«Non è islamizzazione: è scuola». Bruzzone difende autonomia e inclusione sul caso Ramadan

L’assessora comunale alla Scuola ribadisce che non esistono linee guida nazionali, richiama l’autonomia scolastica e la laicità dello Stato e rivendica l’inclusione come criterio guida: avere attenzione per studenti affaticati dal digiuno, sostiene, non significa “islamizzare” la scuola


Il caso approda in Consiglio comunale con un’interrogazione che nasce dalle notizie circolate nei giorni scorsi su alcune indicazioni interne legate al periodo del Ramadan in una scuola genovese: tra le ipotesi finite nel dibattito pubblico, l’invito a concentrare verifiche e interrogazioni nelle prime ore e a evitare di programmarle in coincidenza con la festa di fine Ramadan. Un tema che, nella discussione, diventa rapidamente più ampio: non solo organizzazione didattica, ma anche confine tra autonomia delle scuole, inclusione e laicità delle istituzioni.

La consigliera della Lega Paola Bordilli ha detto di essere rimasta perplessa da quanto letto sulla stampa e ha riferito di aver colto analoghe perplessità tra studenti e insegnanti. Ha parlato di un rischio di disparità di trattamento tra studenti e ha collegato la vicenda a un discorso più generale sull’assenza di un’intesa tra lo Stato e l’Islam, sostenendo che questo renderebbe difficile “condividere o meno” pratiche collegate a ricorrenze religiose. Nel suo intervento ha chiesto al Comune di interessarsi per capire “cos’è successo” e poter riferire in aula, pur riconoscendo che si tratta di un ambito scolastico non direttamente comunale. Tutto l’intervento è stato coerente rispetto alla posizione del suo partito rispetto ai migranti, con parole come “islamizzazione” e “disciminazione” dei non musulmani.
Nel suo intervento, Si Mohamed Kaabour ha provato anzitutto a riportare la discussione sul terreno che, a suo giudizio, le compete davvero: quello della scuola come luogo di formazione e di democrazia, non come campo di scontro identitario. Ha ringraziato l’assessora per la risposta che si aspettava “responsabile” e attenta a ciò che, per lui, è un dato di normalità dentro un istituto: la capacità di modulare tempi e strumenti quando si lavora con classi plurali e con studenti che attraversano bisogni diversi, senza trasformare ogni scelta organizzativa in un caso politico.
Da docente, ha spiegato che esistono da anni, e sono usati quotidianamente, strumenti che servono ad accompagnare l’apprendimento e a garantire pari condizioni sostanziali, non solo formali. Ha chiarito che parlare di “strumenti compensativi” o di attenzioni particolari non significa concedere privilegi, ma fare didattica e pedagogia: la scuola, ha sostenuto, non tratta “categorie” astratte, ma ragazze e ragazzi reali, con energie, fragilità e condizioni che cambiano anche di settimana in settimana. In questo senso, ha lasciato intendere che l’interrogazione nasca anche da una scarsa familiarità con questi meccanismi scolastici e che, prima di evocare scenari allarmistici, bisognerebbe conoscere come funzionano davvero le dinamiche educative in una classe.
A quel punto ha contestato frontalmente la cornice dell’“islamizzazione”, definendola fuorviante e pericolosa. Nel suo ragionamento, l’idea che una scuola “si islamizzi” perché sposta una verifica o evita di collocarla in un momento in cui alcuni studenti sono più affaticati non ha nulla a che vedere con la realtà della didattica: «questa non è ideologia, è scuola», è la linea che ha portato in aula. Ha aggiunto che lo stesso tipo di attenzione si usa in tante altre circostanze, quando gli studenti vivono situazioni che incidono sul benessere e sulla concentrazione; e che, se si accetta questo principio in altri casi, non si vede perché debba diventare improvvisamente un problema quando entra in gioco un digiuno osservato per motivi religiosi.
Nello stesso passaggio ha espresso solidarietà alla dirigente scolastica e ai docenti che, a suo dire, sono finiti dentro una “marea” che non dovrebbe travolgere la scuola. Ha richiamato la funzione dell’istruzione come “incubatore” della democrazia: un luogo dove si impara a convivere con le differenze senza trasformarle in sospetti reciproci. Per lui, la scuola non può essere trattata come il bersaglio su cui proiettare paure e parole d’ordine, perché così si indebolisce proprio lo spazio pubblico che dovrebbe insegnare il rispetto delle regole comuni.
Poi ha allargato lo sguardo alla dimensione costituzionale, sostenendo che agevolare gli studenti in un contesto plurale non contraddice la laicità ma, al contrario, la realizza: la laicità, nel suo ragionamento, non è cancellare ciò che esiste nella società, bensì garantire che nessuno sia penalizzato o escluso. Per questo, ha detto che una scuola con una presenza significativa di studenti di fede musulmana deve saper gestire anche periodi come il Ramadan senza che ogni scelta venga letta come un cedimento culturale. Ha ricordato che a Genova vivono migliaia di cittadini e residenti di fede musulmana e che ignorare questa realtà non rende lo Stato più laico o la scuola più “neutrale”, ma rischia di rendere le istituzioni più lontane dalle persone.
Il senso del suo intervento è stato un invito a “sgomberare il campo” da interpretazioni ideologiche: secondo Si Mohamed Kaabour, qui non c’è alcun progetto di islamizzazione, ma la pratica quotidiana di una scuola che prova a garantire a tutti le stesse possibilità di riuscita, riconoscendo che l’uguaglianza, per essere reale, spesso passa anche da piccoli aggiustamenti organizzativi. E ha ribadito che il vero punto, per lui, è difendere la scuola come luogo di inclusione e di cittadinanza, sottraendola alla tentazione di farne un simbolo da usare nello scontro politico.
Nel rispondere in aula, l’assessora alla Scuola Rita Bruzzone ha impostato subito la replica su un punto che ha voluto rendere esplicito “prima di tutto”: la sua posizione personale, che ha definito laica e “scevra” da condizionamenti religiosi, per chiarire che il tema non viene affrontato – nelle sue parole – “da credente contro credente”, ma come questione di scuola pubblica, autonomia e inclusione. Ha spiegato anche di essersi interessata alla vicenda emersa sulla stampa, pur precisando che non si tratta di un istituto comunale, aggiungendo di aver raccolto informazioni parlando con alcuni docenti e con l’Ufficio scolastico regionale in relazione alla scuola citata nel dibattito.
Il cuore della sua risposta, però, è stato un ragionamento più ampio su come funziona la scuola e su quali principi, secondo lei, debbano guidare le scelte organizzative. Rita Bruzzone l’ha riassunto in un passaggio molto articolato che, nel suo senso complessivo, ha tenuto insieme l’autonomia degli istituti, la laicità dello Stato, l’inclusione e la tutela dei bisogni degli studenti, difendendo anche il lavoro degli insegnanti finiti nel mirino della polemica. Ecco il passaggio centrale, riportato ampiamente: «Ringrazio la consigliera e il consigliere e vorrei rispondere scevra da qualsiasi condizionamento religioso per quanto appartiene a me stessa: quindi sono totalmente laica nei confronti di entrambi. Non ho sentito la dirigenza, perché – come lei ha definito giustamente – non è direttamente una nostra scuola, ma sì, mi sono interessata a quanto emerso dalla stampa cittadina: ho sentito alcuni docenti, ho sentito anche l’Ufficio scolastico regionale per quanto riguardava la scuola. La ragione per cui vi sto rispondendo la riassumo così: autonomia scolastica. Non esistono linee guida nazionali che dicano quali procedure adottare in un caso come questo; e ci sono moltissime situazioni, in molte regioni, in cui le scuole gestiscono in autonomia contesti diversi. Secondo punto: la laicità dello Stato e delle istituzioni rispetto alle religioni, esiste questa separazione e in questo caso è più che mai valida, perché lo Stato italiano e la scuola italiana sono laici. Terzo punto: il principio fondamentale dell’inclusione, perché di fronte ai docenti ragazze e ragazzi sono tutti uguali indipendentemente dal credo, dalla nazionalità, dal colore della pelle, dal genere. Mettere al centro i bisogni delle ragazze e dei ragazzi è fondamentale. Quarto: il ruolo dei docenti. Mi spiace se ci sono stati esempi che non vanno bene, ma io credo che non vada minimizzato e tantomeno offeso il ruolo di questi docenti: so che ci sono moltissimi insegnanti che rivendicano di mettere al centro i diritti delle ragazze e dei ragazzi. Perché loro non hanno di fronte delle professioni religiose o delle etnie: hanno di fronte ragazze e ragazzi, persone, che possono avere anche fragilità. Quinto: pensare di avere attenzione per ragazzi che stanno digiunando per una fede religiosa – io non professo nessuna fede e quindi lo dico senza condizionamenti – non significa “islamizzare” una scuola. Qui invece prendo una posizione forte e chiara: pensare che avere attenzione nei confronti delle ragazze e dei ragazzi sia islamizzare una scuola… perdonatemi. Ho letto non solo di islamizzazione e di integrazione al contrario, ma è stato anche fatto un riferimento alla libertà delle donne: io credo che, in un momento storico come questo e con quello che sta accadendo, sentire parlare la Lega di libertà delle donne rispetto a una legge sul consenso… mi sembra… e lo aggiungo assumendomi la responsabilità: non va».
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