diritti e sociale 

Genova cambia passo sui diritti: a Tursi il confronto contro l’omolesbobitransfobia

Alla vigilia della Giornata internazionale del 17 maggio, il Comune rilancia il proprio impegno per inclusione, pari opportunità e contrasto alle discriminazioni. La sindaca Silvia Salis: «Le istituzioni hanno il dovere di riconoscere le persone proprio perché esistono»

Alla vigilia della Giornata internazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la transfobia e la bifobia, Genova ha scelto Palazzo Tursi per ribadire il proprio impegno sul terreno dei diritti, dell’inclusione e del contrasto alle discriminazioni. Nel Salone di Rappresentanza si è svolto il convegno “Il benessere della cittadinanza e delle persone minori al centro dell’azione amministrativa pubblica”, promosso dal Comune di Genova e dall’Ufficio dedicato alle politiche per le persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali, asessuali e oltre dell’ente. L’incontro si inserisce nel percorso avviato dall’amministrazione comunale con l’adesione alla ricorrenza del 17 maggio e con una serie di atti politici e amministrativi orientati a rendere più strutturale il lavoro pubblico su riconoscimento, pari dignità e servizi.

Alla giornata hanno partecipato la sindaca Silvia Salis, l’assessora alle pari opportunità e alle politiche di genere Rita Bruzzone, l’assessora al welfare Cristina Lodi, la vicesindaca di Bologna Emily Clancy, l’assessore ai diritti e alle pari opportunità del Comune di Torino Jacopo Rosatelli, il consigliere delegato della Città Metropolitana a scuola, edilizia scolastica e pari opportunità Filippo Bruzzone, la consigliera comunale di Bologna e attivista Porpora Marcasciano, oltre a rappresentanti del mondo professionale e associativo come Marianna Pederzolli, psicologa referente del Comitato pari opportunità dell’Ordine delle psicologhe e degli psicologi della Liguria, Marco Fiorello per Liguria Pride, Claudio Tosi per Arcigay Genova, Alessandro Battaglia per il Comitato EuroPride Torino 2027 e l’avvocata Ilaria Gibelli, consulente dell’Ufficio comunale.

Il centro politico del convegno è stato il rapporto tra pubblica amministrazione e vita concreta delle persone. La sindaca Silvia Salis ha rivendicato una visione dell’ente pubblico come soggetto chiamato a riconoscere bisogni, famiglie e identità già presenti nella società, non a selezionare chi meriti attenzione e tutela. «Un’amministrazione pubblica non sceglie quali persone vedere, quali famiglie vedere e quali ignorare: le persone, le famiglie esistono prima degli atti amministrativi, così come i bambini e le bambine esistono prima delle discussioni politiche», ha detto la sindaca. Per Salis, ignorare i diritti significa renderli di fatto più difficili da esercitare, anche quando non vengono negati apertamente: «I diritti possono anche non essere esplicitamente negati, ma se vengono ignorati si sceglie deliberatamente di non renderli esigibili. Ignorare significa complicare la vita di chi non viene ritenuto degno di essere visto e tutelato».

Nel suo intervento la sindaca ha anche marcato una discontinuità rispetto al passato amministrativo, parlando di una città che deve uscire da una stagione di negazioni e tornare a pensarsi come comunità aperta. «Le persone non esistono perché le istituzioni le riconoscono, ma le istituzioni hanno il dovere di riconoscerle proprio perché esistono», ha affermato la sindaca. Da qui il richiamo all’Ufficio comunale dedicato alle politiche per le persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali, asessuali e oltre, istituito per offrire supporto tecnico e legale e per costruire un contesto in cui vivere, lavorare e accedere ai servizi senza timore di discriminazioni. La sindaca ha poi respinto la logica del “benaltrismo”, definendola una semplificazione povera del dibattito pubblico: per l’amministrazione, ha spiegato, garantire strade pulite e trasporti efficienti non è in contraddizione con il dovere di fare in modo che una famiglia non si senta invisibile o abbandonata.

L’assessora Rita Bruzzone ha collegato il convegno a due passaggi considerati fondamentali: il rientro del Comune nella rete nazionale delle pubbliche amministrazioni contro le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere e l’apertura dell’Ufficio comunale dedicato. «I diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali, asessuali e oltre non riguardano una singola comunità: riguardano l’idea stessa di città», ha detto l’assessora, richiamando temi apparentemente distanti ma in realtà connessi, come urbanistica di genere, mobilità, spazi pubblici, accoglienza, welfare e casa. Per Bruzzone, Genova deve scegliere ogni giorno di stare dalla parte dell’inclusione e della dignità delle persone, traducendo questa scelta nel linguaggio, nei regolamenti, nei servizi e nelle politiche pubbliche.

L’assessora Cristina Lodi ha concentrato il proprio intervento sul welfare e sul riconoscimento di tutte le forme familiari. La scelta di superare la precedente “Agenzia della Famiglia” e di costruire il Centro per le Famiglie è stata presentata come un cambio di paradigma: non più un modello implicito di famiglia unica, ma uno spazio aperto, universale e capace di accogliere bisogni diversi senza discriminazioni. Lodi ha ricordato anche il lavoro sugli atti e sui regolamenti che contenevano impostazioni escludenti, citando le formulazioni sull’affido familiare legate esclusivamente alla cosiddetta “famiglia tradizionale”. Per l’assessora, una simile visione non rispecchia la società contemporanea e rischia di negare il principio di universalità del welfare.

Dal livello comunale il confronto si è allargato alla dimensione metropolitana e nazionale. Filippo Bruzzone ha annunciato che, per la prima volta, anche Città Metropolitana aderirà formalmente alla rete nazionale delle pubbliche amministrazioni impegnate contro le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere. Un’adesione che, secondo il consigliere delegato, ha un valore particolare perché può sostenere anche i piccoli comuni, spesso più esposti all’isolamento e meno presenti nel dibattito pubblico. «Quando un territorio si sente isolato, inevitabilmente rischiano di sentirsi isolate anche le persone e le comunità che lo abitano», ha osservato Bruzzone, ricordando anche la propria esperienza di primo consigliere comunale dichiaratamente omosessuale della città nel precedente ciclo amministrativo.

La vicesindaca di Bologna Emily Clancy ha portato l’esperienza del capoluogo emiliano, sottolineando l’importanza del lavoro condiviso tra istituzioni, associazioni e comunità. Secondo Clancy, i diritti non possono restare confinati in una singola delega amministrativa, ma devono attraversare salute, educazione, cultura e politiche sociali. Il cambiamento reale, ha spiegato, nasce quando le città costruiscono fiducia reciproca con i territori, aprendo spazi sicuri, rafforzando l’educazione alle differenze e contrastando le discriminazioni con politiche strutturali.

Da Torino, l’assessore Jacopo Rosatelli ha letto il ritorno di Genova nella rete nazionale come un passaggio coerente con la storia civile della città, citando Fabrizio De André, “Prinçesa”, don Andrea Gallo e il lavoro costruito negli anni accanto alle persone più fragili e alla comunità trans. Per Jacopo Rosatelli, le politiche sui diritti non sono un tema astratto, ma riguardano casa, lavoro, scuola, trasporti e riconoscimento dell’identità personale. La rete tra amministrazioni serve proprio a creare solidarietà istituzionale, scambio di buone pratiche e sostegno reciproco, perché nessuno debba sentirsi solo nei grandi centri come nei territori più piccoli.

A chiudere il quadro è stato l’intervento dell’avvocata Ilaria Gibelli, consulente dell’Ufficio comunale, che ha parlato di una giornata di partecipazione e confronto utile per lo scambio di buone prassi tra pubbliche amministrazioni. Secondo Gibelli, Genova vuole essere protagonista attiva anche nelle politiche per le persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali, asessuali e oltre, mantenendo un dialogo diretto e costante con le realtà associative e con le persone coinvolte. Il lavoro in rete, ha sottolineato, rappresenta il valore aggiunto principale, perché consente agli enti locali di non procedere in ordine sparso e di tradurre le istanze delle comunità in atti amministrativi concreti.

Il convegno si colloca nel solco della delibera di giunta proposta dall’assessora Rita Bruzzone per aderire alla Giornata internazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la transfobia e la bifobia, ricorrenza istituita nel 2004 dal Comitato internazionale dedicato e riconosciuta dall’Unione europea. L’obiettivo è contrastare violenze e discriminazioni legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere, promuovendo rispetto, inclusione e tutela dei diritti. Per il Comune di Genova, questa adesione non resta isolata, ma si aggiunge alla partecipazione alla rete nazionale, al sostegno al Transgender Day of Remembrance, all’adesione alla staffetta nazionale verso EuroPride Torino 2027 e all’istituzione, lo scorso febbraio, dell’Ufficio comunale chiamato a coordinare le politiche pubbliche cittadine su inclusione e superamento degli stereotipi.

La giornata di Palazzo Tursi ha quindi avuto un valore insieme simbolico e amministrativo. Simbolico, perché ha riaffermato pubblicamente da che parte intende stare l’amministrazione. Amministrativo, perché ha indicato strumenti, reti e uffici attraverso cui trasformare il principio dell’inclusione in servizi, regolamenti e pratiche quotidiane. Il messaggio uscito dal convegno è netto: una città non diventa più giusta limitandosi a proclamare i diritti, ma quando li rende accessibili, riconoscibili ed esigibili nella vita di ogni giorno.


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