile mai davvero rimarginata. Jade fu tra le figure più note di quel mondo, dentro l’esperienza delle “Tute Bianche” e nel percorso del centro sociale Zapata, spazio che per anni ha rappresentato un punto di riferimento per generazioni diverse di attivisti. Ma la sua storia non si esaurisce in quella stagione. Anzi, forse il tratto più forte del suo percorso è proprio ciò che è venuto dopo: la capacità di continuare, di restare, di trasformare la protesta in lavoro sociale, l’indignazione in presenza, la critica radicale in pratica quotidiana.

Chi lo ha conosciuto lo ricorda come una persona capace di stare nei conflitti senza arretrare, ma anche di attraversare i luoghi della fragilità con concretezza. Il suo impegno nella cooperativa La Comunità racconta questa seconda dimensione, meno visibile ma decisiva: quella di chi non si limita a denunciare le disuguaglianze, ma prova ogni giorno a lavorare dentro le loro conseguenze, accanto alle persone che più spesso restano fuori dallo sguardo pubblico. In questo senso Matteo Jade è stato una figura di cerniera tra la militanza e il sociale, tra la piazza e i servizi, tra il linguaggio della protesta e quello della cura.

La sua morte ha colpito ambienti diversi, non soltanto quelli politici o antagonisti. A piangerlo sono compagni di battaglie, operatori sociali, persone incontrate nei percorsi di cooperazione, amici, colleghi e cittadini che negli anni ne hanno riconosciuto la coerenza. Jade apparteneva a quella parte di Genova che non ha mai considerato la giustizia sociale un tema astratto. Per lui le disuguaglianze non erano una categoria da convegno, ma qualcosa da incontrare nelle strade, nei quartieri, nei servizi, nelle vite delle persone.

La sua voce era diventata familiare perché non si sottraeva. Interveniva, prendeva posizione, organizzava, costruiva legami, continuava a esserci anche quando l’attenzione pubblica si spegneva. È questo che rende oggi la sua scomparsa così pesante: non viene meno solo un ricordo legato agli anni del movimento contro la globalizzazione neoliberista, ma una presenza rimasta attiva nel tempo, dentro una città che continua a fare i conti con povertà, esclusione, marginalità e fratture sociali.

Ora sarà il tempo dei ricordi, delle testimonianze e dei racconti di chi ha condiviso con lui assemblee, cortei, turni di lavoro, discussioni, progetti e battaglie. Ma già oggi emerge un tratto netto: Matteo Jade ha attraversato oltre vent’anni di storia genovese senza smettere di stare dalla stessa parte, quella di chi chiedeva una società più giusta e meno feroce. La sua eredità resta lì, nei percorsi che ha contribuito a costruire, nelle persone che ha incontrato, nelle lotte che ha sostenuto e in una città che, anche quando lo ha contestato o non lo ha capito, non poteva ignorarlo.


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