Oggi a Genova 

Venezuela, davanti alla Prefettura la condanna dell’intervento Usa, in San Vincenzo il sollievo per la fine di Maduro – VIDEO

Nel giro di un’ora, Genova ha visto scendere in strada due piazze con letture opposte della questione venezuelana. Davanti alla Prefettura un cartello di associazioni, partiti e realtà sindacali ha denunciato l’azione militare statunitense come violazione del diritto internazionale e ha chiesto il ritiro dello schieramento nei Caraibi. In via San Vincenzo, invece, una mobilitazione promossa dalla comunità venezuelana ha puntato il dito contro Nicolás Maduro, collegando l’attuale fase alla fine di 26 anni di repressione e diaspora

Genova si è ritrovata, nel giro di un’ora, a fare da sfondo a due manifestazioni speculari e in aperta contraddizione sul Venezuela: da un lato un presidio che ha messo al centro la condanna dell’intervento militare statunitense e la difesa del diritto internazionale; dall’altro una mobilitazione che ha denunciato il regime di Nicolás Maduro come causa principale della crisi, della repressione e dell’esodo di massa.

Due piazze diverse, due linguaggi diversi, e soprattutto due “nemici” indicati come prioritari: per la prima, l’imperialismo e la guerra; per la seconda, il potere di Maduro e l’apparato che lo sostiene.

Davanti alla Prefettura: “no all’intervento Usa”, l’appello al diritto internazionale

Il primo appuntamento si è svolto davanti alla Prefettura, dove si è tenuta una manifestazione contro l’“imperialismo statunitense” promossa da una rete ampia di sigle: ANPI, ARCI, Alleanza Verdi Sinistra, Associazione Italia Cuba, Associazione Senza Paura, Casa dei Popoli, CGIL – Camera del Lavoro, Circolo Calogero-Capitini, Comitato Piazza Carlo Giuliani, Emergency Genova, Partito Democratico, Federazione Giovanile Comunista Italiana, Giovani Comunisti/e, Ora di Silenzio per la pace, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Italiano, Partito della Rifondazione Comunista, Sinistra Anticapitalista.

Secondo l’impostazione dei promotori, il presidio nasceva per condannare senza attenuanti l’azione militare statunitense in Venezuela, definita una grave violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. L’intervento è stato descritto come atto criminale inserito, sempre secondo l’appello, in una strategia più ampia di controllo geopolitico e di accesso alle risorse, in particolare petrolifere.

Nel documento e nei messaggi circolati attorno alla manifestazione, uno dei punti più citati è stato il presunto rapimento di Nicolás Maduro, indicato come ulteriore salto di qualità in una sequenza di operazioni militari e interferenze attribuite agli Stati Uniti in diverse aree del mondo. I promotori hanno ricondotto quanto starebbe accadendo “in queste ore” a oltre vent’anni di pressioni sul Venezuela: sanzioni, sabotaggi, tentativi di colpo di Stato e azioni di destabilizzazione, letti come strumenti per colpire un Paese accusato di rivendicare la propria sovranità.

Nel mirino, oltre agli aspetti militari, è entrato anche il tema della comunicazione: i promotori hanno contestato il ruolo delle campagne mediatiche, accusate di costruire un “nemico” e preparare l’opinione pubblica ad accettare l’uso della forza e la sospensione delle regole internazionali.

La critica si è estesa anche all’Italia. Il Governo, secondo i promotori, avrebbe di fatto sostenuto l’intervento, presentandolo come legittimo e difensivo nella cornice della lotta al narcotraffico: una lettura respinta dalla piazza, che ha invece chiesto il ritiro dello schieramento militare statunitense nei Caraibi e, nella stessa cornice, la liberazione di Maduro e della moglie Cilia Flores, oltre alla fine di quella che viene definita un’aggressione.

Le posizioni non coincidono: la linea del Partito Democratico

Dentro lo schieramento davanti alla Prefettura, tuttavia, non tutte le posizioni sono risultate sovrapponibili. Il Partito Democratico, pur partecipando, ha chiarito una doppia chiave di lettura: da un lato la condanna dell’attacco statunitense come atto grave e irresponsabile che viola il diritto internazionale e aumenta l’instabilità globale; dall’altro, la puntualizzazione che la critica all’intervento Usa non equivale a un sostegno o a un’assoluzione del governo Maduro.

In altre parole, per i dem la partecipazione al presidio serviva a ribadire un principio generale – il rifiuto dell’uso unilaterale della forza – senza rimuovere le responsabilità del governo venezuelano in materia di libertà democratiche, diritti civili e condizioni sociali. Una posizione che cerca di tenere insieme due piani: opposizione alla guerra e alle logiche di dominio, ma anche distanza netta da un potere accusato di autoritarismo.

In San Vincenzo la piazza della comunità venezuelana e la denuncia del “Paese sequestrato”

Poche ore dopo, nel centro cittadino, si è visto l’altro volto della mobilitazione: la comunità venezuelana a Genova ha promosso un presidio con parole d’ordine rovesciate rispetto alla manifestazione davanti alla Prefettura. Qui il fuoco non è l’imperialismo, ma Maduro. La linea portata in strada è stata quella di un Paese descritto come sequestrato da un regime, con 26 anni di repressione, persecuzione politica e violazioni dei diritti umani.

𝗦𝗼𝗲𝗿𝗶𝗹𝗶𝘀 𝗥𝗼𝗷𝗮𝘀, attivista della comunità Venezuelana, intervenendo durante la manifestazione, ha sostenuto che il Venezuela stia vivendo giorni di paura e speranza insieme: preoccupazione per l’incertezza dei prossimi sviluppi, ma anche fiducia perché, secondo questa lettura, per la prima volta dopo decenni si intravedrebbe “la luce” in fondo a un tunnel di dittatura. Nella ricostruzione proposta, Maduro non sarebbe un nodo isolato ma la punta visibile di una struttura criminale più ampia; e l’esistenza di gruppi, anche in Italia, considerati “difensori” del governo venezuelano è stata indicata come motivo ulteriore di allarme e mobilitazione.

Un altro partecipante ha espresso una visione ancora più netta sul ruolo degli Stati Uniti, dicendo di non percepire rischi dall’azione statunitense e dichiarando fiducia totale nelle parole attribuite al segretario di Stato Marco Rubio sul fatto che Washington non avrebbe bisogno del petrolio venezuelano e punterebbe piuttosto a rilanciare la produzione del Paese. Nella stessa argomentazione, è stata accusata di inattività l’area dei principali alleati internazionali del governo venezuelano negli ultimi anni (Cina, Cuba, Iran e Russia), ritenuti incapaci – secondo questa prospettiva – di migliorare la condizione del Paese.

Normale che un esule politico, dopo 26 anni di dittatura, pensi che qualsiasi cosa sia meglio della dittatura stessa. Per molti di coloro che oggi hanno manifestato la caduta di Maduro significa poter tornare a casa, poter riabbracciare i propri cari, rivedere la propria terra. Su questo si innestano le vicende politiche italiane nazionali e il tentativo della destra locale da una parte di mettere il cappello sulla comunità, dall’altro di aizzarla contro le sinistre tutte. Certamente le realtà che hanno manifestato davanti alla prefettura col solo scopo di sottolineare che tramontato il dittatore, ora il pericolo è il colonialismo economico e politico statunitense.

Il ruolo di Maria Corina Machado e l’idea di “transizione” non garantita

In questo contesto, il riferimento alla leadership dell’opposizione è diventato inevitabile. Nel racconto dei manifestanti, la cattura di Maduro segnerebbe l’avvio di una nuova fase; ma la transizione viene presentata come un percorso tutt’altro che automatico.

Nel comunicato successivo alla cattura di Maduro, Maria Corina Machado – fondatrice di Vente Venezuela e figura considerata tra le voci più radicali dell’opposizione – ha sostenuto che ciò che doveva accadere stava accadendo, delineando una tabella di marcia che include ordine, liberazione dei prigionieri politici, ricostruzione del Paese e rientro degli emigrati. Ha inoltre affermato che Maduro dovrà rispondere dei suoi crimini e che gli Stati Uniti avrebbero mantenuto la promessa di far valere la legge. Nella stessa cornice, Machado ha chiesto che Edmundo González Urrutia assuma subito il mandato costituzionale e venga riconosciuto come comandante in capo delle forze armate, con un appello a restare vigili e organizzati fino alla concreta realizzazione della transizione democratica.

È un passaggio che ha un significato chiaro: anche in presenza di segnali di rottura, la “fine” non è scritta e l’esito dipende dai rapporti di forza, dentro e fuori dal Paese.

Le parole sui cartelli: “È l’ora della libertà”, “Liberate i prigionieri politici”, “Maduro dittatore”

Se davanti alla Prefettura la manifestazione è stata costruita soprattutto attraverso un appello politico e giuridico, nel presidio in centro sono stati i cartelli a dare forma al racconto. Il lessico ricorrente è quello della libertà, ripetuto come promessa e come slogan: “È l’ora della libertà”, “Il Venezuela avanza verso la libertà”, “Il cambiamento è inarrestabile”. Accanto, l’idea di futuro: “Siamo pronti a ricostruire in libertà”. E la determinazione: “Fino alla fine”.

C’è poi una parte più esplicitamente politica, legata al voto: “Il Venezuela ha deciso il 28 luglio. Ha vinto il Venezuela ed Edmundo González Urrutia”, con l’immagine simbolica “Edmundo González è il nostro presidente eletto”.

Il capitolo più duro riguarda i detenuti: “Liberate subito i prigionieri politici ingiustamente sequestrati”, “Esigiamo la libertà di Biagio Pilieri”, “Juan Pablo Guanipa, detenuto dalla dittatura”. E sul piano dello scontro frontale con il governo: “Maduro dittatore”, “Basta con la dittatura”, fino a “Maduro narcoterrorista, fuori”. Su alcuni cartelli compariva anche un ringraziamento a Donald Trump, segnale di una ricerca di sponda internazionale: “Grazie, presidente Trump. Giustizia e libertà”.

Il caso Alberto Trentini e gli otto italo-venezuelani in carcere

Tra gli slogan, però, ce n’è uno che aggancia direttamente l’Italia e sposta l’attenzione dal piano generale alla storia individuale: “Libertà per Alberto Trentini”, accompagnato dagli hashtag “Alberto libero” e “Free Alberto”.

Alberto Trentini è un operatore umanitario italiano, detenuto in Venezuela dal 15 novembre 2024 mentre lavorava per l’organizzazione non governativa Humanity & Inclusion. Secondo quanto riportato dagli organizzatori, Trentini è stato arrestato durante un viaggio da Caracas a Guasdualito. La sua vicenda è diventata, nella manifestazione, un simbolo del tema più ampio delle detenzioni ritenute arbitrarie e della richiesta di liberazione dei prigionieri.

Accanto al suo nome, i manifestanti hanno ricordato che nelle carceri venezuelane si troverebbero anche otto italo-venezuelani, citati come parte dello stesso quadro di detenzioni e pressioni.

Due piazze, un’unica città: il Venezuela come specchio di fratture globali

La giornata genovese restituisce, in scala locale, una frattura che attraversa la politica internazionale e le comunità diasporiche: chi vede nell’intervento degli Stati Uniti il pericolo principale – un precedente di guerra e violazione delle regole – e chi invece identifica nel regime di Maduro l’origine della crisi, della repressione e dell’esodo, arrivando a leggere l’azione statunitense come occasione di svolta.

Tra queste due narrazioni non c’è solo distanza: c’è quasi incomunicabilità, perché si muovono su priorità opposte. Eppure, in entrambe, torna una parola che prova a tenere insieme le contraddizioni: “popolo”. Il popolo venezuelano come vittima della guerra e dell’imperialismo, nella piazza davanti alla Prefettura; il popolo venezuelano come vittima della dittatura e della repressione, nella piazza in centro.

A Genova, per una sera, il Venezuela è diventato anche questo: una cartina di tornasole di paure, speranze, memorie politiche e scontri di visione che vanno ben oltre i confini di un Paese.


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