diritti e sociale Politica 

Salis: «La violenza contro le donne è una questione di Stato, non un fatto privato»

Da gennaio il Comune avvia il primo progetto di educazione sessuo-affettiva: coinvolti oltre 300 bambine e bambini dai 3 ai 6 anni con le loro famiglie in quattro scuole dell’infanzia, in collaborazione con i centri antiviolenza

«La violenza contro le donne non è una parentesi di cronaca, è una questione culturale, sociale e politica. È una questione di Stato». In Consiglio comunale, nella giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, la sindaca Silvia Salis sceglie parole nette per chiamare in causa istituzioni e politica, ma anche il linguaggio e gli stereotipi che ancora circondano il tema.

Salis parla di «terrorismo di prossimità» per descrivere quella violenza quotidiana e sommersa fatta di controllo, gelosia, umiliazioni, isolamento, che spesso precede le aggressioni fisiche. «È invisibile e subdola – spiega – ma nessuno usa la parola terrorismo. Si preferisce parlare di raptus, delitto passionale, tragedia familiare. Le parole sbagliate producono politiche sbagliate».

Da qui la richiesta di risposte strutturali, non solo simboliche: più risorse, interventi rapidi, formazione obbligatoria per chi lavora a contatto con le vittime, case rifugio considerate “infrastrutture essenziali” di un territorio. E un cambio di paradigma: «Proteggere le donne come proteggiamo i cittadini da qualsiasi altra grave minaccia».

Nel suo intervento, la sindaca richiama i dati ufficiali: milioni di donne che nel corso della vita subiscono violenza fisica o sessuale, percentuali più alte della media nazionale in Liguria, oltre cento donne uccise in un anno, nella grande maggioranza dei casi da uomini a loro vicini. «Non si può accettare – sottolinea – che il luogo statisticamente più pericoloso per una donna continui a essere la sua casa».

Salis critica anche l’uso politico del tema: «La realtà ci chiede misure serie e stabili, ma c’è chi trasforma tutto in teatrino ideologico, attaccando i progetti educativi invece di sostenere i centri antiviolenza. Non basta dire di essere contro la violenza, bisogna esserlo davvero, anche quando si votano le manovre di bilancio».

Al centro del suo discorso, oltre al richiamo alla responsabilità dello Stato, c’è proprio la dimensione educativa: «Bisogna insegnare ai ragazzi che il rispetto è la forma più alta di virilità, e alle ragazze che non devono mai accettare ciò che le zittisce o le colpevolizza. Quando accade una tragedia, smettiamola di chiedere “perché non se n’è andata” e chiediamo invece perché qualcuno ha pensato di avere il diritto di farle del male».


Da gennaio il primo progetto comunale di educazione sessuo-affettiva

Accanto alla riflessione politica, il Comune annuncia una misura concreta: da gennaio 2026 partirà il primo progetto di educazione sessuo-affettiva promosso dall’amministrazione genovese. Si tratta di una sperimentazione che coinvolgerà oltre 300 bambine e bambini dai 3 ai 6 anni, insieme alle loro famiglie, in quattro scuole comunali dell’infanzia: Firpo e Mazzini a Sampierdarena, Monticelli al Lagaccio e Santa Sofia nel centro storico.

Il percorso sarà realizzato in collaborazione con i centri antiviolenza Mascherona e Per non subire violenza e rientrerà a pieno titolo nell’offerta formativa delle scuole, con il consenso esplicito dei genitori.

«In questa città, fino all’anno scorso, su questi temi erano tutti d’accordo – ha ricordato Salis –. Poi, improvvisamente, qualcuno ha cambiato posizione. Delegittimare l’educazione sessuo-affettiva è una forma di violenza culturale che va contrastata». Per la sindaca, il progetto ha un valore simbolico e pratico insieme: «È un piccolo passo, ma con l’aria che tira in Italia è un passo molto rappresentativo. Dai territori può partire un movimento culturale in grado di scardinare il populismo becero che ha invaso questo Paese».

L’assessora ai Servizi educativi e Pari opportunità, Rita Bruzzone, chiarisce obiettivi e contenuti: «Non si tratta di “insegnare il sesso ai bambini”, ma di educare al rispetto del proprio corpo e di quello degli altri, indipendentemente dal genere, e a riconoscere il diritto di dire no». I progetti saranno costruiti insieme ai centri antiviolenza e agli insegnanti, con incontri dedicati sia ai bambini sia alle famiglie.

Le scuole coinvolte hanno già sperimentato percorsi su inclusione, intercultura e valorizzazione delle differenze, spesso in contesti complessi. «Partiamo da lì – aggiunge Bruzzone – per lavorare sulle radici delle violenze: discriminazioni, mancanza di ascolto, rigidità dei ruoli. È fondamentale cominciare presto, con linguaggi e strumenti adatti all’età, perché prevenire significa dare ai più piccoli strumenti per riconoscere situazioni sbagliate e chiedere aiuto».

A seguire la presentazione del progetto, in sala erano presenti le referenti dei centri antiviolenza e i responsabili di ambito delle scuole, che hanno sottolineato come la scuola possa diventare, per molti bambini, il primo luogo in cui scoprire che esistono modelli di relazione diversi da quelli vissuti a casa.

«Se anche solo un bambino o una bambina – ha concluso Salis – capirà che la vita può essere diversa da un modello tossico che ha visto o subito, sarà valsa la pena di fare questo progetto. Non possiamo più accontentarci di commemorare le vittime: dobbiamo cambiare il contesto che le rende tali».


Se non volete perdere le notizie seguite il nostro sito GenovaQuotidiana il nostro canale Bluesky, la nostra pagina X e la nostra pagina Facebook (ma tenete conto che Facebook sta cancellando in modo arbitrario molti dei nostri post quindi lì non trovate tutto). E iscrivetevi al canale Whatsapp dove vengono postate solo le notizie principali

Related posts