Chiodi a tre punte nell’area cani: chiusa d’urgenza la “Vetta di Pegli”, paura per zampe e sicurezza di tutti

Un nuovo allarme vandalismi fa scattare la serrata immediata dell’area di sgambamento “Vetta di Pegli”: secondo Il Branco – Nucleo Cinofili da Soccorso il terreno sarebbe stato contaminato con chiodi a tre lati, trappole capaci di ferire gravemente i cani. L’accesso resta interdetto finché non sarà possibile ripristinare condizioni minime di sicurezza


Un pezzetto di libertà che, nel giro di poco, diventa una trappola. È la fotografia più amara che arriva dal post pubblicato da Il Branco – Nucleo Cinofili da Soccorso: l’area di sgambamento “Vetta di Pegli” viene chiusa con effetto immediato dopo una serie di atti vandalici che, denunciano, avrebbero trasformato il prato e i sentieri in un rischio concreto per cani e persone.

Nel messaggio, il gruppo parla di «ripetuti e ignobili atti vandalici» e spiega di essere stato costretto, «nostro malgrado», a decretare la chiusura perché non ci sarebbero più le condizioni minime per garantire sicurezza. L’elemento che colpisce di più, perché è insieme semplice e spietato, è la presenza dei chiodi a tre lati: piccoli oggetti metallici con tre punte, pensati per restare con una punta sempre rivolta verso l’alto quando vengono lanciati a terra. Nelle immagini condivise si vede proprio uno di questi chiodi, nascosto tra l’erba e poi mostrato sul palmo di una mano, come a rendere evidente ciò che normalmente resterebbe invisibile fino al momento della ferita.
Non è solo un pericolo per gli animali. Chi frequenta un’area di sgambamento lo sa: un cane che si ferisce può andare in panico, può scattare, può cadere; e nello stesso spazio ci sono spesso bambini, persone che camminano, volontari, proprietari concentrati a controllare i propri animali. Per questo il post parla di “trappole silenziose e feroci” e spiega che l’accesso resterà interdetto finché non sarà possibile ripristinare condizioni minime di sicurezza, cioè finché non ci sarà una bonifica reale del terreno e una garanzia che il problema non si ripresenti il giorno dopo.
La scelta di chiudere un luogo del genere è sempre dolorosa, perché non significa soltanto mettere un cartello: significa togliere un punto di socialità, di sfogo, di relazione tra persone che si incontrano proprio grazie ai cani. Ma è una decisione che, di fronte a un gesto così, diventa inevitabile. La denuncia, in sostanza, è che qualcuno ha trasformato volontariamente uno spazio di libertà in un’arma, e il prezzo lo pagano tutti: chi ha un cane, chi quel posto lo viveva, chi si era abituato a considerarlo un pezzo “buono” del quartiere.
Ora la priorità è doppia: da una parte rendere l’area nuovamente sicura, dall’altra impedire che episodi simili diventino un precedente. Per chi vive la zona, il consiglio più concreto è trattare l’area come un luogo a rischio finché non arriverà un via libera ufficiale alla riapertura, perché questi oggetti possono confondersi tra terra e foglie e non sempre si vedono in tempo. E se qualcuno dovesse notare chiodi, oggetti sospetti o comportamenti che fanno pensare a nuovi atti di sabotaggio, la cosa più utile è segnalarlo subito alle autorità competenti, senza toccare o spostare nulla a mani nude, perché ogni dettaglio può aiutare a capire chi e come stia agendo.
In mezzo a tanto rumore quotidiano, questo episodio ha una gravità particolare proprio per la sua logica: non è uno sfregio, non è una bravata, è un gesto che può ferire seriamente. E quando una città si ritrova a chiudere un’area di sgambamento per proteggere cani e persone da chiodi “a tre punte”, significa che il confine tra inciviltà e pericolo reale è già stato superato.
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