Cultura 

Genova, l’Ottocento che inventò i musei: il viaggio di Sky Arte tra Strada Nuova, D’Albertis, Chiossone, Doria e Nervi – VIDEO

Un documentario di Sky Arte racconta come la Genova dell’Ottocento, tra demolizioni, industria e nuove élite, abbia trasformato il bisogno di memoria in un sistema museale unico: dai Musei di Strada Nuova a Castello D’Albertis, dal Chiossone al Museo di Storia Naturale, fino ai Musei di Nervi, al Museo del Risorgimento e al Museo di Sant’Agostino, in via di recupero

Un documentario di Sky Arte dedicato ai musei di Genova ricostruisce la città dell’Ottocento e mostra come, proprio in quel periodo di cambiamenti radicali, si sia formata l’ossatura dei suoi musei: dai Musei di Strada Nuova (via Garibaldi) a Castello D’Albertis, dal Museo di Arte Orientale Edoardo Chiossone al Museo di Storia Naturale, fino ai Musei di Nervi. Il video intreccia storia urbana, scelte politiche e grandi figure di collezionisti, mecenati, esploratori e studiosi, seguendo un filo che va dalle trasformazioni industriali alla necessità, sempre più urgente, di “custodire la bellezza e la memoria”.

Gli interventi nel documentario (in ordine alfabetico)

  • Raffaella Besta, conservatrice responsabile del Polo Musei di Arte Antica
  • Aurora Canepari, conservatrice responsabile del Museo di Arte Orientale Edoardo Chiossone
  • Maria Camilla de Palma, conservatrice responsabile di Castello d’Albertis
  • Giuliano Doria, conservatore responsabile del Museo di Storia Naturale Giacomo Doria
  • Giacomo Montanari, attuale assessore alla cultura e professore associato di Storia dell’Arte Moderna all’Università di Genova
  • Margherita Priarone, conservatrice responsabile dei Musei di Strada Nuova
  • Francesca Serrati, conservatrice responsabile Polo Museo d’Arte moderna e contemporanea
  • Maria Elisabetta Tonizzi, docente di Storia Contemporanea all’Università di Genova

Cliccate qui sotto per vedere il documentario

Genova ‘800. Viaggiatori, collezionisti, musei è una puntata monografica del programma Artbox, oggi disponibile su Sky Arte, che racconta la storia dell’articolato sistema museale genovese civico attraverso suggestive riprese, immagini d’epoca e interviste di studiosi e curatori del patrimonio cittadino.
Un film documentario per scoprire le figure dei donatori ottocenteschi dalle cui collezioni hanno avuto origine le più importanti istituzioni culturali genovesi: leggerne le vite, i viaggi, le relazioni e gli interessi che hanno reso così ricco e variegato il panorama dei musei della città, disseminati sul territorio da Nervi a Pegli.
Il progetto, firmato per Artbox da Maria Luisa Miraglia, è stato ideato e coordinato da Raffaella Besta e Margherita Priarone per la Direzione Musei del Comune di Genova.

L’Ottocento, infatti, è il grande secolo dei musei. Il secolo nel quale nuove condizioni storiche, nuovi assetti politici e istituzionali, oltre a una nuova coscienza del ruolo delle collezioni e delle istituzioni culturali nei confronti della società, determinano l’affermarsi di una nuova idea di museo come raccolta aperta al pubblico con un’istanza di celebrazione, oltre che di conservazione ed esposizione, delle glorie del passato e del presente, per accrescere il lustro e la fama della propria Patria. A Genova, di lustro, fama, decoro e museo ‘patrio’ parlano infatti gli atti di donazione e lascito dei due più importanti musei nati nella seconda metà del XIX secolo in città: Palazzo Rosso e Palazzo Bianco, eredità alla città di Maria Brignole-Sale De Ferrari Duchessa di Galliera, ultima discendente della nobile casata dei Brignole-Sale e figura di grandissimo fascino per il ruolo giocato come munifica donatrice per Genova, insieme al marito Raffaele De Ferrari, uno degli uomini più ricchi del mondo di allora.
Prima la donazione di Palazzo Rosso, nel 1874, come dimora storica, testimonianza delle glorie dell’aristocrazia dell’Ancien Régime; poi l’apertura di Palazzo Bianco, protagonista nel 1892 delle Celebrazioni Colombiane, dotano finalmente la città di due Gallerie dedicate alle collezioni d’arte, creando due istituzioni di cui la città sentiva ormai come improrogabile esigenza la nascita e l’apertura al pubblico.
Ma Palazzo Rosso e Palazzo Bianco – oggi insieme a Palazzo Tursi complesso museale in tre edifici con il nome di Musei di Strada Nuova – non furono la prima istituzione museale civica.
Dopo l’Accademia Ligustica – con il suo ruolo di insegnamento per i giovani artisti e di conservazione di opere d’arte per l’istruzione dei propri allievi fin dalla fine del Settecento – dobbiamo porre a capostipite del sistema museale cittadino le raccolte di Storia Naturale, con tra i primi lasciti quello del Principe Odone di Savoia (1866), figlio del re Vittorio Emanuele II. L’anno successivo Giacomo Doria donò al Comune anche i materiali zoologici di sua proprietà (di Europa, Persia e Borneo) purché si istituisse un Museo Civico di Storia Naturale, che fu dunque il primo del sistema dei musei comunali ad aprire i battenti. La prima sede delle collezioni venne individuata a villetta Di Negro.
Al citato Capitano Enrico Alberto D’Albertis appartenne invece l’omonimo Castello D’Albertis e le sue collezioni esotiche, donate alla città nel 1932. Viaggiando per mare e per terra tra ‘800 e ‘900, D’Albertis racchiuse il proprio mondo in una cornice romantica, tra “camere delle meraviglie”, suggestioni marinaresche, evocazioni colombiane e trofei coloniali.
Le raccolte naturalistiche ed etnografiche rappresentano l’altra faccia del collezionismo ottocentesco, di cui fanno parte anche le collezioni di arte orientale donata alla città da Edoardo Chiossone, costituendo il primo museo dedicato all’arte giapponese ad essere fondato in Italia, nel 1905, e uno delle più importanti in Europa.
Dalla donazione del menzionato Principe Odone di Savoia (1866) ha origine anche il primo nucleo della Galleria d’Arte Moderna di Nervi, ossia la raccolta di opere del XIX secolo, primo nucleo del sistema museale del levante cittadino consacrato all’arte tra Otto e Novecento. La storia dei musei genovesi poi, nella prima metà del Novecento, si arricchisce con la creazione di altri istituti, dal Museo del Risorgimento, alle collezioni preistoriche oggi conservate al Museo Archeologico, alle raccolte del Museo del Mare, la cui origine risale ancora agli allestimenti di Palazzo Bianco della fine dell’Ottocento.
La grande ricchezza e varietà di tipologie di raccolte, e la straordinaria vivacità di sguardi sul collezionismo e sul mondo di tutte queste figure di aristocratici conoscitori, esploratori, navigatori, scienziati con il gusto per la catalogazione o amanti dell’arte, rende il sistema museale genovese che si va costituendo nel corso del XIX secolo assolutamente esemplare dei diversi indirizzi museologici che si vanno affermando in quegli anni in Italia e in Europa.
Contemporaneamente le trasformazioni della città tra Otto e Novecento e le demolizioni di chiese, conventi e aree del centro storico cittadino per il rinnovamento urbanistico di Genova portano in proprietà civica opere pittoriche, affreschi, marmi e materiale lapideo di ogni genere che confluiranno prima ancora a Palazzo Bianco, e poi nella seconda metà del Novecento al Museo di Sant’Agostino.

Il racconto del video

Valéry e la “notte di Genova” che cambia tutto

Il documentario si apre con una figura inattesa e potentissima: Paul Valéry. Il poeta francese raccontava di sentirsi ogni volta “sperduto e a casa” insieme, “fanciullo e straniero”, quando arrivava a Genova, città legata alle origini della madre. Quello che lo attirava non era un’immagine unica e pacificata, ma l’urto continuo dei contrasti: l’eleganza accanto alla decadenza, il silenzio dei marmi contro la frenesia dei vicoli.

La svolta arriva in una data precisa: la notte del 5 ottobre 1892. Valéry ha 21 anni, è ospite degli zii in un palazzo genovese e fuori infuria un temporale così violento che ogni lampo sembra “abbagliare” la città. Ma il vero temporale, racconta il video, è interiore: “qualcosa si spezzò”. Da quel momento Valéry abbandona la poesia e, per più di vent’anni, si dedica alla riflessione, alla conoscenza di sé e del mondo. È una crisi, una metamorfosi, e il documentario la mette in parallelo con un’altra metamorfosi: quella di Genova alla fine del secolo.

La Genova dell’Ottocento: porto, industria, demolizioni e nuove classi sociali

Nel XIX secolo Genova cambia pelle. È una città portuale in espansione, dove mutano il lavoro e la struttura sociale. Nascono i primi movimenti operai e la città viene persino definita la “Manchester d’Italia”, a indicare la sua spinta industriale. La modernizzazione, però, non è indolore: si demoliscono interi quartieri e vengono abbattuti anche edifici religiosi molto importanti. Allo stesso tempo, la città produce il suo “nuovo”: quartieri nuovi, direttrici viarie nuove, edifici nuovi e palazzi residenziali nuovi.

Cambia anche chi guida la società. La nobiltà perde i privilegi di nascita: conserva grandi ricchezze, ma non è più la classe egemone. A sostituirla è la borghesia: quella degli affari, delle professioni, della banca e dell’impresa. Genova diventa la città dei grandi investitori e dei personaggi che la stanno tramutando in metropoli. Finisce un’epoca e ne comincia un’altra.

Quando nasce l’urgenza di “salvare” memoria e bellezza: il secolo dei musei

In mezzo al ferro e al fumo della modernità, cresce una necessità nuova: custodire la bellezza e la memoria, raccogliere ciò che rischia di andare perduto e continuare a raccontarlo. Per questo, nel racconto del documentario, l’Ottocento non è soltanto il secolo delle trasformazioni urbane e sociali: è anche, e “soprattutto”, il secolo dei musei.

Dall’inizio dell’Ottocento Genova prova a creare un museo patrio: un luogo capace di raccogliere il nucleo delle collezioni di dipinti, statue e altri beni provenienti dalle chiese dei conventi soppressi. Cambia la mentalità: non tenere le collezioni privatamente chiuse in una Wunderkammer (“stanza delle meraviglie”), ma aprirle al pubblico. L’obiettivo è alto: far conoscere ed educare alla conoscenza “a 360 gradi”, in un secolo attraversato da fervore intellettuale, interessi culturali e apertura alla scienza.

Strada Nuova, Rubens e i palazzi che diventano musei

C’è una strada in cui “secoli di storia si intrecciano come i fili di un arazzo”. Il cartello dice via Garibaldi, ma molti la chiamano ancora strada nuova. Fu tracciata a metà Cinquecento dalle famiglie aristocratiche per riflettere il loro prestigio: già Giorgio Vasari la descrive come la strada più magnifica, ornata da superbi palazzi.

La fama “europea” arriva con Pieter Paul Rubens: nel 1622 pubblica ad Anversa I palazzi di Genova, una raccolta di incisioni (facciate, piante, sezioni) che diventa quasi un suggerimento di “civiltà abitativa” per i concittadini oltre le Alpi. Eppure, ricorda il documentario, Rubens non si sofferma sulle dimore destinate a diventare i primi musei d’arte genovesi: Palazzo Bianco esisteva già, ma allora era semplice, quasi anonimo; e non apparteneva ancora ai Brignole Sale, la famiglia che pochi decenni dopo la visita rubensiana avrebbe fatto costruire Palazzo Rosso.

Palazzo Rosso e la duchessa di Galliera: un palazzo che diventa “monumento di se stesso”

Il video descrive Palazzo Rosso come un organismo articolato e “vissuto” dalla famiglia per più di due secoli. La visita è un viaggio tra civiltà abitative: dagli affreschi barocchi di fine Seicento della Casa Piola (con Domenico Piola e Dario De Ferrari) fino agli appartamenti privati d’inizio Settecento. Ogni generazione porta il proprio gusto, il gusto del proprio tempo.

Ed è qui che emerge la figura di Maria Brignole Sale, duchessa di Galliera, donna dal gusto raffinato e dalla biografia cosmopolita. Cresce in un ambiente colto: la nonna Anna Pieri era stata dama di compagnia dell’imperatrice Maria Luisa, seconda moglie di Napoleone. Maria nasce a Palazzo Rosso, circondata dai ritratti di Van Dyck e dai dipinti di Guercino e Guido Reni, ma non resta mai a lungo in città: a differenza del marito Raffaele De Ferrari, molto legato a Genova, lei preferisce Parigi.

La coppia vive perlopiù in Francia, dove Raffaele, con grande acume nel mercato finanziario, accumula una ricchezza straordinaria. Quando rientra a Genova all’inizio degli anni Settanta dell’Ottocento è anziano e malato e decide di fare varie donazioni: la più importante è quella del 1876 a favore del porto. Il lascito è enorme: 20 milioni di lire dell’epoca, che oggi equivalrebbero a poco più di 100 milioni di euro, destinati a nuove strutture portuali. Il documentario lega questa scelta a un’idea identitaria forte: Genova resta il riferimento anche per i figli che vivono altrove; “genovesi” sono anche quelli che sono “per il mondo spersi”, e la patria come città delle famiglie rimane un punto costante a cui destinare un lascito.

Mentre il porto si espande e iniziano i lavori della ferrovia che unirà Genova a Torino, i duchi di Galliera decidono di lasciare un segno che resista al tempo. Nel 1874 Maria dona al Comune Palazzo Rosso con la volontà di conservarlo integro: collezioni, affreschi e arredi. L’idea è precisa: un palazzo privato che diventa “monumento di se stesso”, custodendo un gusto collezionistico e una storia familiare.

Palazzo Bianco: dalla vocazione all’apertura pubblica al museo patrio del 1892

La seconda donazione della duchessa ha un’impostazione diversa: nel testamento del 1884 esprime il desiderio di creare in Palazzo Bianco una pubblica galleria, uno spazio aperto per una collezione d’arte cittadina. Palazzo Bianco è dei Brignole Sale dall’inizio del Settecento, ma viene abitato poco e ospita anche collezionisti e affittuari che radunano opere, mobili, sculture, cammei e dipinti: la vocazione all’apertura, sottolinea il documentario, nasce già prima del legato.

Tra i nuclei citati compaiono la Maddalena di Canova, un gruppo importante di opere di scuola spagnola, le due celebri Sante di Zurbarán, e dipinti di Murillo e Ribera. Ma questa spinta si salda con un bisogno cittadino più ampio: trovare finalmente una sede per il museo patrio.

Qui entrano le vicende politiche e urbanistiche: nel 1805 Genova viene annessa all’Impero di Napoleone, che ordina chiusura dei conventi, scioglimento degli ordini religiosi e confisca di pitture, sculture e arredi. Parte del patrimonio si disperde; un’altra parte entra nel patrimonio civico, ma senza un museo pronto a conservarla. Dagli anni Venti dell’Ottocento la raccolta cresce ulteriormente, perché vengono abbattuti molti edifici storici e luoghi di culto: emblematico il complesso di San Domenico, al cui posto sorgono il teatro d’opera Carlo Felice e l’Accademia Ligustica di Belle Arti.

Palazzo Bianco viene inaugurato nel 1892, anno delle celebrazioni colombiane per il quarto centenario della scoperta dell’America. L’apertura è percepita come improcrastinabile e avviene in modo frenetico: si chiedono opere anche ai privati e si allestisce un grande “affastellamento” di dipinti, sculture e arredi per mostrare il più possibile dell’antica ricchezza della Repubblica. Da qui, dice il documentario, nasce il sistema museale genovese.

Oggi Palazzo Bianco ha il pavimento nero uniforme, pareti chiare e supporti in materiali poveri e industriali: è l’allestimento ideato negli anni Cinquanta da Franco Albini. In origine, però, le sale erano diverse: ospitavano anche opere salvate dalle demolizioni (ora al Museo di Sant’Agostino) e documenti, pitture e cimeli del Risorgimento. Genova emerge come protagonista: patria di Giuseppe Mazzini e anche degli autori dell’inno nazionale Goffredo Mameli e Michele Novaro. Nella casa natale di Mazzini, diventata museo, si ripercorre anche la storia della spedizione più famosa: Genova è la sede dove si raccolgono i Mille, dove arrivano finanziamenti, fucili e armi; nel 1860 partono le camicie rosse guidate da Garibaldi, che, da ex mazziniano vicino a Mazzini, dopo i fallimenti dei moti si convince della necessità di appoggiarsi alla monarchia sabauda per realizzare l’unità della patria italiana.

Il “Savoia” che fonda collezioni: Odone e l’origine di nuovi musei

Genova aveva spesso mostrato ostilità verso i Savoia, al cui regno era stata annessa alla fine del 1814. Eppure, racconta il documentario, proprio un Savoia ha un ruolo chiave nella nascita dei musei: il principe Odone di Savoia, quarto figlio di Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia. Colpito da una malattia genetica che fin dall’infanzia lo rende fisicamente inadatto alla vita militare e di corte, Odone arriva a Genova intorno agli anni Sessanta dell’Ottocento e si indirizza verso la cultura, iniziando a collezionare anche grazie a Santo Varni, artista fondamentale per la cultura scultorea genovese.

Con Varni si appassiona all’archeologia e nel 1862 realizza un viaggio nel Mediterraneo fino a Costantinopoli, toccando Sardegna, Campania (con gli scavi di Pompei) e Sicilia: acquista ceramiche, coppe, monete e raccoglie centinaia di reperti oggi tra i tesori del Museo di archeologia ligure. Ma Odone ama soprattutto l’arte: non si limita all’antico, colleziona anche l’arte contemporanea dell’epoca, seguendo le mostre della società promotrice. Acquista opere degli “artisti dei grigi”, paesaggisti spesso in plein air, compra lavori del suo maestro di disegno Giacomo Beccaria e di Tammar Luxoro (fondatore della scuola di paesaggio legata all’Accademia Ligustica), e grandi pitture storiche come la Battaglia di Legnano di Enrico Pollastrini.

Odone muore giovanissimo, neppure ventenne, e le sue collezioni vengono donate al Comune: una parte va a costituire una sezione legata al Museo di archeologia (citato nell’area di Pegli), mentre la parte relativa all’arte moderna e allora contemporanea diventa il primo nucleo delle gallerie d’arte moderna, la Galleria d’Arte Moderna. La sua collezione è straordinaria anche per la componente scientifica: oltre a reperti archeologici e opere d’arte, comprende centinaia di alghe, minerali e conchiglie europee ed esotiche. Da queste raccolte prende forma un altro museo.

Il Museo di Storia Naturale: Giacomo Doria, viaggi, spedizioni e migliaia di reperti

Il documentario entra poi nel Museo di Storia Naturale di Genova, descritto come una passeggiata nella biodiversità del pianeta: si attraversano venti sale osservando animali provenienti da tutto il mondo, raccolti sin dall’Ottocento (soprattutto dalla metà del secolo) e con attività di ricerca ancora attive.

A fondarlo è Giacomo Doria, nobile genovese che ai salotti preferisce passeggiare nel Golfo della Spezia per raccogliere conchiglie. Ama piante, pipistrelli e soprattutto viaggiare. Nel 1862 scala le montagne della Persia; tre anni dopo entra nelle giungle del Borneo insieme a Odoardo Beccari, uno dei naturalisti più noti dell’epoca. È un viaggio decisivo: un mondo esotico, animali sconosciuti e nuovi per la scienza, e serate passate a preparare esemplari da spedire in Europa, durante le quali Doria parla con Beccari del desiderio di fondare un museo a Genova.

Il museo nasce nel 1867 e ha come prima sede Villetta di Negro. Nei decenni successivi affluiscono centinaia di migliaia di reperti: Doria è anche un grande organizzatore e promotore di interessi, e così esploratori e viaggiatori consegnano a Genova collezioni zoologiche. Tra i più celebri c’è Enrico Alberto D’Albertis, figura “singolare”: alto, asciutto, abbronzato dalle crociere, di poche parole e talvolta quasi scortese, ma con un carattere franco e leale “da cui traspira l’aperta natura del mare”.

Castello D’Albertis: Colombo, “Utile Dulce” e la scienza come avventura

Il documentario racconta D’Albertis come fotografo, sportivo, appassionato di montagna, guidato da una sete insaziabile di conoscenza. In lui la passione per Cristoforo Colombo è parte del “DNA concittadino”: sul castello dedica una meridiana a Colombo; ricostruisce modellini delle caravelle per un’esposizione universale; ricostruisce gli strumenti nautici che si ipotizzava Colombo avesse usato e, “Alisei permettendo”, attraversa l’Atlantico fino alla terra del primo approdo colombiano.

Per costruire la sua casa sul colle di Monte Galletto, salva una fortezza cinquecentesca destinata alla demolizione e ne ricava un labirinto di torri e stanze dal sapore d’Oriente: oggi ospita il Museo delle Culture del Mondo. E c’è un dettaglio che restituisce la sua energia: già a 26 anni pedala da Genova a Torino su un velocipede di legno.

L’avventura, però, è sempre intrecciata alla ricerca: il suo primo yacht, il Violante, porta il motto “Utile Dulce”, unire alla dolcezza della navigazione l’utilità della scienza. In onore dell’amicizia con Giacomo Doria e della passione comune per scienze naturali, archeologia e botanica, D’Albertis avrebbe quasi creato a bordo un “Catering Zoological Department”, cioè uno spazio per tassidermizzare e conservare gli animali. Durante una traversata atlantica scrive a Doria, disegna un pesciolino, confessa di non averlo mai visto e promette di conservarlo perché possa stare nel museo. Il documentario insiste su un punto: già allora avevano chiara l’importanza di raccogliere, studiare e far studiare nel mondo i reperti legati a ciò che oggi chiamiamo biodiversità. Nel 1932 D’Albertis dona a Genova non solo le collezioni, ma anche il castello.

Chiossone e il Giappone Meiji: dalla tecnica della valuta al primo museo italiano di arte giapponese

Accanto ai viaggiatori “per conoscere” c’è chi parte anche per affermare se stesso: Edoardo Chiossone, incisore e artista di talento straordinario. Nel 1875 salpa per Tokyo per dirigere l’officina a carte e valori del Ministero delle Finanze. Il Giappone sta vivendo la trasformazione dell’epoca Meiji: innovazione, modernità, spinta verso l’Occidente, e anche la volontà di rappresentarsi con stili simili a quelli occidentali. Da qui la necessità di rinnovare la valuta: istituire un poligrafico di Stato, stampare carta moneta in autonomia, e trovare qualcuno capace di insegnare incisione, progettazione dei disegni per banconote e tecniche di stampa. Prima di Tokyo, Chiossone aveva lavorato a Firenze alla Banca del Regno d’Italia, poi in Inghilterra e in Germania.

Chiossone non nasce collezionista: è un artista. Ma l’Asia lo trasforma. Per il suo lavoro deve conoscere l’arte giapponese a fondo: studiarla, capirla, “tradurla” in immagini. Entra così in contatto con intellettuali, artisti e politici che lo consigliano e gli donano opere preziose. A un certo punto la collezione cambia senso: non più solo possesso, ma missione museale. Pur restando in Giappone oltre il contratto, decide che la raccolta debba tornare a Genova e diventare un museo aperto al pubblico nella sua “scuola madre”, l’Accademia Ligustica di Belle Arti, dove si era formato e diplomato.

Il documentario ricorda che l’arte giapponese in quel periodo accende l’Europa: Van Gogh, impressionisti ed espressionisti la guardano come a un modello “apparso dal nulla”, perché un Giappone a lungo chiuso si apre all’Occidente e quelle immagini diventano patrimonio condiviso. Il Museo Chiossone è il primo museo in Italia dedicato all’arte giapponese, inaugurato nel 1905. Oggi la collezione non è più all’Accademia Ligustica, ma in un edificio progettato negli anni Sessanta nel parco di Villetta di Negro. E resta intatto il senso: non una collezione di beni materiali o antropologica per “spiegare” un altrove, ma una collezione artistica che racconta lo sviluppo della storia dell’arte giapponese dall’archeologia, passando per l’influenza della Cina su cultura, storia, letteratura e arte del Giappone. In altre parole, Chiossone tratta l’arte asiatica come pari dell’arte europea.

Dal centro alle periferie: Pegli, Nervi, Palazzo Tursi, Galata e il mare “sempre in sé rinato”

Il viaggio del documentario si chiude tornando al presente: nei musei civici genovesi le storie di poeti, esploratori, artisti e principi dell’Ottocento continuano a incontrare quelle dei visitatori. È un itinerario che attraversa la costa e la città dal centro alle periferie: da Pegli a Nervi, con il Museo Luxoro, la Galleria d’Arte Moderna e le Raccolte Frugone; poi Palazzo Tursi (terzo museo di strada nuova) fino al Galata, dove si racconta il legame con il mare che da secoli dà volto e voce a Genova.

È il mare delle partenze e dei ritorni, delle speranze di viaggiatori e migranti: il “mare sempre in sé rinato” evocato da Valéry. Genova, dice il documentario, è da sempre proiettata verso il mare: da lì arrivano idee e visioni che alimentano un ambiente cosmopolita. L’Ottocento è la “selva” di alberi e di navi che prelude ai fumaioli delle navi da crociera e ai primi transatlantici. E la conclusione è netta: il porto è la città, il segno di un luogo in continua evoluzione, anche conflittuale, dove il futuro si mescola col passato e attraversa il presente.


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