Il Seicento ritrovato: Giovanni Andrea De Ferrari “restituito” con un corpus di opere raro da vedere tutto insieme

Inaugurazione venerdì 20 febbraio: all’Accademia Ligustica torna al centro un nucleo di nove dipinti di Giovanni Andrea De Ferrari, ricomposto anche grazie al prestito di una tela oggi conservata in Fondazione Carige. Ingresso gratuito e mostra fino al 3 maggio

C’è un modo per capire davvero quanto un artista sia stato “di casa” in una città: non guardare un singolo capolavoro isolato, ma vedere come regge il confronto quando le opere si parlano tra loro, una accanto all’altra, senza scorciatoie. È l’idea che sta dietro a “Giovanni Andrea De Ferrari restituito. Lo straordinario corpus di opere della Ligustica”, la mostra a cura di Giulio Sommariva che riporta sotto un unico sguardo un nucleo rarissimo, per numero e qualità, nelle collezioni storiche dell’Accademia Ligustica di Belle Arti.

L’occasione nasce da un percorso più ampio: la riflessione avviata attorno al restauro della pala della chiesa di San Nicolosio, che ha riacceso l’attenzione su questo protagonista del primo Seicento e sul “peso specifico” che ha nelle raccolte liguri. Qui, infatti, Giovanni Andrea De Ferrari non compare come presenza episodica: è un vero e proprio blocco, un capitolo compatto della stagione barocca cittadina, costruito con otto tele e un olio su rame, opere spesso monumentali, capaci di raccontare non soltanto la mano dell’artista ma anche la storia materiale della città, tra chiese soppresse, demolizioni, passaggi di proprietà, collezionismo e mecenatismo.
Il cuore della mostra è proprio questo: ricomporre un “corpus” che in tempi diversi ha rischiato di frantumarsi per vicende conservative, spostamenti e perfino oscillazioni attributive. In passato alcune opere sono state avvicinate ad altri nomi del Seicento ligure, come Orazio De Ferrari o Domenico Fiasella, o lette come frutto di una sola parziale autografia; oggi, invece, la critica converge nel ricondurre l’intero nucleo a Giovanni Andrea De Ferrari, restituendogli compattezza e coerenza. E in questa occasione il gruppo si ricompone anche grazie alla disponibilità di Fondazione Carige, che consente la presenza di “Abigail porta i doni a Davide”, tela oggi conservata nella sede di Palazzo Doria Carcassi.
C’è poi un secondo livello, più narrativo e più “da mostra”: la possibilità di attraversare gli anni della maturità dell’artista, tra terzo e quarto decennio del Seicento, quando la sua pittura si libera progressivamente dai condizionamenti della formazione nella bottega di Bernardo Strozzi. La lezione del colore ricco e corposo rimane come memoria genetica, ma si stempera in un linguaggio più pacato, disteso, fatto di morbidezze e passaggi chiaroscurali delicati; in filigrana emergono suggestioni vandichiane, echi di Fiasella e di Gioacchino Assereto, però rielaborati dentro una nuova dimensione narrativa, più coinvolgente per chi guarda.
È una narrazione che vive anche di dettagli, quasi di “punti d’appoggio” visivi: figure che cercano lo sguardo del riguardante, gesti che inchiodano la scena, oggetti quotidiani che diventano intensificatori emotivi. Il racconto non è mai astratto: si fa corpo, si fa stanza, si fa strada. E proprio questa attenzione al reale – ai brani di natura morta, agli attrezzi, ai tessuti, alle presenze laterali che però guidano la lettura – è uno dei motivi per cui vedere queste opere insieme cambia la percezione dell’artista: non un autore “da manuale”, ma un pittore capace di usare la realtà per spingere la storia dentro il presente di chi osserva. Non a caso il primo biografo, Raffaele Soprani, lo definiva «pittore universale».
L’inaugurazione è fissata per venerdì 20 febbraio alle 17.00. La mostra sarà visitabile dal 21 febbraio al 3 maggio, con apertura dal martedì al venerdì dalle 14.30 alle 18.30 e il sabato e la domenica dalle 10.30 alle 18.30; il lunedì è giorno di chiusura. L’ingresso è gratuito.
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