Cronaca 

Il tassista che accompagnava i pusher non potrà uscire dalle 21:00 alle 7:00. Lui: «Non pensavo che fosse reato»

Altri particolari delle indagini del reparto Sicurezza Urbana della polizia locale che ha portato a 20 provvedimenti cautelari: dosi tagliate con la fenacetina, sostanza tossica per il fegato. Le chat che trafficanti e spacciatori non pensavano di dover cancellare e le intercettazioni ambientali nelle auto che i malviventi, ora indagati per associazione a delinquere, pensavano un luogo sicuro

Un tassista di 46 anni è finito al centro dell’inchiesta sullo spaccio a domicilio che ha smantellato una rete di smercio di cocaina e crack attiva in tutta la città, con consegne soprattutto notturne. Per lui la procura aveva chiesto la custodia cautelare in carcere, ma il giudice ha disposto una misura meno severa: obbligo di dimora nel territorio della città metropolitana e rientro a casa ogni sera dalle 21 alle 7 del mattino, in considerazione del fatto che è incensurato e della sua necessità di assistere i genitori anziani.

L’uomo, difeso dall’avvocato Mario Iavicoli, non ha affrontato un vero e proprio interrogatorio di garanzia ma ha scelto di rilasciare dichiarazioni spontanee. Davanti al gip ha raccontato di aver inizialmente creduto che il cliente abituale trasportasse “prodotti senegalesi”, salvo poi maturare il sospetto che si trattasse di consegne di droga. Un sospetto che, ha ammesso, non lo ha mai spinto a denunciare nulla: «Non pensavo fosse un reato», ha detto, sostenendo di aver continuato a svolgere le corse notturne per non perdere una parte importante degli incassi.

Secondo gli atti d’indagine, il tassista sarebbe stato di fatto il “driver” di uno degli spacciatori, incaricato di accompagnarli in vari punti della città e anche fuori Genova per le consegne di crack. Sul suo telefono è stata trovata una chat con i pusher: quasi quattromila messaggi scambiati tra l’inizio di gennaio 2022 e la fine di gennaio 2023, con appuntamenti, luoghi e orari che, incrociati con altri elementi, avrebbero permesso di ricostruire parte del giro di affari che, nel loro insieme, hanno permesso di accertare che ogni dose di crack veniva venduta a circa 15–20 euro. In più di un caso, le donne senza soldi sarebbero state usate come “cavie” per provare nuove partite di droga o spinte a pagare con rapporti sessuali.

L’indagine, coordinata dalla procura e condotta dalla polizia locale, ha dovuto superare una serie di ostacoli tecnici e linguistici. Molti degli indagati comunicavano tra loro in wolof, lingua parlata in diversi Paesi dell’Africa occidentale. È stato necessario ricorrere a traduttori specializzati e, anche così, la comprensione dei dialoghi ha richiesto un lavoro ulteriore: italiano e wolof appartengono a famiglie linguistiche lontane, con strutture grammaticali, suoni e lessico molto diversi. Il wolof utilizza accenti e modulazioni che nella nostra lingua non esistono, rendendo delicata anche la resa delle sfumature di significato.

Un ruolo decisivo lo hanno avuto i telefoni sequestrati nel corso dei vari interventi. Di ciascun apparecchio è stata eseguita una copia forense: dagli smartphone sono emerse conversazioni su WhatsApp, Signal e altre app di messaggistica che gli indagati, convinti di poter contare sulla riservatezza delle chat, non cancellavano quasi mai. Proprio quella mole di messaggi incrociata con appostamenti e pedinamenti ha permesso agli investigatori di seguire i movimenti della rete, di individuarne ruoli e gerarchie e di documentare le consegne a domicilio.

Fondamentali anche le intercettazioni ambientali in auto. I componenti della banda consideravano l’abitacolo un luogo sicuro in cui parlare senza testimoni e, per questo, durante gli spostamenti si lasciavano andare a confidenze e commenti sulla gestione del traffico di stupefacenti. Gli agenti hanno installato microfoni su diverse vetture, dovendo però intervenire più volte: nel corso dell’inchiesta uno degli indagati ha cambiato tre auto e in un caso il veicolo è stato coinvolto in un incidente e demolito, costringendo a ripetere l’operazione di installazione da zero. A complicare ulteriormente le cose anche il malfunzionamento di una delle apparecchiature di registrazione, che ha richiesto ulteriori interventi tecnici.

Dalle analisi di laboratorio su alcune partite di droga è emerso inoltre che in almeno due casi il crack era stato “tagliato” con fenacetina, sostanza che aggrava il quadro accusatorio perché particolarmente dannosa per la salute. La fenacetina è un vecchio farmaco analgesico e antipiretico, usato in passato contro febbre e dolore e poi progressivamente abbandonato a favore del paracetamolo a causa dei suoi pesanti effetti tossici, in particolare a carico dei reni. Nonostante non venga più impiegata nelle terapie correnti proprio per questi rischi, continua a comparire in alcune filiere illegali per aumentare il volume delle sostanze stupefacenti, con conseguenze ancora più pericolose per chi le assume.

Per tornare al tassista, ha spiegato di aver scelto il turno di notte per poter assistere i genitori malati durante il giorno. Si trova ora a dover rispondere del proprio ruolo nel sistema di consegne a domicilio ricostruito dagli inquirenti. La sua posizione, come quella degli altri indagati, sarà valutata nelle prossime fasi del procedimento.

Il quadro generale che emerge è quello di un’organizzazione strutturata, capace di adattarsi e nascondersi dietro i normali flussi della città, e smontata passo dopo passo grazie a un lavoro investigativo lungo, complesso e tecnicamente sofisticato.


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