Trasporti 

Funivia in Val Bisagno, la Rete Genovese boccia lo studio: «Proposta calata dall’alto, serve tornare al confronto con i cittadini»

La Rete Genovese, sostenuta dalla Rete Liguria, ha inviato a sindaca, giunta e gruppi consiliari le osservazioni sullo studio presentato il 28 marzo. Nel documento si contestano metodo, partecipazione, costi, tempi reali di percorrenza, impatto urbano e confronto con l’ipotesi tram

La funivia in Val Bisagno finisce sotto il fuoco incrociato di comitati e associazioni. La Rete Genovese, appoggiata dalla Rete Liguria, ha inviato alla sindaca, alla giunta e a tutti i gruppi consiliari del Comune di Genova le osservazioni sullo studio presentato il 28 marzo 2026. Il documento non si limita a contestare la soluzione tecnica, ma mette in discussione il metodo politico con cui l’ipotesi sarebbe stata costruita: secondo la Rete, la funivia trasformerebbe un problema di mobilità, pianificazione, territorio e partecipazione in una questione soltanto “tecnico-ingegneristica”.

La critica più forte riguarda l’assenza di un vero percorso partecipativo in Val Bisagno. Nel comunicato, la Rete Genovese sostiene che i cittadini non siano stati coinvolti sulle scelte che li riguardano direttamente, nonostante l’assessorato alla Partecipazione abbia più volte parlato di percorsi di democrazia partecipativa e di “forum sperimentali”. Per i comitati, però, quei percorsi non avrebbero ancora strumenti, risorse e procedure chiare, e soprattutto mancherebbe il coinvolgimento degli assessorati competenti per materia, cioè mobilità e infrastrutture.

La funivia viene quindi paragonata dalla Rete Genovese ad altre proposte già contestate in passato, dallo Skymetro agli assi di forza, e definita una scelta «calata dall’alto». Secondo i promotori delle osservazioni, non aiuterebbe a risolvere i problemi della mobilità in valle e rischierebbe anzi di inserirsi in un quadro in cui il trasporto pubblico viene ridotto, con il risultato di spingere ancora di più i cittadini verso il mezzo privato. Nel documento si sostiene che la giunta stia scaricando il nodo politico sul professor Pierluigi Coppola e sui rappresentanti delle associazioni e dei comitati, i quali, pur avendo maturato competenze sul campo, si troverebbero in una posizione di svantaggio di fronte all’autorevolezza accademica del Politecnico di Milano.

Il riferimento storico richiamato dalla Rete è il percorso di partecipazione del 2011, quando dagli incontri con gli abitanti della Val Bisagno sarebbe emersa una preferenza per il tram. Per i comitati, il tempo utilizzato per commissionare e realizzare lo studio del Politecnico avrebbe potuto essere impiegato per un percorso di ascolto sul territorio. «Il processo di partecipazione parte dal basso, dai territori», scrivono i promotori, sostenendo che si sarebbe dovuti partire proprio dai cittadini della valle.

Le osservazioni tecniche entrano poi nel merito dello studio. Il primo punto riguarda l’impostazione dell’incarico affidato al Politecnico di Milano, per un importo di 103.700 euro. Secondo la Rete, già le premesse della determinazione dirigenziale sarebbero discutibili, perché partirebbero da concetti come “insufficienze della rete viaria” e “fabbisogni di sosta e interscambio”, dando l’impressione di un approccio ancora centrato sull’utente del mezzo privato e non sull’inadeguatezza dell’attuale trasporto pubblico. Nel documento si afferma che lo studio sembrerebbe orientato fin dall’inizio verso una soluzione ritenuta “innovativa”, cioè la funivia, escludendo di fatto altre alternative, in particolare quella tranviaria.

Uno dei capitoli più critici riguarda i vincoli tecnici degli impianti a fune. Le osservazioni richiamano il decreto dirigenziale 172 del 2021 sulle infrastrutture degli impianti a fune per il trasporto di persone e sottolineano che, in generale, l’asse della linea tra le stazioni dovrebbe avere un andamento rettilineo, con limiti molto stringenti alle deviazioni. La Rete osserva che una funivia lungo il Bisagno dovrebbe invece seguire un corso caratterizzato da anse e cambi di direzione, con problemi che, secondo il documento, non sarebbero stati adeguatamente affrontati.

Altro tema è il vento. Lo studio avrebbe considerato la soglia dei 70 chilometri orari oltre la quale il servizio verrebbe interrotto, ma secondo la Rete Genovese i dati utilizzati non sarebbero sufficienti, anche perché riferiti a una stazione in Val Polcevera, mentre la velocità del vento è molto legata al sito specifico, all’altezza e alla presenza di edifici o ostacoli. Nelle osservazioni si evidenzia inoltre che su piloni fino a 40 metri il vento potrebbe essere molto più intenso rispetto a quello misurato a quote più basse e che il cambiamento climatico, con eventi estremi più frequenti, avrebbe dovuto suggerire valutazioni più prudenti.

I comitati sollevano anche dubbi sulla stabilità dei piloni, sulla loro collocazione e sulle modalità di soccorso in caso di cabina bloccata sopra il torrente Bisagno durante una piena o un temporale. A questo si aggiunge il tema dell’impatto urbano e paesaggistico. La Rete contesta l’uso del termine “riqualificazione urbana” per un’opera che, a suo giudizio, avrebbe invece un impatto rilevante sulla vallata. Viene citato il caso di corso Galliera, dove piloni alti fino a 40 metri inciderebbero sul viale storico e sulle alberature, ma anche la stazione Bobbio, che dovrebbe essere realizzata sopra la copertura della rimessa, con cabine vicine alle finestre delle abitazioni.

Un passaggio centrale riguarda i tempi reali di percorrenza. Secondo la Rete, lo studio valorizzerebbe il passaggio frequente delle cabine, una ogni 30 secondi, ma sottovaluterebbe il tempo necessario agli utenti per raggiungere la stazione, attraversare la strada, salire al piano di imbarco e attendere una cabina disponibile. Per chi abita a metà tra due fermate, si parla di circa 500 metri a piedi, con tempi che potrebbero incidere in modo significativo sul viaggio complessivo. Il calcolo che conta, sostengono i comitati, non è quello “netto” a bordo del mezzo, ma quello da casa alla destinazione finale.

Nel documento viene poi contestata la doppia rottura di carico che la funivia imporrebbe a chi proviene da oltre Molassana, per esempio da Prato, e deve raggiungere il centro: un primo interscambio verso il fondovalle e un secondo a Brignole. Per la Rete, questo renderebbe meno competitivo il sistema rispetto all’autobus, non solo in termini di comfort, ma anche nei tempi effettivi. Lo Skymetro, ricordano i comitati, almeno in teoria avrebbe evitato la rottura di carico a Brignole perché era concepito come prolungamento della metropolitana.

La comparazione con il tram è uno dei punti più duri delle osservazioni. Secondo la Rete, lo studio avrebbe usato una stima dei costi tranviari collocata nella fascia alta, tra 230 e 280 milioni di euro per 7 chilometri, cioè 32-40 milioni al chilometro, senza considerare scenari più equilibrati. Nelle osservazioni si sostiene che una riparametrazione su valori più coerenti porterebbe il costo dell’infrastruttura tranviaria a essere sostanzialmente equivalente a quello della funivia, mentre quest’ultima avrebbe costi di esercizio più elevati, in particolare per il personale.

Il confronto più significativo viene fatto con la “Cable C1” dell’Île-de-France, nell’area parigina, indicata come probabile modello di riferimento dello studio. La Rete osserva però che il contesto è diverso: l’impianto francese non collega una valle urbana con il centro, ma un’area periferica con il capolinea di una metropolitana, superando ostacoli infrastrutturali reali. Riparametrando lunghezza, tempi e costi, il documento stima per la funivia della Val Bisagno un investimento di oltre 210 milioni di euro, contro i 140-160 indicati nello studio, e un tempo medio di percorrenza che potrebbe salire da 25 a oltre 36 minuti.

La questione del cambio modale viene indicata come decisiva. Secondo le osservazioni, la funivia produrrebbe un incremento minimo del passaggio dal mezzo privato al trasporto pubblico, pari a circa un punto percentuale rispetto allo scenario con soli autobus da 18 metri. Per i comitati, un dato di questo tipo sarebbe già sufficiente a mettere in discussione l’efficacia dell’opera, perché non risponderebbe all’obiettivo principale: ridurre traffico, congestione ed emissioni. Al contrario, il tram viene indicato come un mezzo capace, in molte esperienze europee, di attirare nuova utenza e di rendere più strutturale il cambio modale.

La Rete Genovese inserisce la questione anche nel quadro degli obiettivi ambientali della città. Nel documento si ricorda che Genova ha dichiarato lo stato di emergenza climatica e aderito al Patto dei sindaci, ma si sostiene che il ritmo di riduzione delle emissioni non sia sufficiente a raggiungere la decarbonizzazione nei tempi richiesti. Da questo punto di vista, la scelta infrastrutturale per la Val Bisagno dovrebbe essere valutata non per l’immagine di innovazione, ma per la capacità concreta di spostare quote rilevanti di cittadini dal mezzo privato al trasporto pubblico.

La conclusione del documento è netta: la funivia viene definita una soluzione inefficace, costosa, con forte impatto urbanistico e con costi di esercizio presumibilmente più alti rispetto ad altre opzioni. Per la Rete, il problema non è solo tecnico, ma politico e democratico: mancherebbero trasparenza, condivisione e partecipazione, ridotte a una possibile consultazione finale su aspetti secondari. Le osservazioni saranno integrate se la vicenda evolverà, ma la posizione resta ferma: serve un confronto permanente e strutturato sulle politiche territoriali per individuare soluzioni realmente condivise.

A sostenere il documento c’è un fronte ampio, formato da 47 realtà tra comitati, associazioni e gruppi cittadini. Tra queste figurano il Comitato SìTram Genova, il Circolo Nuova Ecologia, Italia Nostra, Medici per l’ambiente Isde, Medicina Democratica, Fondo mondiale per la natura Genova Città Metropolitana, Attac Genova, Famiglie senz’auto e molte realtà territoriali distribuite in diversi quartieri. Un elenco che dà alla presa di posizione un peso politico non marginale e che conferma come il tema della mobilità in Val Bisagno continui a essere uno dei dossier più sensibili per la città.


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