Si ricostruisce una vita dopo il delitto della madre e la condanna scontata, ma l’eredità del padre svanisce

L’uomo, che oggi lavora nell’ambito della ristorazione, denuncia che il suo tutore legale gli avrebbe azzerato i 350 mila euro lasciati dal genitore


Si era rialzato in silenzio, provando a rimettere insieme i pezzi di una vita segnata da uno dei fatti di cronaca più drammatici della Genova di fine anni Novanta. L’uomo, oggi cinquantenne, lavora nel settore della ristorazione, dopo una lunga detenzione seguita a una condanna a 30 anni. Si apre, ora un nuovo capitolo giudiziario, ma stavolta ha il ruolo della vittima: i 350 mila euro di eredità paterna, affidati alla gestione di un tutore legale, un commercialista genovese, sarebbero di fatto scomparsi.

Quella somma, accantonata dal padre per garantire al figlio un minimo di stabilità economica al termine della pena, secondo quanto emerso sarebbe stata consumata o distratta nel tempo, fino a lasciare il patrimonio quasi azzerato. Una vicenda che riporta sotto i riflettori l’uomo, già al centro di un clamoroso processo per omicidio.
Il delitto di Begato che sconvolse Genova
Nel 1999, a Genova, nel quartiere di Begato, in via Hector Berlioz, il giovane, che all’epoca aveva solo 24 anni, uccise la madre Silvana, 50 anni, insegnante di matematica e dirigente della scuola media di Campomorone.
Secondo la ricostruzione processuale, nella notte il giovane la colpì mentre dormiva con una mazzetta da muratore, tramortendola nel letto. La donna tentò di reagire e di chiedere aiuto, ma sul balcone di casa, al quarto piano, venne raggiunta da quattro coltellate alla schiena e al torace. Subito dopo, il figlio gettò sia il coltello sia la mazzetta nel fossato davanti al palazzo, dove gli oggetti furono poi recuperati dalle forze dell’ordine.
Il ragazzo chiamò quindi la polizia sostenendo che in casa si fosse consumata una rapina finita nel sangue. Le indagini demolirono rapidamente quella versione, facendo emergere il vero movente: il giorno successivo il giovane avrebbe dovuto, almeno secondo quanto raccontato alla madre, discutere la tesi di laurea in Informatica all’Università di Genova. In realtà era indietro con gli esami e da circa due anni aveva abbandonato gli studi.
La sera precedente l’omicidio l’aveva trascorsa in discoteca. Silvana che viveva sola con il figlio dopo la separazione dall’ex marito, medico del lavoro del 1947, prima di coricarsi aveva lasciato sul comodino del ragazzo un regalo per la laurea che non ci sarebbe mai stata.
Il percorso nei tribunali
Il procedimento giudiziario fu lungo e complesso. Il 23 marzo 2001 la Corte d’assise lo assolse in primo grado, sulla base della perizia psichiatrica firmata dagli esperti Romolo Rossi, Umberto Gatti e Gianluigi Rocco, che lo avevano dichiarato incapace di intendere e di volere al momento dell’aggressione mortale.
La vicenda processuale non si chiuse però lì: il 23 gennaio 2002, in appello, la sentenza venne ribaltata e il ragazzo fu condannato a 30 anni di reclusione. La Corte di Cassazione, il 28 maggio 2003, confermò definitivamente quella pena.
Un nuovo capitolo di fragilità
Terminata la detenzione, Diamante ha cercato di ritagliarsi una quotidianità normale, lontano dalla Genova che ricordava solo attraverso i muri del carcere e i titoli di cronaca. Il lavoro in un locale e il tentativo di anonimato sembravano segnare una ripartenza possibile.
La scoperta che l’eredità lasciata dal padre – il medico che in vita aveva continuato a occuparsi del figlio nonostante la tragedia familiare – sarebbe stata svuotata dal tutore legale, riapre però una ferita diversa: non più quella di un delitto, ma quella di una fiducia tradita.
Per l’uomo che fu al centro del “caso Begato”, si aggiunge così un nuovo, pesante contenzioso, sullo sfondo di una storia in cui giustizia, responsabilità e fragilità personali continuano a intrecciarsi anche a distanza di oltre venticinque anni.
In copertina: foto di repertorio
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